Avere 16 anni in Eritrea

Carlotta Ludovica Passerini

Tesfai ha 16 anni. Vive a Massawa, in Eritrea. Frequenta il penultimo anno del collegio militare, e l’anno prossimo sarà un anno difficile.
La media dei voti dell’ultimo anno, infatti, determina il futuro dei giovani eritrei. Se si riportano voti alti, si è indirizzati dal governo verso un corso universitario, prestabilito e non contestabile. Se le valutazioni, invece, sono basse, si è obbligati a entrare a far parte dell’esercito, per tutta la vita.

L’Eritrea è considerata la Corea del Nord d’Africa, anche se nessuno ne parla. L’ex colonia italiana è il Paese con meno libertà al mondo. Il governo sceglie tutto. Sceglie i corsi universitari che gli studenti devono frequentare. Sceglie quali informazioni far trapelare dal proprio Paese. Sceglie chi merita di vivere, e chi no. Il governo eritreo capeggiato da Isaias Afewerki da ormai diciannove anni investe ingenti fondi nell’intelligence.
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Per non far trapelare informazioni scomode, per fare in modo che chi osa parlare, non possa farlo più. Per questo motivo, molti dissidenti fuggiti dall’Eritrea spariscono, dopo aver rilasciato interviste. Molti hanno paura a raccontare le loro testimonianze. Per ogni dissidente che “va punito”, secondo la dittatura, spesso viene uccisa una famiglia intera. I dissidenti che lasciano il Paese vengono considerati traditori il servizio che Afewerki riserva loro è composto da torture, stupri, sparizioni, detenzioni arbitrarie, esecuzioni. In Eritrea le violazioni dei diritti umani sono sistematiche. E nessuno ne parla, nessuno ne può parlare.

Ritorniamo a Tesfai. La sua pagella lascia un po’ a desiderare. I voti non sono eccellenti. Tesfai non ha tempo per studiare, deve aiutare sua madre a sbarcare il lunario. Suo padre è sparito, nessuno ne ha più notizie. Lui deve darsi da fare per sostenere la sua famiglia. Si rende conto che sarà difficile ottenere i punteggi necessari per frequentare l’università. Anche se la scelta del corso non spetterà a lui, ma al governo, è sempre meglio che fare il soldato, pensa.

È passato un anno, e sono arrivati gli esiti scolastici: Tesfai non ha raggiunto il punteggio sperato. Deve arruolarsi, per sempre. Per sempre perché il servizio militare, nonostante per legge dovrebbe durare diciotto mesi, in Eritrea dura molto di più, tutta la vita. Il servizio militare comprende i lavori forzati. Se fai il militare, devi uccidere e torturare i tuoi connazionali che hanno avuto coraggio a ribellarsi a una dittatura, in un Paese che nega qualsiasi diritto.
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Tesfai non vuole questa vita. Vuole poter aiutare sua madre e i suoi fratelli. Non vuole collaborare con la dittatura. Così, decide di scappare. Attraversa il confine con l’Etiopia. Poi si dirige verso il Sudan, attraverso il deserto, fino a raggiungere la Libia. Resta a Tripoli per qualche settimana, in attesa di imbarcarsi alla volta dell’Europa.
Una notte parte, da Zwara, su un barcone carico di persone stipate come bestie. Tesfai viene costretto a imbarcarsi sottocoperta, come tutte le persone con la pelle nera. I bianchi sopra, i neri sotto. Il natante dopo un giorno di navigazione inizia a imbarcare acqua. Molte persone muoiono, molti altri sono i dispersi. Pochissimi i superstiti. Tesfai non arriva fino a qui. Arriva una lettera, scritta a sua madre.
Una lettera avvolta nel cellofan, e inserita in un palloncino chiuso, in cui racconta del proprio viaggio. Le dice “Mamma, vedrai che andrà tutto bene.”

Ho iniziato a lavorare in Stazione Centrale come volontaria per l’emergenza profughi nel 2014, ho fondato SOS ERM (SOS Emergenza Rifugiati Milano) nello stesso anno. Ci occupiamo sia della gestione di Centrale sia dei rifugiati a Milano e della loro integrazione e inserimento nel mondo del lavoro. Questa è una storia riportata dagli altri profughi che ho conosciuto in stazione.
“Mamma, vedrai che andrà tutto bene.”

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