Credoinunsolodio: tre storie parallele nella Palestina insanguinata dalla guerra e dall’odio

Sheila Khan

Credoinunsolodio è un testo di Stefano Massini scritto nel 2010, tradotto e rappresentato in dieci lingue, ma presentato per la prima volta in forma scenica al Piccolo Teatro Studio di Milano. Tutti gli aspetti della messinscena sono affidati alla compagnia Mitipretese, già protagonista in questo teatro con le Troiane. I due spettacoli hanno un filo conduttore: entrambi mettono in scena storie di donne che si confrontano con il doloroso e delicato tema della guerra. Cassandra, Andromaca, Ecuba ed Elena vengono qui sostituite da Eden Golan, israeliana, Shirin Akhras, palestinese, e Mina Wilkinson, nordamericana, il cui destino si intreccerà fatalmente nel bar di Rishon-­Lezion a Tel Aviv.

Le tre donne, magistralmente interpretate da Manuela Mandracchia, Sandra Toffanelli e Mariangeles Torres, esordiscono con la stessa battuta: Il 29 marzo del 2002 alle 14:04: ancora non lo so, ma mancano un anno, 10 giorni e 8 ore a quello sparo nel bar di Rishon-­Lezion a Tel Aviv. Inizia quindi un conto alla rovescia durante il quale ogni personaggio racconta la sua storia: Eden Golan è un’insegnate di storia ebraica, aperta al dialogo ed estranea all’ideologia dell’integralismo sionista, ma che, dopo essere stata coinvolta in un attentato ed essere rimasta illesa, scopre il sentimento della paura e cambia la propria posizione; Shirin è una studentessa palestinese che decide di unirsi al gruppo integralista di Al­-Qassam e che dovrà superare delle prove di iniziazione al limite dell’umanità; Mina è una soldatessa nordamericana inviata in terra straniera per un conflitto di cui non riesce a capire le cause profonde e sembra rappresentare il confuso occhio occidentale sulle vicende mediorientali. La narrazione si svolge su fili paralleli: i tre monologhi, perfettamente intrecciati, volutamente sostengono tre punti di vista diversi sulla stessa vicenda; l’intenzione è proprio quella di non fornire un unico punto di vista assoluto, una verità imposta, ma al contrario dare allo spettatore visioni diverse di persone diverse per comprendere le ragioni degli uni e degli altri.

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Le protagoniste dichiarano fin da subito di essere morte, e di essere quindi dei fantasmi che rivivono la propria storia.

La dimensione dell’incubo è molto forte nello spettacolo. Ad alimentarla contribuisce la scenografia, che unisce luoghi lontani ponendoli in contiguità tra loro e separandoli da confini indefiniti: esattamente come accade nei sogni, quando è sufficiente un passo per spostarsi da un luogo all’altro, anche a distanza di chilometri. La scenografia è quindi uno spazio mentale, onirico, di rievocazione, dove il mobilio è sospeso e la musica cambia continuamente.

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Il titolo scelto da Massini gioca volutamente sulla doppia lettura di Credo in un solo Dio e Credo in un sol odio. Il braccio di ferro tra le due interpretazioni è avvincente, ma alla fine l’odio sembra vincere sul dio: di religione si parla ben poco e quello che emerge è soprattutto un clima di odio e paura che non permette alle tre donne di vivere serenamente, e che condiziona profondamente il loro modo di vedere il mondo e di stringere relazioni.

Questo testo del 2010 assume poi un significato ancora più profondo, alla luce dei recenti fatti di Parigi e gli sviluppi preoccupanti delle guerre in Medio Oriente. Lo spettacolo non cerca di dare una soluzione, ma invita lo spettatore a riflettere sulle proprie posizioni, sui pregiudizi, sulla legittimità del dubbio, sugli effetti che la paura può avere nella vita quotidiana di tutti noi.

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