L’insostenibile pesantezza dell’Ordine

Debora Pasini

Poco tempo fa Luca Sofri si è pronunciato in merito a un grande problema del giornalismo italiano: lo storytelling. Vale a dire la tendenza a narrare le notizie, non tenendo conto che sono già storie di per sé e non è necessario il contributo di chi scrive, che o non vorrebbe fare quel che sta facendo o ha assimilato questa abitudine ben radicata nella cultura dell’informazione nazionale.

Ma le aspirazioni letterarie dei cronisti sono forse il minore dei mali.

Già da un po’ di tempo su blog e testate online si sente parlare dell’azzardo che è tentare di superare – e prima ancora trovare il modo e i mezzi per qualificarsi e sostenere – l’esame per diventare giornalisti. Molti ci rinunciano: come dice la regola, cercano altrove redazioni che li consacreranno redattori e redattrici o opinionisti di tutto rispetto; altri ricorrono a Internet e si offrono come freelance o creano dal nulla testate e servizi di rassegna stampa. Ma se Internet spesso – non sempre, purtroppo – premia il merito, ciò non succede nelle testate cartacee e audiotelevisive.

Non si tratta soltanto delle generiche ingiustizie che si possono ritrovare in molti campi professionali, ma di qualcosa in particolare che perdura da cinquantadue anni: l’Ordine dei Giornalisti.

Istituito dal Parlamento per la prima volta nel 1925 – non un periodo particolarmente favorevole alla libera circolazione delle idee – l’Ordine raccoglieva in un albo tutti i giornalisti professionisti e impediva a chiunque il cui nome non fosse iscritto e non possedesse un certificato di buona condotta politica di esercitare la professione.

Per poter iniziare la propria attività, un giornale, assieme al suo direttore, doveva ottenere necessariamente l’approvazione della Corte d’appello. La gestione dell’Ordine competeva ad una commissione di nomina ministeriale.

L’Ordine a noi più familiare è nato invece nel 1963, ma non è cambiata la sua istanza fondamentale: chi intende diventare giornalista è obbligato a iscriversi all’albo, e per farlo deve sostenere un esame di Stato al termine di un periodo di esercizio della professione di almeno diciotto mesi.

Durante gli anni Duemila sono state apportate altre modifiche alle regole di ammissione all’albo e all’autoregolamentazione dell’Ordine, ma nulla che stravolgesse la sua funzione fondamentale: controllare l’attività degli iscritti e tutelarli.

All’intero Titolo Terzo della legge del ’63 compete la disciplina degli iscritti, la quale stabilisce che chiunque agisca contro la sua propria dignità o contro quella dell’Ordine può essere ammonito, censurato o radiato.

foto-iscrizione

Le libertà di espressione e di stampa sono sancite dall’articolo 21 della Costituzione, dove di certo non si contemplano organizzazioni superiori preposte al loro controllo. Nessuno, in uno Stato libero del XXI secolo, dovrebbe avere bisogno di essere difeso nel momento in cui esterna un’opinione, che questo avvenga in un giornale locale o sulle pagine più autorevoli di una pubblicazione a tiratura nazionale.

Che l’Ordine sia stato concepito in piena epoca fascista – nel ’25 cominciavano a susseguirsi le leggi “fascistissime” che plasmarono l’infante regno italiano in una dittatura  – e che esista solo in Italia dovrebbe far discutere e riflettere l’opinione pubblica. Pare invece che abbia fatto riflettere (e indignare) soltanto i Radicali – che indissero un referendum per la sua abrogazione – insieme ad un manipolo di persone non sufficiente a raggiungere il quorum e rendere legittima la decisione.

Dal che si potrebbe dedurre che quest’Ordine sia utile. È davvero utile come garanzia per chi si occupa di informazione nel nostro Paese. Di tutti gli altri “abusivi”, magari, non ci si può nemmeno fidare più di tanto: se non vogliono che il loro nome compaia nell’albo può darsi che abbiano qualcosa da nascondere. Forse il controllo esercitato dalla commissione è utile: bisogna che ci sia organizzazione e disciplina e gerarchia, come in tutte le cose.

Ma in realtà non è così.

L’esistenza dell’Ordine è il sintomo di un Paese antiquato, ancora estraneo ai mezzi di comunicazione di oggi, e che anche nel campo dell’informazione si lascia incatenare dalla burocrazia, da attese interminabili, da esami e praticantati fuori luogo che sono sinonimo di metodologie sorpassate, senza tralasciare gli enormi esborsi di denaro che richiedono.

L’Ordine sceglie chi può ricorrere alla stampa e in che modo può farlo e ha il potere di censurare i contenuti di chi non si conforma alle sue regole. Che lo faccia o meno – in passato l’ha fatto – non è importante. Quello che conta è che un simile potere non dovrebbe averlo mai nessuno.

Il valore di una penna non può essere misurato seguendo il criterio dell’appartenenza a un’élite di dubbio talento e di dubbia professionalità, ma si percepisce dal suo lavoro e da come regge il confronto con il lettore ogni volta che solca la pagina del giornale per cui scrive.

Proprio per questo motivo, l’Ordine non è neanche una promessa di lavoro tutelato: non lo era un tempo, non potrebbe mai esserlo oggi.

Se il giornalista commette un reato – un reato vero, non un reato a detta della dirigenza dell’Ordine, il quale non li specifica – risponderà in prima persona, come peraltro è giusto che sia, senza nessuna organizzazione alle spalle. Tutti, nel bene e nel male, pongono la propria firma alla fine di un pezzo.

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Il giornalista potrà chiamarsi in questo modo solo se svolge bene il proprio compito, non se supera un esame anacronistico – basti dire questo: nel regolamento si parla di macchine da scrivere – la cui preparazione comporta una spesa decisamente troppo alta. 

Il giornalista non deve aver bisogno di un tesserino, utile soltanto per qualche privilegio – unico motivo per il quale molti si iscrivono pur non esercitando la professione. Al contrario, al giornalista servono soltanto una forte indipendenza professionale e una buona dose di senso critico – qualità che con Internet si stanno facendo strada anche nel giornalismo italiano, da sempre brutalmente parziale.

La redattrice del Washington Post Katharine Graham, quando incontrò il presidente Nixon in seguito allo scandalo del Water Gate, gli disse che «nel momento in cui la stampa si ferma per domandarsi quali saranno le ripercurssioni probabili di ogni notizia, non assolve più al suo compito».

Se qualcosa di simile fosse accaduto in Italia, ne saremmo rimasti all’oscuro, poiché l’Ordine esige conoscere le fonti della sua cerchia. Woodward e Bernstein non avrebbero potuto rendere noto l’abuso di potere di Nixon e del suo governo – senza contare che chi dirige potrebbe non essere così dedito all’etica come si converrebbe quando si ha a che fare con un presupposto fondamentale della democrazia qual è la libertà di stampa – e in ogni caso se fossero riusciti a pubblicare le loro scoperte sarebbero stati censurati, radiati e processati.

Sono anni che si propone di riformare l’Ordine, ma ogni volta l’organizzazione sembra essere troppo complessa e intricata, un cubo di Rubik che gioca contro di noi. Ma se è difettoso, forse bisognerebbe buttarlo via.

 

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