Le donne gelose vanno in scena al Piccolo Teatro

Sara Tamborrino

Fino al 22 novembre il Piccolo Teatro Studio Melato ospita l’allestimento di uno spettacolo che vede la sua prima assoluta: Le donne gelose di Carlo Goldoni per la regia di Giorgio Sangati. Tale commedia non si annovera fra le più rappresentate dell’autore settecentesco, eppure dopo la visione di una simile messa in scena si fatica a comprenderne il motivo, trattandosi in questo caso di una realizzazione davvero eccellente, il cui lavoro preparatorio era stato svolto niente meno che da Luca Ronconi. Quest’opera si colloca nel periodo di passaggio – per quanto riguarda la recitazione teatrale – dall’utilizzo della maschera, propria della Commedia dell’Arte, all’attore in sé; tale elemento è significativamente rappresentato attraverso la presenza in scena di un Arlecchino ormai senza maschera e dall’abito incolore.

La vicenda narrata si svolge interamente in un quartiere di Venezia durante i giorni del Carnevale. Trovandosi in condizioni di difficoltà economiche, Boldo, un orafo, e Todero, un merciaio, si rivolgono entrambi ad una vedova scaltra quanto fortunata, Lugrezia, domandando l’uno i numeri da giocare al lotto, l’altro un prestito per saldare i propri debiti. Le rispettive mogli però, Giulia e Tonina, venute a conoscenza delle assidue visite dei due in casa della donna, e non comprendendone il reale motivo, si convincono che la ragione di tale frequentazione sia di tutt’altra natura; ciò scatena in loro un’irrefrenabile gelosia, che porta a continui scontri con i mariti. Un simile sentimento è anche quello che mette in contrasto Orsetta e Chiaretta, entrambe innamorate del giovane Baseggio. Arlecchino, il facchino, compare nella storia perché innamorato vanamente della vedova. In seguito ad un crescendo di equivoci la situazione si scioglie grazie alle vincite al gioco che rendono improvvisamente ricchi sia Boldo che Todero, che si riconciliano con le mogli; Baseggio sposa Orsetta, e Giulia e Tonina si chiariscono finalmente con Lugrezia.

Le donne gelose Collage

La rappresentazione è fedelmente riproposta in dialetto veneziano con sovratitoli in italiano, scelta giustificata da Goldoni stesso che nella prefazione presenta la sua opera come “una Commedia veneziana, venezianissima”. La decisione di non snaturare il testo risulta efficacissima anche perché questo linguaggio esalta ulteriormente la comicità che permea i fatti e lo stile della narrazione; i personaggi utilizzano una parlata che diventa spesso grottesca e dozzinale, assumendo un’espressività esilarante.

Il contesto storico e sociale dai quali scaturisce l’opera sono stati altresì mantenuti intatti, come appare dall’utilizzo di abiti ed acconciature settecentesche. La stessa Venezia è rappresentata meravigliosamente tramite pannelli neri squadrati, che rimandano alla silhouette degli edifici, e con la realizzazione di labirintiche viuzze sotto le quali a tratti scorre o riposa l’acqua dei canali; il tutto è posto sullo sfondo rispetto allo spazio scenico centrale che invece rimane sgombro e viene utilizzato per le scene in interni.

L’acqua è l’elemento che segna l’inizio e la fine della rappresentazione scrosciando dall’alto come una pioggia torrenziale, a rendere questa scenografia ancora più viva ed intensa.

La scelta visiva di una città buia, silenziosa, chiusa su se stessa, va ad esplicitare la decadenza morale che caratterizza questi personaggi. La crisi finanziaria da loro subita segue dappresso una crisi di valori che va a deteriorare ogni relazione umana. Tutti sono rosi dalla diffidenza, ripiegati nel proprio individualismo; si tratta di vite che non trovano riscatto né nel lavoro né negli affetti, la cui frustrazione sfocia nella dipendenza: gli uomini sono schiavi del gioco d’azzardo, mentre le donne del sospetto e dei pettegolezzi che lo alimentano fino ad avvelenarle. Le maschere indossate per i festeggiamenti del Carnevale e la presenza di balconi e finestre che si aprono a scorrimento nei pannelli della scenografia diventano strumenti per spiare il prossimo, alimentando logoranti invidie e pregiudizi. Questi personaggi, appartenenti allo stesso ceto sociale piccolo borghese, sembrano godere soltanto delle disgrazie accadute ad altri o dell’arricchimento, schiacciati come sono dal terrore della miseria.

Quella che vige incontrastata infatti è la legge del denaro: è l’inaspettato guadagno dei mariti a far dimenticare ogni gelosia alle donne che si sentono tradite, così come è solamente in nome del guadagno che la vedova compie i suoi affari. Non esistono affetti duraturi, i soldi sono l’unica cosa in grado di rappacificare le coppie e restituire un equilibrio ad uno spaccato sociale che collassa. Il finale racchiude in sé l’intera metafora della storia, mostrando sul fondo Arlecchino che rimane in piedi sotto la pioggia chiamando debolmente la vedova di cui è innamorato, unico sentimento puro di tutta la vicenda; lei non si volta e, dandogli le spalle, esce di scena scendendo dalle scale che si aprono nelle assi del palcoscenico, richiudendosi poi la porta alle spalle. Il facchino resta solo; alle sue spalle, come un monito minaccioso, la figura scura ed inquietante della madre di Orsetta, personaggio muto e mascherato che compare nella vicenda soltanto per sfruttare e prostituire la figlia, a ricordare fino alla fine la totale disgregazione dei rapporti umani. Le relazioni sono segnate dalla violenza e dalla falsità; il comportamento degli individui tra di loro si impronta fortemente sulla realtà in cui vivono, un mondo chiuso nel quale imperano ipocrisia, meschinità ed opportunismo.

Pur poggiando su simili basi lo spettacolo in sé riesce a suscitare sincere risate dall’inizio alla fine; all’intera rappresentazione sottende però un messaggio veramente amaro che non trova alcun riscatto, nemmeno nel “lieto fine” della vicenda narrata.

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