TPP: Trattato per pochi

Il TPP è realtà: è stato siglato il 5 Ottobre il trattato di libero scambio tra Nord-America — in primo luogo gli USA — e numerosi Stati dell’Estremo Oriente. Obama è convinto che questo trattato di libero scambio sia “molto migliore degli accordi firmati in passato” e la soddisfazione si spreca sulle bocche dei politici di ogni calibro al governo nei Paesi firmatari — come il nuovo Ministro dell’agricoltura giapponese, convinto che il TPP “aiuterà gli agricoltori giapponesi ad aumentare le vendite oltreoceano”. Secondo costoro, il TPP: creerà nuovi posti di lavoro; abbasserà i prezzi di molti prodotti venduti al dettaglio; e spingerà un corposo aumento del PIL in tutte le nazioni coinvolte.

Tutto questo abbattendo le tasse sui commerci transnazionali tra le nazioni coinvolte e omologando una serie di norme, regole e leggi sui brevetti — ad esempio quelli farmaceutici — che costituivano un ostacolo al commercio tra le due sponde del Pacifico. Così facendo, si creerà un’area di libero scambio che comprenderà il 40% dell’intero commercio mondiale.

Le trattative per quello che sarebbe diventato il TPP incominciano in modo anonimo nel 2002. Un drappello di stati intorno al Pacifico (Brunei, Cile, Nuova Zelanda, Singapore) iniziano a trattare senza troppe pretese per agevolare alcuni scambi commerciali. Nel 2008 però gli USA decidono di entrare nel progetto e, visto il loro peso economico, finiscono per appropriarsene: da allora le trattative vengono portate avanti praticamente in segreto e in parallelo con il fratello atlantico, il TTIP, fino a settimana scorsa.

Ma questi sette anni sono stati abbastanza per far sorgere numerose critiche all’operazione: sia sul piano puramente economico — il TPP è poi un affare così succoso? Chi ci guadagna davvero? — sia su quello politico.

TPP
La segretezza delle trattative è stata quasi morbosa: i negoziati sono stati portati avanti a porte chiuse dai governi e dagli emissari delle grandi aziende multinazionali senza che nemmeno i deputati dei vari Paesi potessero conoscerne i dettagli. Il Presidente USA Barack Obama, ad esempio, ha fatto in modo che l’approvazione del TPP passasse su una corsia preferenziale al Congresso — il cosiddetto Fast track — in modo da poter essere votato a scatola chiusa ma non modificato dai membri dell’assemblea. Obama ha detto che renderà completamente pubblico il testo, ma solo dopo che sarà stato approvato — tuttavia, a Marzo, Wikileaks aveva divulgato un passaggio del trattato che sarebbe dovuto restare segreto fino a quattro anni dopo la firma definitiva. Le rivelazioni di Wikileaks sono stati a lungo l’unica fonte certa di notizie sul TPP.

Il vero tasto dolente è il cosiddetto sistema ISDS (investor-state dispute settlement),

di cui abbiamo negli scorsi mesi parlato diffusamente riguardo al TTIP. Approvando il TPP, gli Stati firmatari accettano l’imposizione di arbitrati internazionali al di sopra del loro potere legislativo, incaricati di risolvere le controversie che dovessero nascere tra una società privata e uno Stato se quest’ultimo dovesse in qualche modo ledere i diritti della società così come siglati dal trattato.

Un esempio già fatto più volte ma sempre illuminante è quello dell’Uruguay, che qualche anno fa ha firmato un trattato bilaterale con la Svizzera, accettando l’imposizione di arbitrati internazionali, e ora rischia di dover pagare una multa astronomica alla multinazionale del tabacco Philip Morris per aver lanciato una campagna antifumo. Da notare che in questi veri e propri tribunali a emettere sentenze non sarebbero magistrati o membri del potere giudiziario, ma personaggi scelti dalle parti in causa solo per il “processo” — che rendono più simile la dinamica a un patteggiamento tra vicini di casa che a questioni di economia internazionale.

La posizione privilegiata e di sempre maggior potere delle grandi multinazionali rispetto addirittura agli stati sovrani sembra essere un tratto distintivo del TPP. Polemiche aspre si sono scatenate ad esempio riguardo alle nuove normative sui brevetti farmaceutici: Medici Senza Frontiere ha definito il trattato “il peggior accordo commerciale per l’accesso ai medicinali nei Paesi in via di sviluppo della storia”. Il timore, condiviso da molte altri osservatori e ONLUS, è che le clausole del trattato facciano schizzare alle stelle i prezzi dei medicinali in ogni parte del mondo, e soprattutto nei Paesi meno sviluppati.

Le grandi case farmaceutiche sono state in prima linea nelle negoziazioni, cercando di ottenere durate sempre maggiori per la durata dei brevetti esclusivi dei nuovi farmaci, sostenendo che questo favorirebbe la ricerca scientifica — motivazione molto popolare tra le multinazionali di qualsiasi genere per bloccare grosse fette di mercato, come si è visto nel dibattito sulla Net Neutrality. Inizialmente le multinazionali del farmaco puntavano a ottenere brevetti esclusivi della durata di dodici anni, ma sono riuscite a spuntarne solo cinque.

Le grandi ditte sembrano dunque essere coloro che trarranno i maggiori profitti dall’entrata in vigore dell’accordo, lasciando ai lavoratori e al settore pubblico, nel migliore dei casi, le briciole. Se n’è accorto anche il premio Nobel Paul Krugman dal suo spazio online al New York Times, dove ha dichiarato che il TPP “sembra meglio di quanto pareva all’inizio”, ma facendo notare che il trattato sembra più riguardare “il rafforzamento della proprietà intellettuale e il potere delle multinazionali nella risoluzione delle controversie”.

L’elenco degli scontenti, ancora molto lungo, comprende infatti molti di coloro che per motivi lavorativi hanno a che fare con questioni di copyright: dagli scrittori di fanfiction giapponesi, che potrebbero dover sbaraccare la loro fiorente attività, ai programmatori informatici e agli artisti, che vedranno allungare i diritti sulle proprietà intellettuali fino a settant’anni. La stretta in questo campo è arrivata direttamente dal Nord-America, dove gli Stati Uniti e anche il Messico sono molto rigidi sul tutelare i possessori dei diritti e nel punire chi prova ad aggirare le normative del copyright. Una clausola autorizza i governi addirittura a distruggere i computer sui quali sono installati programmi appositi — per rischiare di vedere il proprio computer sequestrato, per assurdo, basta installare sul proprio pc un programma per rippare DVD.

Il vero scontento però è un altro, ben più potente: la Cina.

L’intero accordo, infatti, è concepito dall’amministrazione statunitense con l’intento di creare una collana soffocante per il gigante asiatico. Basta osservare una cartina per capire l’assedio economico a cui l’economia cinese potrebbe andare incontro: Giappone, Australia, Malesia — le maggiori economie della zona con l’esclusione della Corea del Sud, che pure si è dichiarata ad aderire in un prossimo futuro — entreranno ancora con maggior decisione nell’orbita economica statunitense. Il Presidente Obama ritiene quest’opera di imbavagliamento una tappa importante della propria politica estera, che potrebbe diventare pesante in vista delle prossime elezioni.

Ora non resta che aspettare l’approvazione del Congresso USA, quasi scontata, e la pubblicazione del testo integrale promessa dal Presidente statunitense. E prepararsi al TTIP. Potete cominciare a farlo sul sito di Vulcano, con alcuni nostri lavori:
Non esistono pasti gratis: Transatlantic Trade and Investment Partnership for dummies
Magma #116: TPP TVB ..?

Stefano Colombo
Studente, non giornalista, milanese arioso.

Commenta