Eichmann e quella mezza bottiglia di vino: l’esaltazione di fronte alla morte, anche la propria

Giacomo Sartini

Questa è una storia nella Storia come ce la raccontano il film-evento “The Eichmann show” in proiezione nelle sale cinematografiche fino a mercoledì 27 gennaio e Hannah Arendt, acutissima filosofa ebrea tedesca, discepola del più noto Martin Heidegger.
Una voce fuori dal coro, presuntuosa, impopolare e contro corrente – forse per questo vera.

Protagonista è la Germania, nella persona di Adolf Eichmann, SS dal 1934, dell’ufficio IV-B-4 dell’RSHA (Ufficio centrale per la sicurezza del Reich), quello che si occupava delle sette, cioè cattolici, protestanti, massoni ed ebrei. Agli occhi suoi e a quelli della famiglia, un fallito. Prima della nomina lavorava come rappresentante per la compagnia petrolifera austriaca Vacuum. Un giorno gli chiesero: “Perché non entri nelle SS?”. “Già, perché no?”.


Naturalmente non è tutto qui. Eichmann era un giovane ambizioso e al tempo stesso insoddisfatto della propria vita monotona e insignificante di rappresentante. Di colpo, si trovava proiettato nella Storia: in un movimento politico che sembrava destinato a non arrestarsi mai e che gli avrebbe dato la possibilità di ripartire da zero. Quello stesso movimento che lo portò all’impiccagione pochi minuti prima della mezzanotte di quel giovedì 31 maggio 1962, nella prigione di Ramla, Israele.

Scrive Hannah Arendt:

Adolf Eichmann andò alla forca con grande dignità. Aveva chiesto una bottiglia di vino rosso e ne aveva bevuto metà. Rifiutò l’assistenza del pastore protestante, reverendo William Hull, che si era offerto di leggergli la Bibbia: ormai gli restavano appena due ore di vita, e perciò non aveva “tempo da perdere”. Percorse i cinquanta metri dalla sua cella alla stanza dell’esecuzione calmo e a testa alta, con le mani legate dietro la schiena. Quando le guardie gli legarono le caviglie e le ginocchia, chiese che non stringessero troppo le funi, in modo da poter restare in piedi. “Non ce n’è bisogno”, disse quando gli offersero il cappuccio nero. Era completamente padrone di sé, anzi qualcosa di più: era completamente se stesso. Nulla lo dimostra meglio della grottesca insulsaggine delle sue ultime parole. Cominciò col dire di essere un Gottgläubiger, il termine nazista per indicare chi non segue la religione cristiana e non crede nella vita dopo la morte. Ma poi aggiunse: “Tra breve, signori, ci rivedremo. Questo è il destino di tutti gli uomini. Viva la Germania, viva l’Argentina, viva l’Austria. Non le dimenticherò.” Di fronte alla morte aveva trovato la bella frase da usare per l’orazione funebre. Sotto la forca la memoria gli giocò l’ultimo scherzo: egli si sentì “esaltato” dimenticando che quello era il suo funerale. Era come se in quegli ultimi minuti egli ricapitolasse la lezione che quel suo lungo viaggio nella malvagità umana ci aveva insegnato – la lezione della spaventosa, indicibile e inimmaginabile banalità del male.

Quindici capi d’accusa, il più determinante dei quali era quello di aver commesso crimini contro l’umanità perpetrati sul corpo degli ebrei. Eichmann non fu l’ideologo della soluzione finale, come erroneamente spesso si legge, ma di certo fu il più importante responsabile delle deportazioni in tutta l’Europa occidentale. Il suo grado di tenente-colonnello non permette di annoverarlo tra quelli che Arendt chiama i “papi” del Terzo Reich (Göring, Himmler, Heydrich, Bormann, Speer) — motivo di insoddisfazione, per lui, ma anche un vantaggio nel momento della fuga: riuscì a mascherare la propria identità e raggiungere l’Italia, ottenere un passaporto falso da un francescano altoatesino (che ben sapeva chi fosse) e ritrovarsi a Buenos Aires sotto il falso nome di Richard Klement.

“Non ha mai provato un conflitto, un conflitto tra il suo dovere e la sua coscienza?” chiede uno dei giudici a Gerusalemme.
“Si potrebbe chiamare dissociazione” risponde, gelido, Eichmann.
“Dissociazione”.
“Una dissociazione consapevole, per cui ci si rifugiava da una parte o dall’altra”.
“Si doveva rinunciare alla propria coscienza”.
“Prego?”.
“Si doveva rinunciare alla propria coscienza personale”.
(dialogo tratto dal film Hannah Arendt, 2012).

La domanda del giudice riecheggia, irrisolta, da più di settant’anni.

Secondo Arendt, Eichmann riuscì a tacitare la propria coscienza “soprattutto per la semplicissima ragione che egli non vedeva nessuno, proprio nessuno che fosse contrario alla soluzione finale”. Era convinto, fin troppo, di ciò che faceva. La vanteria, l’esaltazione e l’ossequio al Führer erano il suo tratto distintivo: fu lui a dire “All’occorrenza salterò nella fossa ridendo perché la consapevolezza di avere cinque milioni di ebrei sulla coscienza mi dà un senso di grande soddisfazione. Mi dà molta soddisfazione e molto piacere”.

Eichmann aveva rinunciato al pensiero, inteso come dialogo tra “me” e “me stesso”: dunque era incapace di dare alcun giudizio morale. Si era consapevolmente tramutato in strumento, in mano ad una macchina spietatamente esecutiva. È questa la peculiarità oggettiva del Terzo Reich: non crea mostri, ma banali impiegati della macchina amministrativa. Eichmann non è l’assassino sanguinario, ma il metronomo impeccabile dei trasporti.

Lo scarso numero di oppositori a una simile barbarie si spiega con uno dei meccanismi basilari del totalitarismo, ossia — come racconta un medico della Wehrmacht —

Impedire agli oppositori di morire per le loro idee di una morte grande, drammatica, da martiri. Molti di noi avrebbero accettato una morte del genere. Ma la dittatura fa scomparire i suoi avversari di nascosto, nell’anonimo. È certo che chi avesse preferito affrontare la morte piuttosto che tollerare in silenzio il crimine, avrebbe sacrificato la vita inutilmente. Ciò non vuol dire che il sacrificio sarebbe stato moralmente privo di senso. Ma sarebbe stato praticamente inutile. Nessuno di noi aveva convinzioni così profonde da addossarsi un sacrificio praticamente inutile in nome di un significato morale superiore.

L’epilogo è la voce della Arendt, perentoria:

“La politica non è un asilo: in politica obbedire e appoggiare sono la stessa cosa. E come tu (Eichmann) hai appoggiato e messo in pratica una politica il cui senso era di non coabitare su questo pianeta con il popolo ebraico e con varie altre razze (quasi che tu e i tuoi superiori aveste il diritto di stabilire chi deve e chi non deve abitare la terra), noi riteniamo che nessuno, cioè nessun essere umano desideri coabitare con te. Per questo, e solo per questo, tu devi essere impiccato.”

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