Simbolismo a Palazzo Reale. Tra sogno e realtà con Arte in Europa dalla Belle Époque alla Grande Guerra

Elena Cirla
@elenacirla

Apre oggi la mostra sul Simbolismo – “Arte in Europa dalla Belle Époque alla Grande Guerra” – a Palazzo Reale, punta di diamante di un programma più ricco che interesserà la città di Milano fino alla prima metà di questo 2016.
La mostra si inserisce in un trittico, aperto già da “Mucha e le atmosfere Art Nouveau” (dal 10 dicembre al 20 marzo) e che si chiuderà con la mostra su Boccioni (dal 23 marzo al 10 luglio), che si propone di esporre, nella prima parte dell’anno, le opere dei movimenti artistici più significativi della prima metà del Novecento.


Molti sono gli artisti – fra cui spiccano Gustave Moreau, Franz von Stuck, Max Kilinger, Gaetano Previati, Arnold Böcklin, Giovanni Segantini e altri – e molte le opere esposte, confluite dai più autorevoli musei d’Europa, fra cui le Gallerie dell’Accademia di Venezia, il Musée d’Orsay di Parigi e i Musei Reali di Bruxelles.
Tema principe è il Simbolismo, specificatamente nella sua plurima espressione europea. Per definizione, un movimento artistico e culturale che, in risposta al Positivismo ottocentesco e al Realismo, rifiuta ogni approccio realista nei confronti della realtà, inevitabilmente dilaniata e priva di senso.
La ricerca del senso della vita, a questo punto, non è più rintracciabile nel reale, ma nel sogno, nell’oblio e, soprattutto, nei paradisi artificiali di droghe e alcol: non a caso, uno degli artisti fondatori (e in seguito propulsori) di questo movimento fu il poeta Baudelaire.
Non è solo Baudelaire, tuttavia, a emergere nell’olimpo dei precursori e fautori di questa corrente artistica, la cui area di influenza si esaurisce nel dominio franco-belga; altre aree geograficamente toccate dal Simbolismo sono quella tedesco-austriaca – che si richiamava ad artisti quali Wagner e Beethoven – e quella italiana, legata alle Biennali di Venezia e alla figura centrale di Giulio Aristide Sartorio, artista egli stesso e curatore delle mostre più importanti.
È proprio Sartorio che, in qualità di curatore della Biennale di Venezia del 1907, aveva proposto di esporre le opere di Boccioni, che aveva recepito gli influssi simbolisti, per poi rielaborarli in modo totalmente personale e inedito.
È Sartorio il filo di Arianna che collega opere e correnti artistiche contigue, intravedendo in Boccioni l’artista visionario e anticipatore delle Avanguardie storiche.
Il Simbolismo, in effetti, come movimento a sé stante, si colloca nell’ampio periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento, fra Impressionismo e Avanguardie ed è un momento cruciale per lo sviluppo dell’arte e la sua concezione in generale.
Configurandosi come corrente totalitaria ma non unitaria, è toccato da più ambiti, come la filosofia e la musica – punti di riferimento filosofici sono Nietzsche e Freud, padre della psicoanalisi e (ri)scopritore dell’inconscio, mentre sul lato musicale grandi nomi sono Beethoven e Wagner, teorizzatore dell’opera mondo – ambiti che contribuiscono a rendere ancora più oscuri e ignoti i confini della vita umana, per cui le opere non sono unite da fattori di natura stilistica, ma contenutistica.


Le 150 opere della mostra – divise in 24 stanze e 21 sezioni – sono la colossale dimostrazione di questo assunto: nessuno dei quadri è accomunato da ragioni stilistiche, ma dalla sensazione onirica di straniamento dalla realtà che spesso le avvolge in un alone di mistero e inquietudine e che fa sprofondare lo spettatore in una situazione di angoscia o, al contrario, di sogno estatico.
Si alternano tele dalle cromie scure, con pennellate materiche e indistinte, a tele dai colori accesi, quasi infantili, accomunate dalla scelta dell’argomento mitologico, spesso prediletto dai pittori, come “Tritone e Nereide” di Max Klinger o “La leggenda di Orfeo” di Luigi Bonazza, o ancora “Esiodo e la Musa” del celeberrimo Gustave Moreau.


Tema privilegiato è anche quello religioso, avvolto ancora di più dal mistero e dall’inquietudine, come dimostra uno dei dipinti più spettacolari della mostra, “Il peccato” di Franz von Stuck, abbracciato da una cornice dorata che ne esalta le tinte cupe, quasi gotiche.
Altra grande protagonista è la grafica, la creazione di stampe in bianco e nero tipiche del periodo: esse si rivelano territorio inesplorato, fatto proprio dai simbolisti per la loro originalità e interesse. Pare che l’alternanza dei colori non fosse casuale, ma trovasse spiegazione nel tentativo di trasporre, in chiave cromatica, l’opposizione tra bene e male.
Non è una novità che il Simbolismo ricerchi tecniche differenti e inusuali per comporre l’opera e, a questo proposito, altro grande motivo di originalità è il tentativo, attuato in ambito tedesco, di fondere quadro e spartito: nascono molte opere (fra cui la locandina stessa della mostra, “Carezze (L’Arte)” di Khnopff) con andamento orizzontale, indice di fusione fra le due arti.
Grande importanza, abbiamo detto, rivestì l’ambito italiano, che conobbe nella nostra penisola tre grandi centri propulsori: Roma, il cui punto di riferimento era D’Annunzio, Milano, città d’avanguardia, che nel 1891 espose, alla Triennale di Brera, le opere di Segantini e Previati (due grandi esponenti di Divisionismo e Simbolismo italiano) e, infine, Venezia, fondamentale per l’azione svolta dalle Biennali, momenti di raccolta dei grandi estimatori e compratori e quindi fondamentali per la circolazione delle opere.
Figura centrale del Simbolismo italiano fu Attilio Mussino, illustratore d’infanzia (si occupò delle illustrazioni di “Pinocchio”) ma anche grande pittore che, nella sua parabola simbolista, dipinse un quadro in cui una donna, in preda all’effetto di droghe, si trova a dover scegliere fra due strade, che rappresentano – simbolicamente – salvezza e dannazione.
Sta proprio qui il senso della mostra stessa, la ricerca eterna e costante del simbolo, che sempre deve congiungersi all’opera d’arte e fondersi con essa, riscoprendo la bellezza e la verità del sogno.

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