Opinione. L’Art de la guerre

È indiscutibile sia di massima urgenza trovare una soluzione che riporti stabilità in Siria. La soluzione dovrà inevitabilmente coinvolgere giocatori poco amati dall’Europa — Putin, Assad — ma è l’unica via da cui passare per indebolire lo Stato Islamico.
Tuttavia, è impossibile non rimanere sbigottiti di fronte alla velocità irrazionale con cui la Francia ha reagito agli attentati di venerdì notte, scatenando la propria furia esplosiva su Raqqa, e dichiarando guerra a Isis.

La prima domanda che sorge spontanea, di fronte ai bombardamenti sulla città siriana, è quale sia il piano con cui Hollande intende guidare l’Europa in guerra. Era un attacco disegnato nei mesi scorsi all’inizio dei primi bombardamenti, rimandato perché difficile da giustificare ad alleati e cittadinanza? Oppure è una reazione completamente irrazionale, “di pancia”, direbbe Renzi?
Bisogna sperare la prima: che la Francia abbia cospirato alle spalle dei Paesi dell’Unione Europea e della NATO — non sarebbe la prima volta, perché l’alternativa è un grave crimine di guerra.

È mozzafiato la velocità con cui si è passati dal lutto al gridare guerra, dalle grida ai bombardamenti, fino all’accordo europeo di ieri per il supporto all’operazione francese.
Si vuole dimostrare forza, capacità decisionista, e invece si appare impulsivi, violenti quanto il nostro nemico, solo dotati di armi più costose e sofisticate, le armi con cui non ci si sporca la faccia di sangue.

L’attenzione mediatica riservata ai morti di Raqqa è stata prossima al nulla.
Sarebbe scandaloso se non fosse normale. Oltre la spessa cortina di retorica su quanto siamo buoni e ospitali, politica, informazione e società stessa operano una programmatica azione di segregazione contro musulmani e minoranze etniche.

È segregazione mentale, così che quando Hollande dichiara che Daesh “ha dichiarato guerra alla Francia”, nessun commentatore sottolinea come Daesh stia principalmente facendo guerra contro altri musulmani, e non contro l’Occidente.
E soprattutto, come la guerra contro lo Stato Islamico, l’abbia iniziata la Francia lo scorso 27 settembre.
Ma i morti musulmani, che li faccia la Francia o ISIS stesso, ci interessano poco, forse niente.

Sono morti uguali, ma non sono vite uguali.

Le attività quotidiane di ISIS hanno goduto in questi mesi di spazi ampi sulla stampa nazionale, ma della scala reale delle loro violenze si è parlato relativamente poco perché in qualche modo, non ci riguardavano. Non troverete pagine web con le foto delle loro vittime siriane, non troverete i ricordi strazianti. ISIS era già identificato come un temibile nemico, ma della guerra senza sosta che combatte in casa ci è sempre interessato poco, quasi in misura favolistica — una storia dell’orrore per insegnarci a non fidarsi del prossimo, soprattutto quel prossimo.

È impossibile immaginare sul lungo termine una soluzione al problema del terrorismo di matrice islamica che non preveda la completa fusione culturale — non l’integrazione, sinonimo del ventunesimo secolo per conversione, ma una vera interazione culturale.
È sconvolgente che quella dell’integrazione sia la proposta progressista, “di sinistra” nel dibattito sul cosa fare della minoranza araba.
È forse l’identificatore più preoccupante di tutti: la conversazione è slittata così tanto verso posizioni di insensata aggressività che è accusato di buonismo chi, falso magnanimo, sostiene che l’unica via verso la pace sia la normalizzazione dei diversi.

Il mondo è pieno di differenze culturali, ed è bellissimo per questo. Le incompatibilità culturali, invece, sono un costrutto completamente artificiale, realizzato per bloccare gruppi etnici in uno strato sociale ridotto in condizioni di estrema povertà, a cui viene negato il diritto allo studio e alla casa, vittima di persecuzioni da parte dello Stato e dai cittadini stessi.
È la condizione in cui versano i rifugiati che arrivano in Europa proprio fuggendo dalle violenze di cui qui li accusiamo, è la condizione in cui vivono tutti i gruppi etnici minoritari sul suolo europeo.
Sfruttati e armi involontarie della Società, sono il sottoproletariato contemporaneo.

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La verità è che il problema delle incolmabili differenze culturali è risolto da secoli: l’abbiamo risolto con l’invenzione dello Stato laico, e prima ancora, l’abbiamo risolto con la democrazia.

(Quelli europei sono modelli assai imperfetti di Stato laico e democratico, ma sono per lo meno funzionanti.)

Nel contesto di uno Stato che disinnesca le questioni morali della religione e le sostituisce con una discussione sui meriti delle proprie leggi, uno Stato guidato da chi ha convinto piú persone che la propria visione del mondo, spesso conflittuale con quella degli altri partecipanti al sistema democratico, sia quella corretta. Almeno per i successivi pochi anni.
La piazza politica europea non potrebbe essere oggi piú variegata e discorde. Si contendono il potere partiti che hanno idee diametralmente opposte sui diritti di poveri, indifesi e stranieri, su quale sia il ruolo dello Stato nel garantire un’economia stabile e sana, sui diritti LGBTQ.
Dall’altra parte dell’Oceano, Benjamin Carson, tra i favoriti alle primarie repubblicane per la Presidenza degli Stati Uniti, crede che gli scienziati si sbaglino a sostenere che le piramidi siano state costruite “con l’aiuto degli alieni”, sostenendo che “Non servono gli alieni quando si può contare sull’intervento divino.”

L’Europa non può pretendere di disinnescare l’aggressione dello Stato Islamico senza accettare senza se e senza ma un vero confronto sulla condizioni delle minoranze etniche.
Il concetto stesso di Europa si fa chiaro solo dopo il VII secolo — come unico fattore unificante? La lotta contro l’invasore arabo.
Questa è la sfida dell’Europa — se vogliamo pretendere una interazione tra culture, dobbiamo lasciare alle spalle uno dei pochissimi fattori unificanti del nostro continente: la lotta agli infedeli.

Accettare questa sfida vuol dire lavorare per una massima inclusività di minoranze in tutti i luoghi della politica e dei media, vuol dire rivedere a livello unitario le norme per l’edilizia religiosa, e ristrutturare profondamente i programmi scolastici, specchio di come ogni governo voglia il proprio Paese.
Oggi invece, l’Europa si prepara ad essere una casa ancora meno ospitale per il popolo arabo, non piangendo ma sputando sugli spettri di Parigi e Raqqa.

Alessandro Massone
Designer di giorno, blogger di notte, podcaster al crepuscolo.

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