Armi&Aborti


Laura Loguercio

Martedì 2 dicembre Stacy Newman, deputata democratica del Missouri, ha presentato alla Camera dei Rappresentanti un provvedimento piuttosto particolare e destinato a provocare numerose contestazioni. Affermando che “i colleghi non le hanno lasciato scelta a causa delle loro dichiarazioni a favore del diritto alla vita”, la Newman ha proposto di applicare le leggi che al momento regolamentano l’aborto alla vendita di armi.

Questo significherebbe, innanzitutto, un’attesa minima di 72 ore prima di poter portare a termine l’acquisto, che dovrebbe inoltre sempre essere preceduto da un colloquio in cui si illustrano al candidato i possibili rischi connessi all’acquisto di un’arma, corredati da video e opuscoli che mostrano i danni e le potenziali violenze delle armi da fuoco. Successivamente, il richiedente sarebbe tenuto a visitare un centro dedicato alla cura di feriti e vittime di sparatorie e ad avere un colloquio con un’autorità religiosa che abbia celebrato il funerale di almeno una vittima. Inoltre, prima di poter entrare in un qualsiasi rivenditore di armi, l’acquirente dovrebbe percorrere almeno 120 miglia (circa 200km), simbolo della distanza media che ogni donna percorre (più volte) prima di trovare una clinica in cui poter portare a termine legalmente e in modo sicuro un aborto.

“Parliamo di vita continuamente, ma quando si tratta di proteggerla l’unica risposta che siamo in grado di dare è aumentare le armi” ha dichiarato Newman all’Huffington Post.

Nonostante l’approvazione della proposta sia quantomeno improbabile, la deputata è finalmente stata capace di mettere in relazione due temi profondamente simili e ha dimostrato come essi vengano trattati e percepiti in maniera diametralmente opposta dalla legge statunitense.

Il Missouri, stato d’origine della Newman, nel 2013 è stato il dodicesimo Paese americano con il più alto numero di morti causate da armi da fuoco e le leggi statali non sembrano regolamentare in alcun modo il traffico di pistole, fucili o carabine. Non è infatti necessario presentare alcuna liberatoria per acquistare un’arma; la quantità che se ne può acquistare è illimitata così come quella delle munizioni che si possono avere nella propria abitazione; ai rivenditori non è richiesta nessuna licenza particolare e questi possono liberamente commerciare anche con armi d’assalto o di alto calibro.

NRA

Tutto il contrario invece per l’aborto.

Nel 2011, il 97% delle contee del Missouri non aveva alcuna clinica abortiva e, quindi, le migliaia di donne che dovevano sottoporsi all’intervento erano (e sono tuttora) costrette a viaggiare centinaia di chilometri anche solo per raggiungere un ospedale abilitato, decoroso e sicuro da un punto di vista sanitario, perdendo così preziose ore di paga poiché, ovviamente, l’aborto non prevede la concessione di alcun permesso lavorativo. Una volta raggiunta la clinica le gravide devono sottoporsi a sedute con consulenti che spiegheranno nei dettagli i rischi e le controindicazioni del trattamento e proporranno soluzioni alternative. Se nonostante i tentativi di dissuasione la donna dovesse decidere comunque di sostenere un aborto dovrà anche provvedere a coprirne i costi: il trattamento ricade negli oneri di una polizza assicurativa solamente se esso mette in pericolo la vita della madre. Altrimenti, le spese a carico della richiedente raggiungono spesso i 1500$.

Le norme che prescrivono il possesso di armi e l’aborto possono variare da Stato a Stato ma, in linea generale, il contrasto tra i due codici rimane della stessa portata di quello riscontrabile nella legislazione del Missouri, qui presentato come esempio.

Se per l’aborto i regolamenti, sia a livello federale che statale, impongono controlli e condizioni su ogni aspetto della vicenda allo scopo di dissuadere le donne dal sottoporsi alla cura, il possesso di una o più pistole appare come un fatto assolutamente normale e giustificabile.

Tra questi due temi c’è un’anaogia importante: le leggi sull’aborto e sul possesso di armi cercano di regolare entrambe il diritto alla vita.

Una pistola può uccidere senza portare alcun danno fisico al responsabile. Il più delle volte – se si escludono i casi di infermità mentale e di effettiva difesa personale– colui che compie il gesto è spinto da ragioni ideologiche o di vendetta. Ciò ha portato, nel solo 2010, alla morte di 31,076 persone – tra omicidi, suicidi e colpi accidentali. Chi uccide, inoltre, diviene necessariamente responsabile della morte di un essere vivente che, nel momento in cui avviene l’omicidio, gode dei suoi stessi diritti.

L’aborto, invece, “problematizza” la questione. A livello etico, il fattore più controverso sembra essere la determinazione del limite dopo il quale un feto possa e debba essere considerato “essere umano”.  Se a livello strettamente biologico l’insieme di cellule che si moltiplicano nell’utero materno viene considerato un essere vivente, un sistema giudiziario moderno non ragiona allo stesso modo e l’aborto, quindi, non è (più) penalmente considerato omicidio e pertanto non è (più) perseguibile. Tuttavia l’intervento viene “caldamente sconsigliato” in molti Paesi, tra cui appunto gli Stati Uniti.

armi USA

Tanto il sistema di regole imposte sull’aborto quanto quelle relative alla compravendita di armi sono ufficialmente stati redatti con lo scopo di salvaguardare il maggior numero possibile di vite e assicurare così ai cittadini un diritto ritenuto inalienabile. Questo punto di vista però considera il possesso di un’arma solo dalla parte di chi si difende da un crimine, eliminando così la prospettiva di chi ha reso necessaria la difesa. Se al potenziale assassino non fosse stato possibile possedere un’arma, la vittima non avrebbe avuto ragioni di comprarne una per difendersi. Siamo entrati in un circolo vizioso che porta a considerare un’arma capace di difendere la vita più che di provocare la morte.

Le organizzazioni contrarie all’interruzione volontaria di gravidanza si rifanno alla stessa visione dicotomica del problema affermando che nell’intervento i due punti di vista non riescono a coesistere perché un aborto coincide sempre con la fine di un essere vivente (o potenziale tale). Ignorano sistematicamente le ragioni che spingono una donna a decidere di interrompere la gravidanza ma si focalizzano sull’atto in sé.  L’aborto non è mai una cosa positiva nella vita di una donna: comporta dolore fisico e, soprattutto, psicologico.  Perché allora questo processo doloroso dev’essere reso ancora più complicato da una miriade di norme e limitazioni mentre l’acquisto di una pistola viene liberalizzato e pubblicizzato come “legittima difesa”?

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