Del: 22 Febbraio 2016 Di: Sebastian Bendinelli Commenti: 0

Il 17 marzo uscirà in libreria la traduzione italiana di Postcapitalism. A guide to our future, un saggio del giornalista economico di Channel 4 News Paul Mason, pubblicato in inglese a metà del 2015.

Il “fisiologico” ritardo di un annetto pare editorialmente poco furbo, data la natura abbastanza trita di un dibattito animato perlopiù da stelle che si accendono e si spengono molto in fretta (vedi il caso del ponderoso volume di Thomas Piketty, anche questo pubblicato in Italia con un certo ritardo). Oltretutto, nel proprio libro Mason raccoglie idee già variamente elaborate in editoriali e conferenze almeno a partire dal 2012.

Una certa discussione italofona attorno alle tesi fondamentali di Postcapitalism è stata favorita dalla pubblicazione di un lungo estratto del libro sul Guardian nel mese di luglio scorso, poi tradotto come articolo di copertina da Internazionale a settembre, e, di seguito, dalla campagna di marketing de Il Saggiatore — editore italiano del libro — con alcuni testimonial d’eccezione, come Giuseppe Civati:

https://youtu.be/eSI_Gm3EOkI

Dal 2008 ad oggi, pronosticare la fine del capitalismo equivale un po’ a gridare “al lupo, al lupo”: si rischia d’esser presi sempre meno sul serio. Tuttavia, anche soltanto appellandosi al semplice presupposto che tutte le cose umane prima o poi giungono a conclusione, è possibile giocare alla fine del capitalismo almeno come esperimento mentale.

La fine del capitalismo prevista da Mason sarebbe dovuta all’effetto disruptive della sharing economy e delle varie prove di economia partecipativa basate sulla condivisione di “beni comuni” — primo fra tutti, l’informazione. La diffusione capillare di questi modelli di scambio alternativi, organizzati dal basso (quindi non soltanto servizi simil-Uber o Airbnb gestiti dai colossi della Silicon Valley, ma anche banche del tempo, piccole cooperative, monete parallele, e così via), sta già sovvertendo radicalmente, agli occhi di Mason, il sistema capitalistico tradizionale, basato su produzione, vendita e consumo.

L’idea prende le mosse dal riconoscimento di una realtà di fatto: la rivoluzione tecnologica sta scardinando il rapporto fra beni prodotti, costi di produzione e prezzi di vendita. Lo si vede in particolare nell’informatica, dove l’infinita replicabilità a costo zero dell’informazione tende naturalmente ad annullare i prezzi dei beni “digitali” (musica, film, ebook, software), tenuti artificialmente alti tramite la tutela della proprietà intellettuale. L’automazione potrebbe presto produrre lo stesso effetto sull’economia dei beni “materiali” e del lavoro: robot, computer e algoritmi sono sulla buona strada per sostituire gran parte della forza lavoro umana nel giro di pochi decenni.

Chiunque tenti di immaginare un futuro post-industriale e post-capitalista è quindi costretto a fare i conti con uno scenario in cui il lavoro umano non è più necessario, e perciò a ripensare i criteri di distribuzione della ricchezza, una volta che questa sia prodotta esclusivamente (o quasi) dalle macchine. (A meno che, ovviamente, la rivoluzione tecnologica non subisca una battuta d’arresto).

soviet-space-program-propaganda-poster-14

È facile correre con il pensiero a una sorta di comunismo robotico. Non a caso, Paul Mason cita Karl Marx, che in una nota del 1858, pubblicata soltanto un secolo più tardi, immagina appunto la totale automatizzazione della produzione industriale.

Cita Marx — questa volta dalla Critica del programma di Gotha, dove il filosofo ipotizza la liberazione dalla necessità del lavoro in una fase avanzata della società comunista — anche Peter Frase, redattore della rivista americana di ispirazione socialista Jacobin, in un saggio del 2011 intitolato Four futures. Lontano dal tecno-utopismo entusiasta di Paul Mason, Frase analizza i quattro scenari che potrebbero scaturire dall’intersezione di due coppie di variabili: egualitarismo/gerarchia contro abbondanza/scarsità.

Data in ogni caso la possibilità di rimpiazzare completamente il lavoro umano con la tecnologia (Frase si spinge a immaginare nella realtà il replicatore di materia di Star Trek — che d’altra parte è solo una stampante 3D un po’ sofisticata), il primo caso da prendere in considerazione è proprio quello di una società comunista, caratterizzata da un’abbondanza di beni materiali e risorse naturali virtualmente infinita ed equamente distribuita. Il lavoro, venuta meno l’esistenza e la necessità del denaro, sopravviverebbe soltanto come mezzo di auto-realizzazione individuale.

Raised-Fist

Ma l’equa distribuzione delle risorse dipende da scelte eminentemente politiche. L’incrocio fra l’infinita abbondanza e la conservazione di una gerarchia di classe darebbe vita a un modello di società che Frase chiama, con un termine difficilmente traducibile, rentism — ed è questo lo scenario più vicino alla realtà attuale, oltre che il rischio principale che si nasconde dietro al post-capitalismo “sharing” immaginato da Paul Mason. Il rentism non si fonda sulla proprietà dei beni, ma sul loro usufrutto, dietro il pagamento di una licenza o abbonamento: esattamente il modo in cui attualmente “consumiamo” la maggior parte dei prodotti digitali. In un modello del genere il lavoro rimane necessario per il singolo individuo, che deve guadagnare per pagare le licenze d’uso, ma inutile sul piano della produzione di beni e servizi (infinitamente replicabili a costo zero), provocando una continua crescita del tasso di disoccupazione.

I due scenari successivi considerano la possibilità che il pianeta non sia in grado di fornire risorse illimitate, per cui si renderà necessaria una gestione del consumo anche laddove non sia più necessaria quella della produzione. Sul piano socio-politico, la scarsità delle risorse può dar vita a un regime di tipo socialista — se queste sono distribuite secondo un principio di uguaglianza — oppure a una distopia classista estrema: i ceti dominanti, diventato ormai inutile il lavoro delle masse subalterne, potrebbero decidere di sterminarle definitivamente, per poter godere in esclusiva delle scarse risorse terrestri.

Riportando l’occhio sull’attualità, i sintomi della fine del capitalismo sono certamente ancora contraddittori e non definitivi: la sharing economy decantata da Paul Mason trova il suo terreno più fertile nel laboratorio iper-liberista della Silicon Valley, mentre, sul piano politico, all’inaspettata popolarità di due leader socialisti vecchio-stampo come Jeremy Corbyn e Bernie Sanders fa fronte la preoccupante involuzione autoritaria e nazionalista dei governi europei. Se tuttavia l’abbattimento del presente sistema economico verrà non dalla lotta di classe, ma dalle macchine e dagli algoritmi, il vero profeta politico del futuro socialismo potrebbe non essere Sanders, né Corbyn, né Tsipras, ma Zoltan Istvan, l’estroso candidato del Partito Transumanista alle elezioni statunitensi di quest’anno.

Sebastian Bendinelli
In missione per fermare la Rivoluzione industriale.

Commenta