Da vicino nessuno è normale

Sara Carloni

L’istituzione degli ospedali psichiatrici – i cosiddetti manicomi – risale tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, in concomitanza allo sviluppo della moderna psichiatria. Queste strutture avevano una concezione del disturbo psichico meramente biologica e ne tralasciavano le implicazioni psicologiche, ambientali e sociali — un paziente psichiatrico era un rischio per sé e per chi gli stava intorno e così non restava altro da fare: il malato andava rinchiuso, custodito, detenuto piuttosto che curato.

I tre tipi di cure che venivano effettuate all’interno dei manicomi erano l’elettroshock, praticato in maniera selvaggia, l’insulinoterapia, una pratica che mirava all’abbassamento della glicemia fino a portare il paziente vicino al coma ipoglicemico, e infine la lobectomia, che riduceva il paziente ad un vegetale. In particolare, l’elettroshock – sviluppato dai neurologi italiani Ugo Cerletti e Lucio Bini – veniva utilizzato senza alcun criterio su ogni tipo di paziente, anche quelli che presentavano una sintomatologia non grave, e risultati ottenuti non giustificavano in nessun caso il dolore subito: il paziente (non sottoposto ad anestesia) si divincolava involontariamente in preda ad una scossa epilettica e, essendo legato, si procurava lesioni e fratture ossee. La continua somministrazione di questo strumento terapeutico portava a lesioni cerebrali irreversibili.

Gli ospedali psichiatrici, considerando il problema psichico solo dal punto di vista biologico e non psicologico, non prevedevano ovviamente alcun tipo di colloquio terapeutico. La follia era per loro ordinaria quindi i malati erano emarginati, chiusi in queste strutture già di per sé isolate che assomigliavano sempre di più a prigioni, senza avere alcun tipo di contatto con il mondo esterno e con nessun altro essere umano che non fosse in qualche modo legato all’ospedale. Questo ne determinava solo il peggioramento e il deterioramento sia fisico sia mentale.

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All’epoca dei manicomi il malato mentale perdeva non solo la dignità ma, una volta decretata ufficialmente la sua instabilità psichica, anche una serie di diritti civili e politici come il diritto di voto e il diritto di amministrare in prima persona la propria eredità, in quanto incapace di intendere e di volere. Inoltre nelle strutture psichiatriche venivano internati anche dissidenti politici, e non solo individui realmente malati, facendo così un uso strumentale del manicomio che serviva per arginare e isolare personaggi “scomodi” che da lì non sarebbero più usciti. Di questa realtà ce ne da un’efficacissima rappresentazione il film Qualcuno volò sul nido del cuculo, tratto dall’omonimo romanzo di Ken Kesey del 1962 e recentemente portato sul palco del Carcano da Alesssandro Gassman.

Con il progredire della conoscenza sulle patologie mentali, intorno agli anni Cinquanta, cominciò anche a cambiare il trattamento di chi ne era affetto. Nel 1968 venne promulgata la legge Mariotti che sancì l’eliminazione della regola giudiziaria: il paziente non perdeva più i suoi diritti civili. Per la prima volta venne inoltre stabilita la possibilità di un ricovero volontario del paziente e si iniziò a concepire il fatto che il malato potesse guarire e non dovesse essere ricoverato per tutta la vita. È in questo clima di cambiamenti che nacque la legge Basaglia (legge n. 180/1978). Questa legge si basa sul presupposto che la malattia mentale sia il risultato di una serie di fattori che vanno dalle relazioni ambientali a quelle sociali. La psicosi è una frattura con la realtà da cui conseguono tante difficoltà d’inserimento nel sociale, pertanto l’isolamento all’interno dei manicomi non può che aumentarle.

Per questo motivo la legge Basaglia si basa sulla prevenzione, la riabilitazione e il reinserimento del paziente nell’ambito sociale.

Per non dimenticare questa rivoluzione siamo andati ad esplorare la storia di un’ex ospedale psichiatrico nella periferia di Milano  che ora si occupa proprio del reinserimento sociale dei malati mentali: il Paolo Pini, oggi cooperativa sociale Olinda.

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Questo complesso ospedaliero venne costruito negli anni Trenta e all’inizio degli anni Sessanta ospitava più di 1200 pazienti. L’ospedale psichiatrico chiuse definitivamente nel 1999 perché, anche se la Legge 180 prevedeva la chiusura di tutte le strutture manicomiali, non dava le risorse finanziare per farlo effettivamente. Quindi in tutta Italia la chiusura avvenne un po’ a macchia di leopardo: i manicomi che trovarono risorse proprie per chiudere lo fecero ma la Lombardia non era molto vicina alla legge Basaglia ed è per questo che qui la chiusura avvenne molto dopo. In teoria, dopo il 1978, le strutture non avrebbero dovuto più accettare pazienti ma in pratica al Paolo Pini qualcuno venne ricoverato anche contro la norma. Questa situazione precaria durò fino all’introduzione di una legge finanziaria del 1994 che prevedeva una penalizzazione economica alle regioni che entro il 31 dicembre 1999 non avessero chiuso le loro strutture psichiatriche. Sotto minaccia pecuniaria anche la Lombardia decise di chiudere gli ospedali psichiatrici, compreso il Paolo Pini.

In realtà la sua chiusura cominciò già nel 1993, perché non voleva semplicemente chiudere ma essere riconvertito in un impresa sociale (Olinda) di cura mentale per il reinserimento del paziente. Prima della legge 180 prevalevano le esigenze della struttura, ora Olinda voleva far prevalere quelle della persona.

Il paziente quindi non era più considerato come un pericolo per la società (come sosteneva una legge n.36 del 1904) ma un individuo capace di esserne parte integrante. La guarigione era possibile e il paziente che ci riusciva non era semplicemente considerato il “miglior matto” ma una persona capace di cavarsela da sola nel mondo. Il processo di riconversione del Paolo Pini è stato faticoso, ci racconta il vicepresidente di Olinda Antonio Restelli: la follia istituzionale gli diede come prima palazzina da riconvertire l’obitorio, il luogo più difficile da gestire e reinterpretare. L’impresa sociale però fu più matta delle stesse istituzioni che le affidarono il progetto e in quella palazzina ci costruì un bar e una mensa, dimostrando che dalla malattia mentale si può guarire.

Sulle macerie del manicomio gli operatori riuscirono, mattone su mattone, a ricostruire la dignità dei malati dandogli un lavoro e un ruolo sociale. Non c’era più la classica divisa da indossare per forza, i pazienti erano liberi di scegliere come vestirsi esprimendo i loro gusti e loro stessi — il problema dei manicomi era che appariva prima la malattia della persona; con il riappropriarsi della dignità appare prima la persona e poi il problema mentale. Olinda cercò a questo proposito di creare una comunità terapeutica tenendo conto delle esigenze di tutti i pazienti, alcuni dei quali riuscirono ad abitare da soli e a rendersi quindi autosufficienti. Ciò che preoccupava di più era che non solo i pazienti facevano fatica a tenere il passo di questi cambiamenti ma anche gli operatori stessi, abituati ad essere guardie e non un aiuto per chi aveva dei problemi.

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La parte medica è rimasta ma con un diverso obiettivo: avere la persona vigile riducendo al minimo l’uso degli psicofarmaci. Questo perché il paziente deve essere in grado di lavorare nei vari progetti della cooperativa, come il laboratorio di pasta fatta in casa, l’ostello, il teatro, il bar e la mensa.

Nel 2014 studenti stranieri dell’ostello hanno portato a scoprire talenti segreti dei pazienti della struttura — molti malati sapevano parlare francese e tedesco, ad esempio. Il clima era caldo e accogliente, sia per chi restava che per chi arrivava – un equilibrio di relazioni umane difficilissimo da mantenere intatto – e invogliava a raccontare la propria storia, che si trattasse di un viaggio intorno all’Europa o un percorso lungo vent’anni in quella struttura.

Olinda organizza anche interessanti iniziative culturali, come il teatro, che è riuscito a coinvolgere più di ventimila persone, tanto che l’anno scorso Olinda ha ricevuto il premio Ugo per i vent’anni di attività teatrale. Nel 1995 Marco Paolini, non ancora famoso, si mise in gioco e andò proprio al Pini per rappresentare Vayont, uno spettacolo che in tv fece circa tre milioni di spettatori.

La prima cosa che fecero, una volta chiuso il manicomio, fu quello di aprire il cancello dell’ospedale psichiatrico. Quel cancello che aveva sempre rappresentato un muro di isolamento per i malati, ora è la porta di accesso alla loro comunità civile e al loro mondo.

 

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