Buon Vecchio Charlie: la prima vita di Richard Benson

Federico Arduini

Chiunque abbia passato un poco del suo tempo libero navigando per il web sa che Internet è un mondo molto particolare e colorato, luccicante, che tra una notizia di attualità e un sito di download pirata, con l’appoggio dei social e di Youtube, scova delle personalità – per così dire – “atipiche” e le consegna al grande pubblico, contribuendo alla creazione di veri propri miti e leggende. Tra le più note figure appartenenti ai miti del web, in particolare alla sfera della musica, vi è senza alcun ombra di dubbio Richard Benson. Dalle origine sconosciute – chi sostiene sia nato in Inghilterra con il nome di Richard Philip Henry John Benson, chi lo vuole nato in Italia con il nome di Riccardo Bensoni – ha costruito la sua fama di web star grazie agli innumerevoli video che lo ritraggono soprattutto durante i suoi Live, qui ricoperto di ortaggi ed insulti per via delle performance spesso e volentieri al limite del ridicolo, lì intento a inneggiare a satana durante un tentativo di sacrificio di un pollo lanciatogli sul palco. Considerando tutto ciò, chi potrebbe mai immaginarsi che, in un passato non troppo remoto, questo stesso Benson sia stato voce solista e chitarrista ritmico di uno dei gruppi più sorprendenti della scena progressive italiana degli anni ’70?
Questa è la storia di quel gruppo, e del loro primo ed unico album omonimo: Buon Vecchio Charlie.

I Buon Vecchio Charlie si formarono agli inizi dei ferventi anni ’70 a Roma con Luigi Calabrò alla voce e chitarra, Sandro Centofanti alle tastiere, Walter Bernardi al basso, Rino Sangiorgio alla batteria e Carlo Visca alle percussioni. Dopo i primi periodi di assestamento, trovata la quadratura con l’ingresso nel gruppo del giovane Richard Benson alla chitarra ritmica, del bassista Paolo Damiani e del flautista e sassofonista Sandro Cesaroni, con conseguente fuoriuscita di Benardi e Visca, nel 1972 si recarono a Venezia dove, presso gli “Studi Suono”, registrarono i primi pezzi che sarebbero dovuti esser parte del loro album d’esordio.
L’album tuttavia, nonostante il pregevole materiale, non vide la luce se non nel 1990, in primis grazie alla casa discografica Melos che produsse un CD dalle tracce originali, poi nel 1999 grazie all’Akarma, 17 anni dopo la prima incisione e 15 anni dopo lo scioglimento del gruppo, avvenuto nel 1974 – nonostante la vittoria del titolo di miglior gruppo italiano al festival di Villa PamPhili – in seguito al fallimento del progetto discografico.
Un album, in quest’ultima versione, di sole cinque tracce, alle cui tre originariamente composte del gruppo andarono ad unirsi due pezzi di Beppe Palomba, da loro intepretati come gruppo d’appoggio durante le sessione di registrazione di quest’ultimo.

Il brano d’apertura, Venite giù al fiume, è un sorprendente pezzo di oltre dodici minuti composto, come tradizione progressive vuole, da una centrale sezione strumentale e da un magnifico per quanto breve testo a lato. La melodia iniziale del flauto che riprende fedelmente le note del celebre Peer Gynt” di E. Gynt è seguita dall’entrata di un’ispirata chitarra solista su di continui cambi ritmici e poliritmie traccianti la basi su cui i fiati disegnano i loro soli. È un continuo rincorrersi fino all’entrata della voce di Benson, leggera e composta, che cede il passo al ritorno del tema iniziale, preludio alla sezione finale del brano, capeggiata dalle tastiere di Centofanti, su cui, verso il nono minuto di brano, Cesaroni suona uno dei soli di sax più belli ed espressivi della storia del prog nostrano.

Sono stato al fiume per essere battezzato,
sono inciampato in una radice e sono caduto giù.
L’acqua era profonda ed il predicatore debole,
c’erano anche i contadini che restavano a guardare.
Superato l’inconveniente sono diventato cristiano
ed ora posso assiicurarvi che non c’è niente di strano.

Segue Evviva la contea di Lane, introdotto da una fievole chitarra acustica, brano dalle tonalià tenue e rilassate i cui protagonisti sono senza dubbio la voce di Benson e il solo di sax finale, che molto ricorda in alcuni fraseggi i Van der Graaf Generator.

Fin dall’inizio ho cercato un contadino
che vive all’ombra di quella collina
e che canta come me.
Care sorelle, potremo andare in chiesa insieme,
nel posto dove anche il pellerossa
si sdraia al sole come me.
Al mio ritorno spero di incontrare
il solito vecchio pioniere che ogni notte
canta alle stelle.

Chiude il progetto originale quello che è inequivocabilmente il capolavoro di questo gruppo nonché uno dei pezzi più belli della storia del genere progressive: All’Uomo Che Raccoglie Cartoni. Un viaggio lungo più di quindici minuti tra continui cambi d’atmosfere e ritmi, suddiviso in cinque diversi movimenti per altrettante diverse anime del brano. Nonostante la matrice prog folk inglese sia evidente sia nei richiami ai Genesis che al flauto fortemente ispirato dai primi Jethro Tull, l’originalità delle melodie e del dialogare degli strumenti non viene mai meno, per un’esecuzione davvero perfetta a livello tecnico sia nel dosaggio sonoro che nella divisione delle sezioni, tra corali e soliste. Un brano davvero complesso, la cui descrizione a parole rischia davvero di esser riduttiva rispetto a quanto quest’ultimo possa dare all’ascolto.

Care sorelle non lavorerò
Nella fattoria
Ormai ho imparato ad odiare
Gli animali
Oh quanto ho bevuto!
Con le lenzuola ricaverò
Una lunga corda bianca
Con cui potrò impiccare
Il fucile e le cartucce
Oh quanto ho bevuto!
E troppo troppo ho bevuto!
Ora qualcuno sostiene che
Provengo dalla Spagna
Donne in riva al mare
Raccontano ancora questa storia

Gli ultimi due brani, nonostante siano anch’essi di un’ottima fattura, sono fin troppo evidentemente frutto di una diversa mente artistica ed altro rispetto all’album fino a qui ascoltato: un morbido piano dà inizio a Rosa, quarto tassello dell’album, canzone dalle sonorità fin troppo pop con ottime sezioni corali, che precede Il Guardiano Della Valle, pezzo conclusivo dell’album, per le atmosfere sicuramente più vicino a quelle dei primi 3 brani.

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