E se fosse la Germania a uscire dall’Euro?

L’eventualità dell’uscita della Grecia dall’Euro torna ciclicamente a farsi molto concreta, come nel corso dell’estate 2015, per poi allontanarsi nuovamente e stagliarsi solamente come ipotesi remota.

Non sono chiare quali conseguenze porterebbe il concretizzarsi di quest’ipotesi, ma neppure l’opinionista più ottimista osa pensare che queste non sarebbero molto negative per il Paese greco e per l’Eurozona tutta.

Si teme che il ritorno alla dracma finirebbe per causare un effetto domino, con vari stati dell’Europa del sud pronti a seguire le orme greche. Tutti questi rischi vanno vagliati di fronte alla volontà ferma della Grecia di non uscire dall’euro e dall’impossibilità per gli altri Stati membri di scacciarla contro la sua volontà.

Per il momento è stato raggiunto un compromesso, un’ulteriore dilazione nel pagamento dei debiti contratti dalla Grecia nei confronti della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale, che però non rappresenta una soluzione valida ai mali dell’euro.

L’accusa principale che viene rivolta al sistema monetario comune è quella di raggruppare Paesi con economie troppo diverse, fattore che porta al rinnovarsi continuo di crisi sempre più pesanti nei periodi di bufera e a una desolante stagnazione nei momenti di calma.

I mali congeniti dell’euro erano stati previsti persino prima della sua attuazione, ma aveva prevalso lo scopo politico di rafforzare l’unione e cooperazione tra Paesi europei sulla prevenzione dei rischi economici. Scopo politico che l’euro non solo non è riuscito a realizzare, ma che ha finito per sovvertire portando a una disgregazione sempre più forte ed a un aumento della tensione tra stati membri.

Un’ipotesi che circola da diversi anni tra tecnici ed economisti, per dirimere le controversie legate all’“Europa a due velocità” è quella dell’uscita della Germania dall’Eurozona. Già nel 2012, George Soros, imprenditore ed economista americano, aveva spiegato, in un lungo articolo su la Lettura che la Germania si trovava di fronte a un bivio, o accettare di diventare il Paese egemone dell’Unione e quindi rinunciare ai sui crediti nei confronti degli altri Paesi europei, o uscire dall’euro permettendo così agli altri stati, tra loro più simili nella struttura economica, di svalutare la moneta cercando così di uscire dalla crisi.

Sono in molti, oggi, a sostenere l’opportunità di una separazione tra i destini di Germania ed Europa, Ashoka Mody, ex-vicedirettore del FMI, ha dichiarato che “non ci sarebbe nessuno sconfitto nel caso di un’uscita della Germania dall’Euro.”

Ancora più netta la posizione espressa da Shahin Vallèe, ex consulente al ministero dell’economia francese, in un editoriale scritto per il New York Times che ritiene “la prospettiva di una frattura molto probabile. La domanda è se prenderà la forma di un’uscita ordinata della Germania o una fuga, più lunga ed economicamente più distruttiva, dei paesi sud-europei.”

Rimane aperta la domanda se la Germania sia effettivamente intenzionata a fare il grande passo. Il partito euroscettico tedesco, “Alternative für Deutschland”, si attesta attualmente solo attorno al 10% dei consensi, tuttavia qualcosa sembra muoversi ai piani alti dell’impianto tedesco. Un intervista di Stefano Giantin a Philippa Malmgren, ex assistente di George W. Bush in materia economica, aiuta a fare chiarezza.

L’opinione in materia della dott.essa Malmgren è che “la Germania è già in questo momento completamente pronta a ritornare al marco tedesco e penso che i marchi siano già stati stampati,[la Germania] non ha ancora preso la decisione, che sarà molto sofferta, di uscire dall’euro, ma teme di essere forzata a farlo dalle circostanze.”
Che ci si debba preparare a spostare una lettera, e parlare non di Grexit, ma di Gerxit?

Zelante burocrate zarista, più per dispetto che per convinzione.

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