Sconfitti, a pagamento. Comprare like come autodefinizione sociale

Giacomo Sartini

Instagram è una celeberrima applicazione che consente all’utente di scattare e condividere con i propri follower foto e video. Il meccanismo è identico a quello di Twitter — io ti seguo e posso vedere nella mia home page tutte le tue condivisioni. Ci si scambia profusamente like, e ogni tanto si lasciano commenti sotto le foto.
Un business da circa 400 milioni di utenti. Detto così, tecnicamente e in superficie, assolutamente innocuo.

Ciò che trascende la testualità della semplice condivisione di foto è la stringente logica dei social, quella capace di offuscare l’essere vero e proprio della persona, regalando maschere e vesti da indossare a piacimento dell’utente. (Regalare, vedremo poi, neanche più di tanto.)
La logica social è nient’altro che logica sociale — quanto più ho seguaci (fisici o virtuali), quanto più il mio status sociale è affermato al pubblico, tanto più traggo orgoglio, tanto più valgo, tanto più sono.

Ma quanti si sono veramente accorti della pochezza e della insicurezza che può raggiungere una personalità quando, dal suo balcone digitale (personal computer, smartphone o tablet che sia), si affaccia sulla platea dei social network? E pensare che la vista da quel balcone dicono essere meravigliosa. Ma proprio non riesco a possedere quello sguardo.

Tale logica si esplica nei social network grazie al magico strumento dei like. Maggiore è il numero dei like e maggiore sarà la popolarità dell’utente. Idem dicasi per la questione follower, la quale, anzi, contribuisce in prima istanza alla popolarità del suddetto utente.

Nella più ingenua e genuina ipotesi del caso, i like sono messi disinteressatamente.

Esistono tuttavia siti e applicazioni (come http://buyinstagramfollowers.biz, e “5000 likes Pro – Ottieni likes e follower per Instagram”) che vendono like e follower, formalmente rivolgendosi a aziende e personalità pubbliche che debbano pagare tassa della propria poca celebrità.

Il dramma è che anche molte persone che potremmo considerare relativamente non-pubbliche acquistano da questi servizi.

Comprare per apparire e avere l’illusione di essere. In una certa misura, comprare se stessi: comprare un sé migliore.
È come volersi attribuire, nel mondo digitale, fama e prestigio. Colmare noi stessi o qualcun altro, questo il principio di fondo. L’infuso, la materia, la sostanza di riempimento però, purtroppo, è senza consistenza, meschina e vacua.

Camaleonti nella foresta dei social network, incapaci di domandarsi la natura del vuoto. Coloro che si trovano disposti a spendere dai 35$ per ottenere 500 like ai 1120$ per ottenerne 20,000, sono materialemente degli sconfitti. Pionieri della tecnologia, tali acquirenti difettano della sicurezza, lesa costantemente e in maniera preponderante dalla perpetua disputa, dall’intramontabile conflitto a cui sono esposti, nella società social in cui meno hai meno sei.

Più che condivisione, siamo in presenza di una divisione.

Un luttuoso abbandono della sensibilità, della cura della propria personalità, della sempre nuova scoperta di ciascun limite caratteriale, dell’entusiastica ricerca di noi stessi. Quella profonda, quella fuori dal log inAbbandono in favore dei danteschi «sùbiti guadagni», della scorciatoia per il successo, che è anche, però, scorciatoia per il fallimento.

Si badi bene che la responsabilità è individuale — collettiva del meccanismo società, ma individuale in quanto a render tale il contesto è il contributo di ognuno.
E allora dunque, affacciandoci da quel balcone, la vera vittoria sarà essere qualcuno, per noi stessi, quando ad acclamarci non vi sarà pervenuto nessuno.

Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube

Commenta