Divi da strapazzo e fanatici comunisti nella Hollywood degli anni Cinquanta

 Ave, Cesare!, l’ultimo film dei fratelli Coen, è ambientato nella Hollywood degli anni Cinquanta, dove il protagonista Eddie Mannix (Josh Brolin) ha il compito di tenere le star lontane dagli scandali. Ma il susseguirsi degli eventi non sembra andare a suo favore, fino alla scomparsa del celebre attore Baird Whitlock (George Clooney), che sta interpretando un ruolo centrale in un film su Gesù — Hail, Caesar!, per l’appunto — quando viene rapito da un gruppo di intellettuali fanatici comunisti.

Parallelamente a questa vicenda assistiamo al debutto nel grande cinema di Hollywood dell’attore di western Hobie Doyle (Alden Ehrenreich), personaggio che si rivelerà poi fondamentale per lo scioglimento della trama. Ma i personaggi sono i più svariati e gli interpreti una lista di “attoroni”, che in molti casi non ci aspetteremmo di vedere in queste vesti: un George Clooney solitamente “belloccio” è qui in grado di ridicolizzarsi a livelli estremi; una Scarlett Johansson abitualmente sensuale e considerata quasi un emblema della femminilità è qui costretta a riempirsi la bocca di sorrisi finti, sotto ai quali si cela la più sboccata delle zitelle; un Channing Tatum divenuto famoso su una pista da ballo dà anche qui prova delle proprie abilità di danzatore, ma nasconde una vita segreta da giovane militante comunista destinato a lasciare l’America per l’Unione Sovietica. E come poteva mancare, poi, la fenomenale Frances McDormand? In un ruolo secondario, ma sempre azzeccato.

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I personaggi sono generalmente stereotipati, come risulta evidente soprattutto agli occhi di chi conosce bene il cinema hollywoodiano di quegli anni, ma non per questo sono da considerare banali; anzi, sono sempre ben riusciti. Quello che, nel film, è considerato al pari di una divinità dai fanatici del grande schermo — Baird Whitlock — conduce una vita trasandata tra alcool e donne, e si rivela un credulone quando con occhi sgranati ascolta attentamente le parole del club di comunisti che lo ha rapito; anche Hobie Doyle rispecchia perfettamente lo stereotipo dell’attorucolo di western: bravo finché monta un cavallo e maneggia un nodo scorsoio, ma del tutto inadeguato alla recitazione vera e propria. Si tratta comunque di personaggi ben delineati e originali, nonostante sia facile identificarli subito in un “tipo” ben preciso.

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Nel complesso il film è ben realizzato e spiritoso. Una commedia ben fatta che oscilla tra l’assurdo e il reale — quest’ultimo aspetto evidente nel velato (ma non troppo) intento dei Coen di polemica verso l’impalcatura mediatica che stava, e probabilmente sta ancora, alla base del mondo di Hollywood.

Non ci si deve aspettare il solito film da fratelli Coen (niente a che vedere con Fargo, o il più recente A proposito di Davis, per intenderci): questa volta preparatevi a ridere e a uscire dal cinema piuttosto soddisfatti, ma non con le “budella attorcigliate”, come direbbe Vivian Ward (Pretty Woman).

Ilaria Guidi

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