Haters Make Me Famous. L’ascesa di Donald Trump

Dopo aver guidato per mesi la corsa repubblicana alla Casa Bianca senza un solo spot televisivo, alla fine anche Donald Trump ha ceduto.
A poco più di tre settimane dalle primarie nell’Iowa, primo vero importante appuntamento per la corsa presidenziale, il candidato più controverso del GOP ha infatti diffuso un spot pubblicitario di circa 30 secondi che si presenta come un “Greatest Hits” delle sue posizioni più scomode.

I temi su cui fa leva sono i due preferiti da Trump: musulmani e Messico. Nulla di nuovo sul fronte newyorkese, a essere portate all’attenzione dello spettatore sono le solite proposte, ovvero il blocco dell’immigrazione islamica e la costruzione di un muro al confine con il Messico.
Non si tratta tuttavia di un colpo di testa qualsiasi.
La decisione di sbarcare in veste ufficiale sulle televisioni americane nasce proprio dall’avvicinarsi del primo febbraio, data cruciale per determinare quanto i sondaggi siano stati finora corretti.
A convincere Trump a spendere qualche milione di dollari in più nella campagna elettorale sono stati probabilmente i più recenti, che lo vedono leggermente dietro a Ted Cruz, che con il suo 31% lo scalza di ben tre punti.
Già a giugno Trump aveva affermato di essere pronto a spendere qualsiasi cifra pur di essere eletto, non stupisce quindi la sua nuova decisione di sborsare ben due milioni alla settimana per spese pubblicitarie televisive in Iowa e New Hampshire, soprattutto alla luce del fatto che finora la sua campagna è stata la più economica.
Secondo dati raccolti dalla NBC, nonostante il suo ingente patrimonio gli permettesse qualsiasi follia in campo di pubbliche relazioni, Donald Trump avrebbe speso ad oggi solo 21700 dollari in spot radiofonici. Una cifra irrisoria se confrontata con le somme spese dai suoi avversari.
I milioni utilizzati da Jeb Bush sono 29, quelli investiti da Rubio sono 10 e quelli versati da Carson alla causa presidenziale sono invece 2.
Eppure, i 47.5 milioni complessivi spesi dagli avversari di Trump finora non bastano ad alzare i consensi.
Donald Trump è rimasto in testa ai sondaggi per mesi senza praticamente spendere nulla, e questo perché la sua campagna elettorale è stata foraggiata quasi in toto dai suoi detrattori, dalla stampa e dai suoi avversari.
La sua strategia è quanto di più semplice possa esistere. Ogni due settimane, per tenere vivo l’interesse, Trump butta carne al fuoco grazie a un’uscita provocatoria che scatena critiche sia democratiche che repubblicane, oltre che numerose prese in giro e analisi ironiche da parte dei media; per la serie “basta che se ne parli”.
Tuttavia le critiche, l’odio e lo scherno delle sue proposte non fanno altro che farlo risaltare agli occhi di una fetta di americani come l’unico vero candidato scomodo che dice le cose come stanno. L’immagine negativa dipinta dai media non fa altro che rafforzare la popolarità del ricco candidato, che emerge come il perseguitato della situazione che nonostante ciò va contro tutto e tutti pur di affermare quello che pensa.
Questa situazione ha fatto entrare la stampa in tilt, portandola a riflettere su come sia meglio trattare la questione Trump e questo paradossalmente non ha fatto altro che far parlare ancora e ancora di lui. È un problema apparentemente senza via d’uscita, bene o male che ne parlino, la sua figura viene comunque rinforzata.

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Trump si è spinto troppo in là? La risposta è ovvia. Non ci sono dubbi sul fatto che sia totalmente sopra le righe. Tuttavia, a quanto pare per ora la sua tecnica ha funzionato. Ha scatenato un interesse smodato nei suoi confronti e catalizzato l’attenzione dei media su di sé talmente tanto da spingere qualcuno a progettare un “TrumpFilter” in grado di filtrare ed escludere qualsiasi notizia o articolo riguardante l’imprenditore americano dai siti visitati.

L’assioma che prevede che tutti i politici mentano ha raggiunto inoltre nuove vette grazie alle affermazioni di Trump.

Dall’Isis costruttore di alberghi di lusso, agli islamici che in New Jersey esultano per il crollo delle Torri Gemelle, passando per le accuse alla Clinton e a Obama di aver creato lo Stato Islamico, Trump non si difende nemmeno, non nega neanche di fronte all’evidenza, anzi rincalza la dose perché tanto sa che ai suoi sostenitori non importa quanto tutto ciò sia vero o meno.

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I suoi avversari ci provano anche a stargli dietro, a competere facendo a loro volta affermazioni estreme: basti ricordare il paragone di Carson tra rifugiati e cani rabbiosi, nonché la proposta di Bush e Cruz di far entrare in America solo i Siriani di religione cristiana. Tuttavia non si espongono abbastanza, nel tentativo di mantenere un equilibrio o per lo meno una parvenza di rispettabilità.
Trump invece si pone l’obiettivo di convincere proprio attraverso concetti esagerati e senza senso, perfettamente cosciente di non poter porsi nel mezzo.
A differenza degli altri candidati, non ha paura dei media, e questo lo pone nella posizione privilegiata di non doversi necessariamente difendersi dagli attacchi, che anzi a quanto pare lo rendono solo più forte.

Perché alcuni americani lo vogliono come proprio presidente? Come possono davvero sostenerlo?
Donald Trump è scorretto, aggressivo, misogino e razzista, però a una grande percentuale di americani sembra “vero”, e questo lo pone per alcuni un gradino sopra gli altri.

Bisogna poi tenere bene a mente che una cospicua porzione dell’elettorato statunitense è arrabbiata.
Arrabbiata perché sente che il proprio Paese sta perdendo di integrità, arrabbiata con gli immigrati e le minoranze che vogliono “privilegi”, arrabbiata con i terroristi, con i liberali che sviliscono i vecchi e buoni valori cristiani, con l’economia. Arrabbiata con Obama e con le istituzioni, anche repubblicane.
La maggior parte di questi individui sono bianchi, anziani e davvero arrabbiati.
Trump non fa altro che fare la voce grossa nelle loro veci proponendo soluzioni scandalosamente prive di senso, ma istantaneamente comprensibili, virali.
In questo senso Donald Trump si pone come l’uomo mandato dalla provvidenza che intercetta per l’appunto la rabbia e l’angoscia di molti, facendo grandi promesse senza accennare minimamente a come intende mantenerle.
Ai suoi sostenitori però questo basta, perché secondo la “leggenda” ha sempre ottenuto ciò che voleva, o almeno così vuole l’archetipo del businessman di successo che incarna.
“He gets things done”, anche se non è lecito sapere “how”.
Vuole rendere l’America “great”, di nuovo, e difenderla dalle minacce esterne e interne, e questo a molti elettori basta e avanza.
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Può davvero vincere?
In parte la sua battaglia l’ha già vinta, chiaramente il suo obiettivo è stato fin dall’inizio far parlare di sé, e c’è riuscito in pieno, danneggiando di pari passo credibilità e immagine del partito repubblicano.
Sottovalutato fin dall’inizio, quello che doveva essere solo un fuoco di paglia in realtà continua a bruciare. Trump non si è ancora spento e di sicuro a metterlo KO non sarà certo l’ennesima frase esagerata, ma la corsa alla Casa Bianca è ancora lunga e molto probabilmente la sua candidatura si sgonfierà in favore degli altri due candidati repubblicani principali, Rubio e Cruz.

Al primo test decisivo manca poco: non ci resta che aspettare di vedere se l’Iowa ha attivato il suo “TrumpFilter”.

Arianna Bertera
Sulla Terra dal 1995, aspettando di ambientarmi.

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