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Quel sabato dopo

Da Parigi,
Aura Parra

Qua le foglie secche coprono le strade, gli angoli sono pieni della solita spazzatura, i muri sono bianchi come al solito e i tetti grigi con balconi vestiti di verde opaco. Sembra un sabato mattina qualunque tranne che per le sirene, la metropolitana ridotta, i militari per strada, gli elicotteri e gli sguardi sconvolti dei passanti. Cercano occhiate complici, qualcuno che sorrida, una parola, un gesto, una sorta di consolazione, una spiegazione che si sa inesistente in questa follia iniziata alle 22 di venerdì 13 novembre.

Nei panifici non si saluta con un bonjour, si scambiano occhiate, si chiede il pane, si paga e si va. Niente sorrisi, niente scambi di battute né commenti sul tempo. I giornali titolano il massacro, l’orrore, la paura e il panico, le foto di ragazzi che piangono per strada, madri che si chiedono dove siano i propri figli, vicini di quartiere che non riescono a capire cosa stia accadendo o semplici passanti a cui è cambiata la vita una sera qualunque in centro a Parigi.

La follia è incominciata verso le 22 in ben sette punti diversi della città — inizialmente si parlava di 600 feriti ora le cifre confermano 130 morti e 300 persone ricoverate in ospedale.

Il governo ha dichiarato lo stato di emergenza fino al 26 novembre, in caso vi fosse necessità di prolungarlo sarà il Parlamento a dover approvare la misura. In questo momento le frontiere sono controllate, la frequenza delle linee di metro è diminuita, i militari hanno posti di blocco nelle periferie e la Torre Eiffel sarà spenta fino a nuovo ordine.

Gli attentati di venerdì si sono verificati in svariate zone della città, quattro delle quali molto vicino al centro. Il primo ha avuto luogo allo stadio mentre si giocava la partita Francia-Germania; le storie surreali raccontano di tentativi di evacuazione, tifosi a cui non è stato permesso di uscire e una partita che si è giocata fino a quando gli spettatori non sono entrati in campo. Davanti a un ristorante cambogiano nella Rue Bichet un uomo ha iniziato a sparare indiscriminatamente contro la folla; lo stesso è successo vicino alla zona centrale di Les Halles e nella Rue Charonne. Il massacro più grande ha avuto luogo in una sala concerti nella zona di Rèpublique, il Bataclan, che – frequentato da giovani appassionati di musica – ogni settimana ospita concerti di gruppi di diversi generi offrendo un’ampia gamma musicale. Al Bataclan due uomini hanno preso 100 persone come ostaggi e hanno iniziato a sparar loro uno alla volta, finché non sono stati uccisi dalla polizia.

ITALY-FRANCE-ATTACKS-PARISGrab via

La sera di venerdì verso le 22 le prime informazioni le possiede Radio France: corrispondenti sconvolti e piangenti raccontano quello che vedono per strada, cronisti sportivi che si trovano ancora allo stadio non credono ai propri occhi e chi cerca testimonianze per strada si trova con il silenzio dei passanti incapaci di pronunciare parola davanti all’orrore. Pochi minuti dopo le telecamere si trovano sul posto, le TV fanno ore e ore di diretta cercando di capire e spiegare cosa sia successo, si sente nell’aria molta confusione, chiamano esperti in migrazione, in relazioni internazionali e gli islamisti. Intanto Hollande si pronuncia sentenziando: “La Francia è in guerra”.

Il giorno dopo, quell’istante in dormiveglia dove tutto sembra essere normale – solo un’altra mattina di novembre – dura pochi secondi. L’amarezza invade il cuore e i pensieri vanno a quelle famiglie che ora sono ospiti a L’Ecole Militaire, dove riceveranno aiuti psicologici. Contempli il soffitto bianco, il piumone beige e le lenzuola verde acqua, osservi chi dorme di fianco a te, ti avvicini e ti senti fortunato, fortunato di essere riuscito a dormire nonostante tutto.  Le TV continuano a trasmettere, le rotative stampano le prime pagine e gli edicolanti le sistemano nelle vetrine, si conferma la quantità di morti mentre i militari fanno il cambio di turno. Il bisogno di uscire di casa è opprimente, la voglia di vedere le strade che percorri tutti giorni per confermare infantilmente che stanno ancora lì ti assale.

Allora prendi il cappotto ed esci, il vento invernale ti avvolge ed ecco le tue strade, un uomo corre mentre una giovane ragazza porta il cane a passeggiare, alcuni bambini giocano sulle scale e i venditori di frutta smistano la merce. Qua sembra un giorno normale, ma nulla sarà mai più uguale; qua a Parigi il mondo è cambiato un venerdì 13 novembre.

 

Foto copertina via Marie Claire

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