La libertà non è star sopra un albero

Susanna Causarano

L’altra mattina capitava di leggere nelle prime pagine del principale quotidiano nazionale che, in Francia il premier “socialista” Manuel Valls “se la prende per la terza volta in due mesi, con quanti cercano di individuare i motivi che spingono al terrorismo” dato che, a suo dire, “spiegare è già volere un po’ scusare”. Tempo fa Valls aveva dichiarato di essere stufo “di quanti cercano spiegazioni sociologiche o culturali”. “Peccato che”, puntualizza il giornalista (che legge queste frasi come ben coerenti con il generale spostamento verso destra del dibattito pubblico francese) “rientri proprio tra le peculiarità della sinistra, quella di analizzare le cause del comportamento del singolo”. Il corrispondente da Parigi conclude il trafiletto con una battuta del sociologo Bernard Lahire: “Confondere spiegazione con giustificazione non ha senso: studiando il clima i ricercatori non si rendono complici delle tempeste”. Si potrebbe aggiungere che semmai è l’esatto contrario: chi si prende la briga di studiare un fenomeno, nella fattispecie negativo, lo fa nella speranza di trovare una soluzione capendone le cause.

Forse il punto è proprio questo: non c’è interesse che il problema venga risolto.

È cosa nota a tutti che chi pensa, analizza e parla liberamente sia considerato potenzialmente pericoloso da chi fonda il proprio potere sull’ignoranza. Ognuno di noi ha memoria di quando il professore di Storia, nel parlarci di come tiranni e dittatori ottenessero e mantenessero la leadership, ci spiegava che ciò era possibile grazie all’uso della forza, intimidendo e mettendo a tacere chiunque provasse a ragionare al di fuori dei paradigmi consentiti dalla propaganda di regime. A furia di sentirne parlare solo a lezione di Storia però, abbiamo finito per considerarlo un fenomeno appartenente ad un passato cupo e non alla “pienezza dei tempi” odierni, dove democrazia e libertà regnano sovrane. Il risultato è che siamo finiti a dare per scontate tutte queste meravigliose conquiste, che già i nostri nonni consideravano ricchezze da preservare.

Il catalano Valls non è certo nuovo a gaffe di questo genere, anche se non vengono percepite come tali. Valls sa che può fare questo tipo di affermazioni in tutta tranquillità visto il crescente consenso nei confronti di affermazioni populiste sommato alla compiacenza dei media.
Nel 2012, quando ricopriva l’incarico di ministro dell’Interno, aveva espresso senza remore la sua volontà di espellere le comunità rom dal Paese, una posizione che fu allora condivisa da ben il 77% della popolazione.
Se il premier socialista di una delle principali democrazie della ancora più democratica Europa,non ha alcun problema ad esprimersi con questi toni, che nulla hanno da invidiare all’Italia fascista, significa che il nostro sempre più crescente dare per scontate libertà di stampa e parola, basi della democrazia, ci sta presentando un conto che si prospetta sempre più salato.

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