Che cosa resta della Grecia

Dennis Galimberti

A poco più di un anno dalle elezioni greche che avevano preannunciato un cambiamento radicale dell’Unione Europea, con la vittoria di Alexis Tsipras, tutto tace. Ma anche se i media italiani sembrano essersi disinteressati alla questione, la Grecia rimane una polveriera. La crisi nella gestione dei flussi migratori provenienti dal Medio Oriente (e dalla Siria in particolare) rischia di minare il concetto stesso di Unione Europea e la Grecia si ritrova, suo malgrado, con le mani legate. Ma facciamo chiarezza sulla situazione.

I profughi che passano il confine macedone usano la Grecia come porta d’ingresso per raggiungere, principalmente, l’Europa Centrale e del Nord. Non arrivano in Grecia per rimanervi, ma perché insieme all’Italia è il Paese più facile da raggiungere. Alle autorità greche si chiede di fermare in prima battuta i migranti, in modo da identificarli e poi eventualmente ripartirli fra gli altri Paesi dell’Unione. Il problema è che ciò non avviene perché non ci sono le risorse per farlo.

I Paesi maggiormente interessati, come destinazione ultima della maggior parte dei migranti — Svezia, Germania, Austria, Slovenia e Belgio — hanno appoggiato la decisione della Commissione Europea di lanciare, il 12 febbraio scorso, una sorta di ultimatum alla Grecia. Un ultimatum che sa molto di ricatto. Atene dovrà presentare entro tre mesi un piano convincente per la risoluzione della crisi, altrimenti la Grecia sarà esclusa da Schengen per la propria “inefficienza” nel proteggere i confini.

La Commissione Europea sa che la Grecia dovrà rispettare i termini, altrimenti si ritroverà sul proprio territorio decine di migliaia di profughi — impossibili da gestire — che non potranno più oltrepassare liberamente il confine. Tsipras dunque dovrà per forza sottostare alle richieste e contare sull’appoggio europeo in termini di risorse finanziarie.

La Grecia versa già in condizioni drammatiche e i greci sono stremati dai numerosi piani “di salvataggio” varati dall’UE negli scorsi anni. Il Paese è scosso da numerosi scioperi contro il piano di austerity voluto dalla Troika e accettato dal governo di Tsipras, che sembra ormai essersi del tutto allontanato dai suoi originari propositi rivoluzionari.

An EU and a Greek flag fly in front of the ancient Parthenon temple, in Athens, on Wednesday, April 9, 2014. Greece announced Wednesday it was returning to international bond markets for the first time in four years amid growing signs of confidence in the country at the forefront of the European debt crisis. (AP Photo/Petros Giannakouris) ORG XMIT: XPG101

Il 25 gennaio 2015 Tsipras aveva vinto le elezioni promettendo un cambiamento radicale e la volontà di non piegarsi alla Troika. I tentativi di impostare un diverso rapporto con le istituzioni europee sono andati avanti per diversi mesi, ma il braccio di ferro alla fine è stato vinto da Bruxelles. L’accordo che ne è risultato ha di fatto riportato la situazione al punto di partenza.

Attualmente il debito pubblico è al 171%, la disoccupazione ha raggiunto il 25% e le stime della Commissione Europea indicano che fino al 2017 non ci sarà crescita.

Con i nuovi programmi della Troika che prevedono tagli a pensioni dal 15 al 30% e aumento delle tasse (IVA al 23%), molti cittadini sono scesi in piazza a protestare. Alcune manifestazioni, soprattutto ad Atene, sono sfociate in violenza. Dopo tante promesse mancate, i greci sono sempre più poveri e disillusi. Poul Thomsen, capo economista del FMI, ha dichiarato che senza un piano realistico per la sostenibilità del debito della Grecia si riaffacceranno i timori di un’uscita dall’Euro, con conseguenze importanti anche per il nostro Paese.

Photo credits: AP Photo/Petros Giannakouris

 

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