Le Cose Non Terribili del 2015

Il lavoro di un giornale è di pubblicare ciò che qualcuno non vorrebbe vedere pubblicato. Scrivere di “cose belle” è il mestiere dei PR, non quello che proviamo a fare su Vulcano Statale. Ma durante l’anno non sono successe solo disgrazie, sono anche usciti dischi, film, serie tv e libri che ci sono piaciuti.
Questa è una lista, non organizzata, delle cose non terribili di quest’anno.

Musica

Art Angels
Art Angels – Grimes
Fin da Geidi Primes la produzione musicale di Claire Boucher si è sempre fatta riconoscere per le estreme tendenze alla contaminazione: pop imbevuto non solo nella dance e nella techno, ma contaminato da witch house, k-pop, dark wave. Influenze così disparate che non sempre potevano funzionare perfettamente, anche nel suo blockbuster del 2012, Vision.
Quest’anno Boucher è tornata, e funziona tutto. Le sonorità ispirate, al limite del citazionistico, si trasformano in musica esclusivamente sua, potente. Il successo l’ha resa solo più coraggiosa e sfrontata, permettendole di produrre un disco art pop di alto profilo autoriale con testi imbevuti di un divertente – e divertito – femminismo.

Currents – Tame Impala
Un luogo comune criminale vuole che esistano solo due tipi di album pop — dischi d’amore, e dischi di separazione. Currents cade senza timore nel secondo insieme, ma senza vergogna o facile intento commerciale. Currents è il suono di un introverso che ha sfidato il mondo, e ha scoperto che aveva ragione — il mondo non fa per lui. Così la voce di Kevin Parker e i suoni disco dell’LP accompagnano il dolore della quotidianità, l’orrore dell’incertezza — sono perfetta rappresentazione dell’impossibile crasi tra i colori del mondo e la propria aridità umana.

Garden of Delete – Oneohtrix Point Never
Il settimo album di Daniel Lopatin è il suo più strano e sperimentale, ma anche il più aggressivo e vigoroso. Una serie di paesaggi musicali dissonanti dipingono una coloratissima distopia rave da cui è impossibile sfuggire. È impossibile mettere su Garden of Delete e ascoltarlo distrattamente, la musica rifiuta di diventare sfondo delle proprie attività, pretendendo attenzione, dal caos di Ezra, che presenta l’alieno teenager protagonista del disco, al synth da casa dell’orrore di Freaky Eyes.

Sound & Color – Alabama Shakes
Dopo anni in cui gli Alabama Shakes erano diventati sinonimo di revival del southern soul, rock e R&B, il quartetto di Athens si è ribellato e ha creato un album dal sound nuovo.
“A new world hangs outside the window, beautiful and strange”, con queste parole inizia il brano che inaugura e dà il nome al loro secondo album, più complicato e versatile del precedente Boys & Girls, grazie a influenze dal ritmo elettronico (Over my head) che a tratti si avvicinano a suoni psichedelici (Gemini). Sound & Color è un crogiolo di generi e sottogeneri tenuti assieme da un unico fil rouge: la voce calda e potente di Brittany Howard, che trasforma l’album in una delle cose più sexy che il 2015 possa offrirci.

The Epic – Kamasi Washington
The Epic è un album jazz. Questa è stata la prima reazione della critica mainstream quando è trovata di fronte l’opus melodrammatico di Kamasi Washington. Noto ai più come personale dietro nomi e produzioni di hip–hop da cucina, e per il sassofono di To Pimp a Butterfly, Washington ha saputo sfruttare la propria celebrità pur sfuggendo da qualsiasi facile tentazione collaborativa, e dalla sua precedente fama nell’hip-hop, per portare nella conversazione pop una maratona uditiva di tre ore, di un jazz classicista dal paesaggio sonoro vasto quanto epico, rispettando la promessa del titolo.

Elaenia – Floating Points
Il nome con cui Sam Shepherd firma Elaenia è una buona dichiarazione di intenti — Floating Points, un misterioso non sequitur matematico. Shepherd registra un disco di elettronica onirica senza tempo, semplice quanto caldo, suonato e non mixato, che accompagna l’ascoltatore lungo un tragitto cosmic jazz psichedelico, che da Silhouettes (1,11,111) porta fino agli strepiti di Peroration Six, fino al risveglio.

Sexwitch – Sexwitch
Sexwitch, collaborazione tra Natasha Khan (Bat for Lashes), Toy, e Dan Carrey, è un disco di trasformazione. Tutte le tracce, cover, trasformano pezzi del folklore medio orientale — solo una traccia è occidentale — e le adattano, ne traducono stralci di testi, in composizioni post-punk avvolte in una spessa coltre esoterica, di magia nera. Senza forma, senza direzione, maledetta prima che maledettista, Khan affascina, e spaventa, e si riscopre che in fondo, sono la stessa sensazione.

Thank You Neil – Dumbo Gets Mad
Più cosmonautici che mai, i Dumbo Gets Mad — duo reggiano attivo da una cinquina d’anni — confezionano un terzo album/trip interplanetario per ringraziare l’astrofisico Neil deGrasse Tyson e il suo programma di divulgazione scientifica Cosmos: A Space Odyssey. Il risultato regge alla grande il confronto con i due lavori precedenti, con arrangiamenti più maturi e rifiniti — e non senza accenti pop, come nel singolone Misanthropulsar — suoni rarefatti e nebulosi come pulviscolo, tenuti in orbita da linee di basso impenetrabili. Più vicino ai Pond che ai Tame Impala — ma meglio di entrambi — Thank You Neil è un distillato di psichedelia soul da ascoltare a occhi chiusi.

BAYS – Fat Freddy’s Drop
Negli anni Novanta erano solo un gruppo di ragazzi di Wellington che si ritrovava per fare lunghe jam session, unendo con uno stile semplice svariati generi dal soul al jazz, dal reggae al funk. Un lungo percorso di amicizia ha legato questi sette artisti fino ad arrivare all’ultimo progetto, BAYS, che accentua le influenze della techno rispetto al precedente capolavoro, Based on a true story.

The Demon Diaries – Parov Stelar
Casa inaspettata per il singolo esplosivo del 2014, Clap Your Hands, con The Demon Diaries Füreder inietta nel proprio electro swing una nuova varietà, in un disco che va oltre la sempre irresistibile extravaganza gitana, infuso di una forza spettrale, demoniaca, come promette il titolo. È una galoppata quasi forzata verso frontiere house e trip hop inedite per l’autore, fino alla cupissima conclusione di The Lonely Trumpet, che trancia un remix spensierato di Keep This Fire Burning, e sublima il romanticismo postmoderno per gli anni Trenta in cupo decadentismo.

Ibeyi – Ibeyi
Le due gemelle franco-cubane, Lisa-Kaindé e Naomi Díaz, che compongono il duo Ibeyi, debuttano con un omonimo album. La prima è appassionata di soul e jazz e la seconda la completa con uno spiccato gusto per la più moderna elettronica dai beat minimali. Fanno da sfondo la cultura africana: i canti Yoruba e le antiche poesie d’Africa, loro continente di origine. Nasce così un album che è la fusione di generi diversi e che loro chiamano “spiritual-negro contemporaneo”, uno stile meticcio e multietnico, come il loro DNA.

Vulnicura – Bjork
A quattro anni da Biophilia nasce Vulnicura, l’ultimo album di Bjork. Affiancata da due visionari compositori di musica elettronica (Alejandro Ghersi, in arte Arca e The Haxan Cloak), Bjork crea il diario sonoro di un amore finito (quello tra la cantante islandese e il marito Matthew Barney). I suoni elettronici si intessono con quelli rarefatti degli archi, personalmente curati dalla cantante stessa, per ricreare nell’ascoltatore la sensazione di lacerante dolore di cui i testi, altrettanto struggenti, parlano. L’album però non è testimone soltanto di una ferita (dal latino vulnus), ma ne rappresenta anche la cura; da questo intreccio di significati nasce il titolo Vulnicura.

Libri

The Heart Goes Last – Margaret Atwood
Quella che a prima vista sembra una classica distopia atwoodiana rivela la propria origine come serial (il romanzo è uscito originariamente a puntate come ebook), evolvendosi in una imprevedibile avventura surrealista, dove la forza bruta della creatività di Atwood prende il sopravvento sul world building, dove il commento politico diventa presto acerrima satira.

The First Bad Man – Miranda July
Romanzo d’esordio dell’artista Miranda July, The First Bad Man è un rollercoaster di stranezza, peculiarità, eccesso. I vezzi dei personaggi tipici di July trovano nella forma del romanzo uno sfogo che mai in film e racconti hanno avuto. In un eccesso di quirkiness che quasi sfocia nella narrativa futurista, The First Bad Man non è per tutti — ma per chi è, è un piccolo capolavoro.

Fossi in te io insisterei – Carlo Gabardini
Gabardini scrive un libro vero ‒ divertente e profondo. Una lunga conversazione con suo padre e con se stesso, in cui parla del potere del coming out, dell’elaborazione del lutto e di quanto sia bella la vita ancora da vivere.

Syria: A History of the Last Hundred Years – John McHugo
Anche a due anni dalla pubblicazione, Syria: A History of the Last Hundred Years dell’americano John McHugo resta uno dei volumi più solidi per comprendere il crollo della Siria nella guerra civile nel corso dell’ultimo periodo – crollo che ha generato una crisi regionale il cui riverbero cresce e si acuisce nel corso dei mesi. L’immagine esasperata del dramma siriano cui ci hanno abituati i notiziari è qui in nuce e già ben chiara: le motivazioni, i possibili scenari futuri, la contestualizzazione dei titoli dei giornali – tutto è accompagnato da un’ampia prospettiva storica e da un’analisi riccamente stratificata di un Paese che pochi analisti e poco pubblico negli Stati Uniti sono disposti o in grado di capire e comprendere.

The Fall of the Ottomans: The Great War in the Middle East – Eugene Rogan
Nelle librerie dal primo gennaio, il libro dello storico Eugene Rogan – cresciuto in Medio Oriente tra Turchia e diversi Paesi arabi e ora professore associato presso il St. Antony di Oxford – riporta l’attenzione sulle immediate conseguenze del primo conflitto mondiale in Medio Oriente, mettendo in evidenza e spiegando la storia spesso ignorata del ruolo cruciale della regione nella guerra in cui gli Ottomani – forti di denaro tedesco, armi e risorse militari – tenevano di fatto le fila di un conflitto in rapida e imprevedibile evoluzione, infliggendo decisive sconfitte all’Intesa. Una lettura impegnativa, ma essenziale per chi cerca di capire la Grande Guerra e la nascita e frammentazione del Medio Oriente moderno.

Film

The Lobster
Premio della giuria a Cannes 2015, il film di Yorgos Lanthimos ottiene un inaspettato successo anche nelle nostre sale, ricordandoci che a parlare di complessità sentimentali siamo tutti interessati. The Lobster è sostanzialmente un delirio distopico in cui chi non riesce a mantenere un rapporto di coppia stabile rischia di essere trasformato in un animale, con tutte le conseguenze del caso. Allegoria del nostro secolo, tra Tinder, Meetic e i siti di appuntamento in cui gli interessi comuni la fanno da padrone.


Louisiana
La perla nostrana di quest’anno, presentato nella sezione Un certain regard del 68° Festival di Cannes. Roberto Minervini conclude la sua indagine oltreoceano, iniziata con Stop the Pounding Heart, raccontando le ombre di un America malata, il cui cancro attecchisce facilmente negli strati più bassi della società. Sorprende (non troppo) che sia uno straniero a individuare la malattia e a raccontarla in maniera così lucida. Imperdibile.

Mad Max: Fury Road
Uscito a maggio e ancora sulla bocca (o le tastiere) di tutti, primo segnale del fatto che Mad Max: Fury Road ha rappresentato qualcosa di completamente diverso – per parafrasare i Monty Python. Il film di George Miller scardina tutti i canoni dei film d’azione, ponendo le basi per qualcosa di nuovo che influenzerà tutti i cineasti del genere da quest’anno in poi. Speriamo che Marvel e DC abbiano preso appunti.

Inherent Vice
Il ritorno dietro la macchina da presa di Paul Thomas Anderson, che questa volta adatta per lo schermo l’omonima opera di Pynchon. Premessa: ci riesce. L’eleganza visiva del regista unita al manierismo letterario dello scrittore danno vita ad un’opera senza tempo, godibile in tutte le sue due ore e mezza.
Menzione speciale alla colonna sonora, un salto negli anni 70 con Neil Young e i CAN.

The Big Short
La crisi del 2008 raccontata, questa volta con una inaspettata freschezza – complice la comicità tagliente e un cast d’eccezione. Il regista Adam McKay cambia prospettiva e mette in scena la storia di chi, nel 2008, decise di scommettere contro le banche e la bolla speculativa. Il finale è già scritto: vinsero perdendo.
La pellicola accantona quella visione ormai ammuffita della crisi economica e le conferisce un nuovo volto, per ricordarci che capiterà di nuovo se non apriamo gli occhi.

Inside Out
Nonostante la trama a tratti noiosa, Inside Out ha il merito indiscusso di mostrare un modo di pensare che ci accomuna tutti, ma su cui pochi (a giudicare dallo stupore che il film ha suscitato) si sono soffermati a riflettere. E questa è una cosa bella.

Carol
Il vero film di Natale del 2015, una fiaba a tinte pastello con risvolti drammatici. La vera storia d’amore negli anni 50 tra Therese Belivet e Carol Aird, interpretate rispettivamente dalle avvolgenti Rooney Mara e Cate Blanchett. La pellicola trasforma la lentezza nel suo pregio, incornicia ogni scena in un quadro di Edward Hopper. I rimandi sono tanti dal pittore statunitense ai film di Wong Kar-Wai, imperdibile dunque per chiunque ami la settima arte.

Serie TV

Marvel’s Jessica Jones
Accolto dalla critica a braccia aperte, Jessica Jones non raccoglie punti presso Vulcano Statale per essere il primo franchise tele–cinematografico Marvel a guida femminile. Non si loda chi con scandaloso ritardo pone solo una piccola pezza su proprie gravi colpe pregresse. Marvel’s Jessica Jones è in questa lista perché è un ottimo serial, guidato con esperta maestria da Ritter, con l’appoggio del miglior cast di comprimari che la Casa delle Idee abbia messo sullo schermo. E per la prima volta in anni vediamo una storia d’azione dove la violenza non è una forma d’arte (altra grave colpa dei balletti esplosivi che concludono le produzioni Marvel), ma qualcosa a cui l’eroe è costretto — sempre orribile, sempre sporca e mai elegante. Jessica Jones è una storia sulle devastanti conseguenze della violenza.

Narcos
Narcos ricostruisce con una visione ai limiti del documentario la scalata al potere di Pablo Escobar, figura chiave del narcotraffico sudamericano. A metà tra Il padrino e Missing, la serie tv incasella le vicende realmente accadute con la fiction, creando un senso di verità raccontata. Si potrebbe benissimo andare su Wikipedia per leggere la fine, ma si sceglie di aspettare perchè Narcos colpisce nel segno – non a caso è stata scelta per sponsorizzare lo sbarco di Netflix su suolo italiano.

Bojack Horseman
Sembrava impossibile ma ce l’ha fatta: Raphael Bob-Waksberg è riuscito a superarsi, e la seconda stagione di BH è addirittura meglio della prima ‒ più triste, più amaro e ancora più incline all’autodistruzione, BoJack non finirà di sorprenderci. E di farci attendere ansiosamente l’arrivo della terza stagione.

Mr Robot
La serie evento del 2015, almeno in ambito geek. Il creatore Sam Esmail, con un passato da hacker di serie b, decide di incanalare le sue conoscenze in un thriller con sfumature noir-complottiste, raccontando le vicende di un agorafobico hacker che vorrebbe salvare il mondo, ma sa di essere troppo insignificante per poterci riuscire, finchè…
Mr Robot non nasconde i suoi omaggi alla cultura pop anni ‘90 (Fight Club, Matrix, Hackers), ma riesce comunque a distaccarsene concedendo spazio alle paure e alla schizzofrenia propria del nuovo millennio. È lecito piratarla.

UnREAL
UnREAL, ovvero quando la tv racconta la tv. Unreal è Everlasting, un reality show in cui uno scapolo benestante deve trovare moglie fra una dozzina di modelle pensanti e non, il trionfo del maschilismo. Ma questa è solo la facciata. La serie tv racconta invece i retroscena del mondo televisivo: le dinamiche ed i comportamenti (la politica insomma) dietro al programma televisivo. L’ -Un prima di REAL siamo noi, irreali e fuori dalla perfezione del piccolo schermo.

The Jinx – the Life and Deaths of Robert Durst
Uscita a febbraio per la HBO, inaugura un anno all’insegna del noir: Fargo S2, Serial S2 e in ultimo Making a Murderer di Netflix. The Jinx ha il merito indiscusso di unire la serietà di un’indagine all’enterteinment televisivo, lo fa senza prendersi gioco del pubblico, anzi si mescola a lui, cercando insieme la risposta alla domanda che in questi casi è d’obbligo: chi è stato?
Un lavoro editoriale maniacale, ai limiti della perfezione, che portano il regista Andrew Jarecki al colpo di scena finale, concludendo una miniserie (di sei episodi si tratta) che è l’emblema di come si dovrebbe girare un’inchiesta televisiva.

Marvel’s Daredevil
Prima delle serie nate dalla collaborazione Netflix e Marvel, Marvel’s Daredevil aveva l’oneroso compito di riportare sullo schermo uno degli eroi più amati della Casa delle Idee e allo stesso tempo riabilitare la sua figura agli occhi del pubblico di massa dopo il disastroso film del 2003. L’obiettivo viene pienamente raggiungo, e anzi porta le produzioni Marvel su un nuovo livello di drammatici fino ad allora sconosciuto. Dimenticate i colorati combattimenti in pieno giorno nel cuore di Manhattan, Matt Murdock deve lottare ogni notte in un tetro Hell’s Kitchen non solo contro colui che vuole rovinare il suo quartiere, ma soprattutto contro i propri demoni interiori.

Sense8
Serie Netflix firmata dai fratelli Wachowski, creatori della trilogia di Matrix, e J. Michael Straczynski, pluripremiato fumettista noto per uno strepitoso ciclo di Amazing Spider-Man per la Marvel. Otto persone di diverso sesso, etnia e orientamento sessuale sparse per il mondo scoprono di essere connessi da un particolare legame telepatico che permette loro non solo di interagire gli uni con gli altri, ma anche di scambiarsi abilità e conoscenze. La serie esplora la vita di ciascuno tramite scelte coraggiose alternata ad una trama orizzontale fantascientifica, riuscendo ad interessare lo spettatore su entrambi i fronti.

Videogiochi

Splatoon
Nuova IP Nintendo – e già solo per questo andrebbe lodato -, Splatoon è uno sparatutto in terza persona dove lo scopo non è uccidere altri giocatori ma colorare la mappa con del simpatico inchiostro colorato. Partito in sordina a causa di una carenza di contenuti iniziali (cosa che ne ha decretato l’uscita ad un prezzo minore della media), i costanti e numerosi aggiornamenti gratuiti lo hanno trasformato ben presto in uno dei titoli più profondi e allo stesso tempo divertenti del 2015

Xenoblade Chronicles X
Seguito dell’acclamato – sia dalla critica che dal pubblico – Xenoblade Chronicles, questo capitolo amplifica al massimo tutto ciò che di buono si trovava nel primo capitolo e aggiungo qualche novità interessante. Il pianeta di Mira rappresenta uno degli overworld più vasti e belli mai visti non solo su una console Nintendo ma nel mondo videoludico in generale, e quando un giorno comune dovrebbe avvicinarsi alla sua conclusione, Xenoblade Chronicles X introduce la possibilità di pilotare gli Skell, giganteschi robot in grado di portare l’esplorazione letteralmente ad un nuovo livello.

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