Odyssey, la bella fiaba di Bob Wilson

Sara Tamborrino

Dal 6 al 31 ottobre il Piccolo Teatro riporta in scena l’Odyssey di Robert Wilson, uno dei più grandi nomi del panorama artistico contemporaneo. Lo spettacolo torna a Milano dopo il debutto italiano dell’aprile 2013, ed è di nuovo sold out. Realizzata in collaborazione con il National Theatre of Greece, questa trasposizione teatrale del poema omerico che narra le peregrinazioni di Ulisse fra Troia ed Itaca presenta tratti veramente peculiari, alcuni dei quali costituiscono la ormai affermata poetica del noto regista. Il testo di riferimento non è l’Odissea originale, bensì una riscrittura realizzata dal poeta inglese contemporaneo Simon Armitage su commissione della BBC, trasmessa in radio nel 2004. L’intera opera è ridotta a ventiquattro scene con l’aggiunta di un prologo e di un epilogo; rimangono comunque intatti gli episodi salienti della narrazione, come lo sbarco nella terra dei mangiatori di loto, Polifemo, Circe, la discesa nel regno dei morti, l’incontro con Tiresia, le Sirene, Scilla e Cariddi, Calipso, l’isola dei Feaci, fino al sospirato ritorno ad Itaca con l’uccisione dei Proci ed il ricongiungimento finale con l’amata Penelope.

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La rappresentazione si apre perfettamente in linea con l’originaria natura del poema epico, che appartiene all’antica tradizione dei racconti narrati oralmente e in tal modo tramandati dagli aedi; è infatti Omero in persona che, dal proscenio, introduce gli spettatori nell’Olimpo, dove ha inizio la vicenda. È a questo punto che emerge la prima sostanziale novità dello spettacolo:

l’opera è recitata interamente in greco moderno con sovratitoli in inglese ed italiano

ad eccezione dei ruoli di Omero e dell’indovino Tiresia, entrambi interpretati da Giovanni Battaglia, unico attore italiano al fianco di diciassette colleghi greci. Questa scelta linguistica è di notevole impatto sonoro e dà vita ad una forte suggestione, a metà strada tra l’esotico e il fantastico; la musicalità del greco crea attorno al pubblico un’atmosfera magica e fiabesca.

Si tratta dunque di una decisione azzeccata, poiché l’intento del regista era proprio quello di rendere più lieve ed ironica una materia così elevata, affinché anche un bambino potesse essere in grado di apprezzarla. Non a caso le peripezie di Ulisse, messe in scena sotto forma di flashback, vengono narrate dalla regina dei Feaci, Arete, alla figlia Nausicaa, che in questa rappresentazione è resa con tratti tipicamente infantili; si tratta di una favola raccontata ad una ragazzina, che dal proscenio ascolta rapita il canto della madre insieme con gli spettatori.

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La volontà registica di Bob Wilson emerge anche dal lavoro fatto sugli attori. I personaggi assumono in diverse circostanze sfumature caricaturali, quasi macchiettistiche; le voci sono spesso contraffatte, la mimica enfatizzata in smorfie grottesche, i movimenti sono controllati ed estremizzati, le pose rigide ricordano a volte delle statue e a volte delle marionette. I volti sono truccati di bianco ed hanno i lineamenti marcati, un po’ mimi e un po’ maschere tragiche. Non vi è nulla di naturalistico o spontaneo nella recitazione di questi protagonisti, poiché l’attenzione si concentra sulla gestualità nella sua forma più esasperata, distogliendosi dal realismo delle azioni fisiche.

I personaggi calcano la scena come in un film muto, impressione ulteriormente suggerita dall’accompagnamento musicale eseguito dal vivo al pianoforte dal compositore Thodoris Ekonomou. Anche questo genere di scelta sonora, intervallata da rumori più naturali come di onde, pioggia e tempesta, si accorda alla perfezione con la messa in scena e va a sottolineare le scene più suggestive in maniera davvero coinvolgente. Quando non devono intervenire attivamente gli attori danzano come all’interno di un gigantesco carillon oppure rimangono completamente fermi.

Un’altra particolarità di questa realizzazione consiste proprio nell’aver inserito durante lo svolgimento della vicenda alcuni momenti di fermo immagine, nei quali tutti gli attori si immobilizzano per alcuni istanti, permettendo allo spettatore di cogliere la scena congelata nel suo accadere. Il ritmo della narrazione è mutevole, a tratti quasi frastornante, in altri momenti lento e solenne.

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A dare ulteriore risalto alle figure degli attori è l’utilizzo delle luci, cifra stilistica della poetica di questo regista. I movimenti e le pose che costituiscono il fulcro visivo della rappresentazione sono enfatizzati da fasci di luce che isolano i diversi personaggi o ne tracciano le silhouette, mentre un’illuminazione diffusa riveste tutta la scena di un’aura che varia dal blu al rosso nelle scene più intense o violente. Queste luci dialogano poi con il pubblico grazie alla rifrazione data da alcuni oggetti di scena come le armi di Ulisse, che le disperdono in ogni direzione.

Tutto avviene nel contesto di una scenografia semplice ed essenziale ma in continua evoluzione, grazie al movimento delle pareti laterali che trasformano lo spazio e alla presenza di uno schermo di cangiante luminosità sul fondo. In diverse circostanze il palcoscenico viene allestito con gli oggetti di scena da comparse danzanti direttamente sotto lo sguardo del pubblico. Nel corso dello spettacolo si ricorre anche ad alcune sculture sceniche davvero notevoli, come la mastodontica testa di Polifemo e la mano del ciclope che cala dall’alto per ghermire uno degli uomini di Ulisse.

Si tratta di un’opera di stampo fortemente estetico che sfrutta il contenuto immaginifico del testo di partenza, e ciò che dunque ne risulta è uno spettacolo davvero godibile dal punto di vista visivo e sonoro, ma, volendolo analizzare più a fondo, al di là di tali sensazioni poco rimane una volta usciti dalla sala. L’antinaturalismo che contraddistingue gli interpreti di quest’opera andando a stilizzarne l’emotività è infatti un’arma a doppio taglio, poiché consente una scarsa immedesimazione da parte dello spettatore. Forse quella leggerezza che il regista ha ricercato nel mettere in scena un poema di così grande portata è stata resa in maniera finanche eccessiva, e ha finito per trasformare questa Odissea in un gioco, una bella favola dalle forti suggestioni sensoriali che rischia però di rimanere fine a se stessa.

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