Moda e (non) fatturato in Italia
Quello che non ci vogliono dire e che non vorremmo sapere

Elena Cirla

Il maggior peso nella cultura italiana è stato conquistato dal cibo, centrale anche nell’ economia, come ha appena dimostrato l’esperienza di Expo.

Un altro notevole vanto è l’industria dell’alta moda, un colosso tale da aver fatturato, solo nel 2013, ben 218 miliardi di euro. Le tre industrie capitali sono Prada, Armani e Diesel che hanno totalizzato – e continuano a totalizzare – fatturati record (3.600 milioni di euro la prima, 2.200 milioni di euro la seconda e 1.600 milioni di euro la terza).

La maggior crescita è stata registrata nella vendita online, in merito alla quale le percentuali negli ultimi 3 anni sono passate dal +20% al +40%; inoltre, dal 2007 al 2015, le vendite in rete sono passate dal +2% al +15%, totalizzando un guadagno di 2.000 miliardi di euro solo nell’eCommerce.

Tuttavia il mondo aureo della moda italiana da anni si confronta con un mercato competitivo sempre più in crescita, quello cinese. Cinesi sono i produttori, cinesi le fabbriche, cinesi anche i lavoratori.

Il processo è talmente manipolato che i capi-fabbrica orientali, per facilitare gli scambi, cambiano il proprio nome e ne scelgono uno italiano — per cui non sarà difficile trovare un Nino da Pechino, un Antonio da Shanghai o un Salvatore dalla Manciuria.

Il lavoro duro però, quello di carico e scarico della merce, non ha nazionalità nè etnia, l’unica cosa che conta è avere forza nelle braccia per poter scaricare scatoloni e container zeppi di merce che arrivano ogni giorno dalla Cina nel porto di Napoli.

Ad Arzano, nella periferia napoletana, si concentra infatti la maggior parte delle industrie tessili in cui vengono prodotti i capi dei marchi più illustri (e globalmente noti) dell’alta moda italiana.

cinamoda

Il complesso meccanismo di produzione può essere così sintetizzato: viene fatta una riunione preliminare, in cui si raccolgono tutti i produttori della zona e si comunica il numero dei pezzi richiesti. A questo punto, ogni produttore fa un’offerta che non si basa sui soldi, ma sul tempo: chi offre meno tempo – e cioè è in grado di produrre il maggior numero di capi nel minor tempo possibile – vince l’appalto.

Le case di moda mandano preventivamente abbastanza tessuto per tutti, talvolta anche in eccedenza, dato che, grazie a questo metodo di produzione, non perdono nulla in termini di guadagno e anzi il ricavato risulta essere ingente.

I tempi sono talmente stretti e competitivi che per aggiudicarsi un lavoro i produttori allungano le giornate lavorative fino allo stremo. Se un’industria è in grado di produrre un certo numero di capi in 30 giorni, ma un’altra è in grado di farlo nella metà del tempo (sfruttando la manodopera anche di notte), la produzione di quest’ultima sarà vincente, poiché chi prima spedisce si accaparra il contratto.

È una gara furiosa, che termina solo con la consegna.

Naturalmente, le case di moda non richiedono solo velocità di produzione, in quanto possono rifiutare i capi che arrivano e che non corrispondono agli standard qualitativi desiderati.

Come già accennato in precedenza, una buona fetta della manodopera è di nazionalità cinese: la produzione, quindi, pur essendo “made in Italy” è in realtà “made by Chinese”.
Questo interessante melting pot si incarna, nel romanzo Gomorra, nella persona di Pasquale, figura centrale della vicenda, mago (cinese) della sartoria che riesce a confezionare capi di altissima fattura, tanto da essere spesso scelto per la creazione di abiti da spedire negli Stati Uniti. Un giorno, dopo aver cucito un tailleur bianco per una nota marca di alta moda italiana, viene avvisato che quel capo “sarebbe andato in America”.  L’amara sorpresa è per lui vederlo indossato, alla notte degli Oscar, da Angelina Jolie.

I dati dell’alta moda in Italia elencati in precedenza, dunque, non sono che il riflesso di un processo ben più profondo e oscuro di quanto si possa immaginare.  

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