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Islamofobia e altri miti

Laura Loguercio

Uno dei fenomeni collegati al difficile periodo in cui ci troviamo è la creazione, tanto rapida quanto radicale, di una nuova classe di stereotipi. Come già successo in condizioni di crisi – in alcuni casi, addirittura secoli fa – oggi alcune parole stanno acquisendo un significato completamente nuovo che, però, tende ad essere presentato come se fosse stato connaturato in esse fin dalla loro origine. Per esempio, l’associazione tra le parole “arabo”, “musulmano” e, automaticamente, “terrorista” si sta facendo sempre più strada nell’immaginario comune. Certamente il fatto che IS sia proprio l’acronimo di Stato Islamico non fa che aumentare queste convinzioni in coloro che non riescono ad arrivare abbastanza in là da smentirle.

islamofobia1Quindi cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.
Per prima cosa, non vi è alcun legame di tipo necessario tra arabi e musulmani. Mentre il primo aggettivo definisce infatti l’appartenenza etnica e linguistica di un individuo, il secondo ha una connotazione religiosa. Nulla impedisce ad un arabo di essere cristiano o ebreo come niente nega ad un italiano di adottare la fede buddhista o di essere ateo. Quanti di noi, pur abitando in uno dei Paesi di più forte tradizione cristiana, si sono discostati dalla religione cattolica? Ecco, lo stesso principio è applicabile agli abitanti della penisola arabica.  Confondere “mondo arabo” con “mondo musulmano” è quindi un errore grossolano. Possiamo considerare queste espressioni come due insiemi i cui elementi in comune, per quanto numerosi, non esauriscono il contenuto totale di entrambi. Come vi sono infatti arabi non musulmani vi possono essere musulmani non arabi: il ragionamento, ovviamente, funziona anche al contrario. Secondo uno studio del 2011 portato avanti dal Pew Research Center di Washington DC intitolato “The Future of the Global Muslim Population” il Paese con il più alto numero di musulmani tra i suoi cittadini sarebbe infatti l’Indonesia, seguita da Pakistan, India e Bangladesh. Dobbiamo arrivare al quinto posto per veder apparire nella classifica il primo Paese della lega Araba: l’Egitto.

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Ultimamente sempre più spesso capita di incorrere in persone che condannano l’Islam o, peggio, il mondo arabo tout court per le stragi commesse a Parigi, in Siria, in Libano. La minaccia della generalizzazione incombe, dai media officiali alle conversazioni tra amici. Per avere un chiaro esempio di ciò a cui mi sto riferendo basta citare l’ormai famoso titolo riportato dalla prima pagina del quotidiano nazionale Libero in data 14 novembre 2015: “Bastardi islamici”. Senza tanti esercizi retorici o interpretativi, Belpietro ha espresso perfettamente un concetto al quale una componente sempre più numerosa di persone rischia di conformarsi — quella generalizzazione, quell’inclusione snaturata di persone in un crimine che non hanno fatto nulla per alimentare.

Le comunità islamiche di tutta Europa non hanno tardato a farsi sentire per dissociarsi pubblicamente da azioni che non possono riconoscere come proprie.

In un Comunicato stampa la Federazione delle organizzazioni Islamiche d’Europa (FIOE) ha infatti annunciato direttamente da Bruxelles: “La Federazione delle organizzazioni islamiche in Europa condanna gli attacchi terroristici vissuti la sera di venerdì 13 novembre, 2015 nella capitale francese, Parigi e che hanno causato decine di vittime innocenti.”. Sulla stessa linea si sono poste le numerose sezioni locali delle comunità italiane.

In seguito alla condanna contro gli “assurdi attacchi terroristici a Parigi” espressa da Ahmed al Tayyeb  – imam di Al Azhar, il centro teologico più importante dell’Islam sunnita – ha raggiunto una particolare rilevanza anche l’iniziativa #NotInMyName, lanciata dalla comunità islamica inglese e presto diffusasi in numerosi Paesi europei (tra cui l’Italia). In un breve ma illuminante video una serie di credenti musulmani, uomini e donne, giovani e anziani, si dissociano caldamente da coloro che hanno compiuto atti terroristici definendosi impropriamente rappresentanti dell’Islam.

Non è avvenuto in mio nome perché è totalmente anti-islamico. Perché abusano di cuori e di menti. Perché non hanno alcuna compassione

è ciò che si legge sull’home page dell’iniziativa. La campagna, inoltre, aveva già riscosso un discreto successo in seguito alla vicenda di Charlie Hebdo.

La lotta al luogo comune non è però rimasta confinata al mondo virtuale. Le manifestazioni e gli eventi pubblici organizzati dal mondo arabo al fine di condannare le violenze sono state numerose, specialmente nei Paesi occidentali. Su questo fronte si è posta senza dubbio l’associazione Giovani Musulmani d’Italia (GMI), nata nel 2001 con lo scopo di promuovere la piena integrazione dei cittadini musulmani nella società italiana contemporanea e diffondere una corretta visione dell’Islam, smentendo così stereotipi e luoghi comuni che vanno a colpire sempre più personalmente i fedeli. Il gruppo, presente nella maggior parte delle provincie italiane, organizza attività settimanali di vario tipo: spiegazioni riguardanti l’interpretazione del Corano, dibattiti su temi pratici ed etici fino ad eventi di volontariato come donazione del sangue o collaborazione con i servizi di pulizia delle città.

Geva, studentessa al primo anno di Filosofia presso l’Università Statale di Milano, è uno dei rappresentanti della sezione GMI di Monza. Nel corso di una recente intervista rilasciata a Vulcano la ragazza ha affermato senza alcuna esitazione: “condanniamo i fatti di Parigi. Sono crimini contro l’umanità e, in quanto tali, non possono e non devono essere giustificati in alcun modo”. Nonostante i membri del gruppo non si siano mai trovati in prima persona in situazioni scomode durante le attività organizzate, la paura sale anche tra i giovani musulmani poiché gli insulti – che prima si limitavano a pure manifestazioni di ignoranza senza alcuna base – iniziano ora ad essere sostituiti da vere e proprie minacce.

Non è raro infatti incontrare articoli o anche semplici post sui social networks che incitano, senza tanti giri di parole, ad “eliminare (fisicamente) gli arabi” o, perlomeno, “esiliarli dal nostro Paese”.

La diffidenza, afferma Geva, è comprensibile considerando la tragicità di ciò che sta succedendo, ma da questo a proposte concrete di stampo razzista il passo è troppo breve. «Prima di essere musulmani siamo persone, la nostra religione non fa di noi dei terroristi. Mi spaventa il fatto che l’ignoranza si stia ampliando e che si possa realmente passare dalle parole ai fatti». L’ISIS, continua la ragazza, colpisce tutti senza fare distinzioni e «Se davvero tutti noi credenti islamici sostenessimo il terrorismo avremmo già preso il sopravvento secoli fa e questo dialogo non sarebbe mai nemmeno lontanamente avvenuto», scherza.

Geva pone poi l’accento sul fatto che tutti i credenti islamici del suo gruppo sono, prima di tutto, cittadini italiani e quindi è loro dovere tanto rispettare i precetti religiosi quanto conciliarli con le leggi del diritto positivo. Non sempre ciò è facile e un esempio lampante di questo problema si riscontra nell’infinito dibattito riguardante la questione delle moschee: ad esempio, nella provincia di Milano è presente una sola moschea, a Segrate, e nonostante gli innumerevoli progetti e bandi creati nessuno sembra per ora intenzionato a permettere la costruzione di un luogo di culto decoroso per la sempre più corposa comunità islamica dell’hinterland milanese.

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Sempre più controversa risulta ormai anche la questione del Corano: è difficile infatti capire tra le decine e decine di interpretazioni che si leggono in rete quali debbano essere considerate valide e si rischia così di incappare nell’errore. È questo uno dei punti fondamentali sul quale si basano gli oppositori dell’Islam e una delle principali cause del processo di generalizzazione, in quanto il Corano è letto, citato e interpretato tanto dai terroristi quanto dai fedeli musulmani. Come può uno stesso testo giustificare due comportamenti così differenti? Lo abbiamo domandato a Elisa Giunchi, docente di Storia e Istituzioni dei Paesi Islamici presso l’Università Statale di Milano.

Giunchi ha spiegato che quando nel VII secolo d.C. fu messa per iscritto quella che ancora oggi è considerata la versione canonica del Corano si decise di ordinare i capitoli in ordine decrescente per lunghezza. Per questo motivo, passi che cronologicamente furono scritti per ultimi vennero invece inseriti per primi: si è così di fatto invertito l’ordine della Rivelazione. Il problema acquista importanza concreta considerando che i versi che noi oggi leggiamo all’inizio del testo sacro furono invece composti in un periodo di guerra all’interno del proto-stato islamico e, di conseguenza, hanno un carattere maggiormente prescrittivo e violento proprio a causa del contesto storico nel quale vennero composti. Mentre alcuni capitoli elaborati in precedenza invitano alla pace e alla coesistenza, lo scatenarsi dei conflitti all’interno della complessa storia islamica del VII secolo determinò un cambio di interessi e di prospettiva anche per quanto riguarda la stesura dei versetti.

La questione si complica ulteriormente quando, assumendo che il testo del Corano è per sua natura caratterizzato da questa sorta di “bipolarismo” interno, i giuristi classici decisero che tra le due letture dovesse prevalere quella cronologicamente più recente: quella, cioè, dal carattere più virulento. Nonostante questo, ad un’analisi più approfondita, quando nel Corano si afferma che è necessario “uccidere gli idolatri”– vale a dire i politeisti – si riferisce ai politeisti arabi che non volevano accettare la nuova religione. E si tratta peraltro di un versetto che non è quasi mai stato applicato.

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Per quanto riguarda le tradizioni monoteistiche, quelle cristiana ed ebraica, il Corano specifica che la battaglia ha un fine politico, l’accettazione della supremazia musulmana, non la conversione. La lettura che i jihadisti danno di questi passi appare quindi chiaramente distorta.

“Siamo di fronte a una reinvenzione dell’islam, dove i versetti più virulenti, relativi ai politeisti, vengono assunti come l’unica vera essenza del Corano e , estrapolati dal contesto, vengono applicati anche a cristiani e ebrei” afferma Giunchi.

Senza dubbio le cause di questa radicalizzazione sono da ricercarsi anche (se non soprattutto) nei complessi e articolati processi politici che hanno toccato tanto il mondo musulmano quanto quello occidentale negli ultimi decenni. Curioso è anche il fatto che il Vecchio Testamento si presti ad interpretazioni violente tanto quanto il Corano. La differenza fondamentale tra i due Libri Sacri è che mentre il primo viene considerato un testo volto a comunicare il messaggio divino, esso resta pur sempre un documento scritto dall’uomo e quindi contestualizzabile in una situazione sociale e storica; mentre il Corano è invece da sempre letto e tramandato come “parola di Dio” e ciò lo rende chiaramente molto più difficile da modificare.

Nell’Islam, inoltre, non c’è un “Papa”, una figura che possa decidere cosa è vero e cosa non lo è; di conseguenza nessuno può imporre quale sia la modalità di interpretazione corretta. In questo senso, ciò che è vero per un musulmano rappresenterà la sua personale verità e nessuno potrà andare a contestarla (sempre rimanendo all’interno di determinati dogmi comuni a tutti i credenti).

Questo è un altro dei tanti fattori utilizzati dagli estremisti per sostenere la correttezza della loro ideologia: sfruttare la libertà di interpretazione di un testo sacro per giustificare atti violenti e disumani.

Il legame tra “arabo”, “islamico” e “terrorista” è molto più complesso e articolato di quanto si possa leggere nei post razzisti e islamofobici che spopolano su tutti i social network. Con questo non si intende dare una giustificazione per gli atti terroristici accaduti a Parigi, ma liberare coloro che non hanno colpa dall’accusa di un crimine troppo grande per poter essere sopportato.

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