A teatro come al bar, La bottega del caffè

Sara Tamborrino

Il Teatro Leonardo saluta la fine del 2015 mettendo in scena fino al 1 gennaio 2016 La bottega del caffè, una commedia adattata dal testo originale di Carlo Goldoni da Valeria Cavalli, che ha curato la regia dello spettacolo insieme a Claudio Intropido.

La trama goldoniana si svolge in una sola giornata a Venezia, durante il Carnevale. Ridolfo, che gestisce una bottega del caffè con il suo garzone Trappola, cerca di aiutare il mercante di stoffe Eugenio che sta rovinando la sua vita con il gioco d’azzardo nella bisca di Pandolfo, dove perde tutto il suo denaro per mano del baro Flaminio, giovane torinese conosciuto sotto il falso nome di Conte Leandro. Costui, nonostante sia già sposato, mantiene tra vane promesse l’ignara ballerina Lisaura, che spera di potersi sistemare con lui; anche Eugenio le rivolge delle avances, mentre la povera moglie Vittoria cerca invano di farlo ravvedere, così come la donna abbandonata da Flaminio, Placida, che compie un viaggio fino a Venezia per ritrovare il marito. Entrambe vengono osteggiate nei loro tentativi di riconciliazione da Don Marzio, un nobile napoletano pettegolo e bugiardo che racconta ogni sorta di menzogna sulle tresche reali o presunte di Eugenio e Flaminio, ingarbugliando ulteriormente la situazione. Alla fine però il caffettiere Ridolfo riesce a far rinsavire i due uomini, che ritornano dalle rispettive mogli; Pandolfo viene arrestato per truffa e Don Marzio è costretto a lasciare la città a causa delle continue maldicenze che lo hanno reso inviso a tutti.

Luoghi di ritrovo come la bottega del caffè e la bisca costituiscono, in quanto teatro dell’azione, l’espediente perfetto per raccogliere un campione di umanità che comprende i più disparati caratteri.

Il convergere di personaggi di ogni tipo in ambienti che, a causa dell’ininterrotto flusso di persone, sono caratterizzati da pettegolezzo, curiosità e maldicenza offre la causa scatenante per intrighi di ogni genere, che per l’occasione danzano sulle musiche composte da Gipo Gurrado.

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In questa rappresentazione però non è la Venezia settecentesca a fare da sfondo alla vicenda, ma una sorta di fumosa Las Vegas, tutta luci, paillettes, frange, carte da gioco ed abiti sgargianti. La bisca posta al centro è un luogo chiuso, quasi soffocante, delimitato da un tendone rosso che cela un’atmosfera densa ed ammaliante che con il suo torbido fascino attrae irresistibilmente a sé ogni sorta di umanità, attraverso l’allettante promessa di fortuna ed ingenti guadagni. A questo luogo di eccesso si contrappone nettamente la bottega dell’onesto Ridolfo in primo piano, nella quale predominano colori chiari e tenui, uno spazio trasparente che non ha nulla da nascondere.

La scelta di una simile scenografia esplicita l’argomento cardine di una rappresentazione che vuole rivisitare un testo classico, il cui fulcro diventa l’ossessione per il gioco d’azzardo, tematica quanto mai attuale. Non si tratta di un discorso semplice da affrontare; gli attori stessi che traducono in azione l’opera lo definiscono come qualcosa di inspiegabile, poiché è un lasciarsi trascinare consensualmente all’interno di un meccanismo deleterio, che nonostante tutto viene addirittura pubblicizzato, dal quale si esce immancabilmente prosciugati e sconfitti.

L’unico che non perde mai è il diabolico Pandolfo, che a prezzo dell’anima degli avventori vende loro un’illusione di libertà e ricchezza, precipitandoli invece nel vortice di una dipendenza che ne sancirà la rovina, corrodendo le relazioni umane fino al disfacimento. Egli è il malvagio burattinaio che muove i fili del gioco; a lui è affidato il prologo che presenta un’umanità disperata pronta a farsi schiava nella speranza di un guadagno.

la bottega del caffè (7)

Un ruolo analogo è rivestito dal bugiardo Don Marzio, definito come la “tromba della società”, che tesse e declama a gran voce i suoi intrighi costruendo realtà fasulle nelle quali i protagonisti si smarriscono e perdono di vista la verità. Non vi è alcun motivo in grado di giustificare le sue falsità se non il piacere che egli sembra trarne, ed è questo tratto a rendere il personaggio quasi inquietante nella sua crudele e costante opera di diffamazione generale.

In questo spettacolo spiccano a tal punto caratteri negativi anche perché non vi sono eroi in grado di salvare la situazione. Il finale della vicenda infatti non vede alcuna risoluzione positiva; il lieto fine sperato sembra giungere con il riunirsi delle mogli ai mariti, ma si tratta di un attimo, poiché l’ossessione per l’azzardo non concede tregua, ed Eugenio, richiamato inesorabilmente verso il tendone rosso dal potere delle sue suadenti promesse, ancora una volta ne attraversa la soglia, perdendosi in un circolo vizioso che non lascia intravedere alcuna via d’uscita. La struttura ad anello della rappresentazione riporta lo spettatore dritto all’inizio, con gli uomini che si giocano la vita, le donne che senza arrendersi si rimettono in viaggio alla ricerca dei mariti, e Ridolfo solo nella sua bottega. Nessuno viene punito e nessuno si redime; l’ultima minacciosa parola spetta al trionfante Pandolfo: “Si torna sempre nella mia bisca”.

Un finale così amaro, nonostante si tratti di una commedia, getta una luce sarcastica ed impietosa sulle bassezze umane, su comportamenti e realtà che interrogano direttamente il pubblico sulla propria condizione. Questo è l’intento più profondo di un’opera che Goldoni apre, ne L’autore a chi legge, con queste pungenti parole: “I miei caratteri sono umani, sono verisimili, e forse veri, ma io li traggo dalla turba universale degli uomini, e vuole il caso che alcuno in essi si riconosca. Quando ciò accade, non è mia colpa che il carattere tristo a quel vizioso somigli; ma è colpa del vizioso, che dal carattere ch’io dipingo, trovasi per sua sventura attaccato”.

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