Le tre declinazioni di Revenant

Nord Dakota, 1823. Il protagonista Hugh Glass – interpretato dall’ormai camaleontico Leonardo Di Caprio – viene abbandonato in fin di vita dopo una spedizione per pelli finita male. Inizierà così una discesa agli inferi tinta di bianco neve e rosso sangue.

La pellicola è pervasa da una spiritualità affascinante, porta ai limiti (e oltre) della vita i protagonisti e della sopportazione visiva gli spettatori; eppure per tutti i 156 minuti si percepisce una mancanza di connessione fra le tre declinazioni della mise-en-scène.

Regia/Anima

1

Alejandro González Iñárritu non è americano. Sebbene i suoi film si siano avvicinati geograficamente al mondo di Hollywood, le sue origini messicane – cioè da quella terra che sempre ha sofferto la supremazia della bandiera a stelle e strisce – non vanno dimenticate. E’ un dettaglio essenziale per comprendere l’anima di Revenant, un’anima tormentata dagli spettri del passato (abbondano infatti le visioni sul passato del protagonista). Il regista spolvera gli scheletri di un’America sempre più vicina alla Trump way of life e ormai lontana dal Balla coi lupi di Kevin Kostner. Un caso, quindi, che la stampa estera si soffermi solo su orsi e establishing shot? Sicuramente un peccato.

Iñárritu abbandona i labirintici backstage di Birdman e prende un’ampia boccata d’aria nelle fredde steppe del Nord Dakota, senza modificare però il suo sguardo sul mondo e sugli elementi che lo compongono. Una macchina da presa che si muove, fluida, tra le angolazioni del film – perdendosi e ritrovandosi – un po’ come tra i cunicoli del film che gli valse l’Oscar. Sempre in movimento, fermandosi quel tanto che basta per catturare la sofferenza dei personaggi. La regia è la vera anima di questo film, sentita e pensata, ma anche separata dagli altri elementi: indipendente.

Fotografia/Natura

2

Se Iñárritu conferisce fluidità alla narrazione, chi dà vero spessore alle immagini è Emmanuel Lubezki, direttore della fotografia, già collaboratore di Cuaròn e Malick. Lubezki ha il coraggio di immettere nel flusso cinematografico tutta la bellezza della natura, toccando punte di altissima cinematografia documentaristica. La sua però è una lotta impari: tenta infatti di coinvolgere la Natura, ma quest’ultima si dimostra, come sempre, insensibile ai problemi dell’essere umano: tempestosa nei momenti di calma e pacifica in quelli di rabbia. Ed è forse questo il significato delle immagini (o meglio fotografie, vista la loro staticità) che spezzano l’azione della narrazione: possiamo compiere gesti ai limiti delle possibilità umane, tentare di scalfirne la superficie (tante le scene in cui si scava la terra o si sradicano alberi) ma la natura continuerà il suo cammino immutata, meglio ancora, indifferente.

Attori/Volto

3

Parlando del cast di Revenant si entra in un campo minato fatto di Oscar, Leonardo DiCaprio e dicerie. Mettiamo da parte queste credenze pagane e parliamo di volti e attori in maniera decisa.
Il film inizia e si conclude con il volto di DiCaprio, che però sia chiaro, non è DiCaprio, bensì lo sguardo della morte e contemporaneamente del perdono. Due temi che si scontrano e si abbracciano allo stesso tempo durante tutta la pellicola: la morte degli indiani d’America, la morte del figlio, ma anche il perdono che il protagonista non riesce a darsi per aver permesso la morte della moglie e infine il perdono che viene lasciato a Dio (non quello cristiano, badate bene). Un fardello pesante per gli attori, che devono affrontare – tutti – il loro percorso di morte e perdono e comunicarlo con gli sguardi più che con le parole (le battute all’interno del film sono infatti pochissime). Questo l’aspetto interiore e personale; ce n’è poi un altro che si potrebbe definire esteriore e meccanico. Gli attori – e la macchina da presa con loro – si muovono in maniera consequenziale, un’azione ne richiama subito un’altra. Ed è proprio sui volti dei personaggi che Iñárritu scegli di concludere tali azioni.

Revenant è un film potente che però a stento riesce a controllare il proprio impeto, anzi spesso rischia di perdere l’equilibrio precario su cui poggia (natura/uomo-morte/perdono). Le sue tre declinazioni, però – come abbiamo cercato di definirle – intervengono sempre a sorreggerlo nei momenti opportuni.
Il film di Iñárritu ha già fatto incetta di globi d’oro e certamente non deluderà neanche alla serata più attesa da tutti i cinefili.

Jacopo Musicco
“Conosco la vita, sono stato al cinema."

Commenta