Del: 24 Marzo 2016 Di: Redazione Commenti: 0

Francesco Albizzati

In mezzo all’inferno rosso del Forum, lo spicchio di tribuna riservato ai tifosi ospiti ieri sera brillava di luce propria. Un bianco intenso ha portato le Aquile di Trento dritte in paradiso, o, per meglio dire, alle semifinali di Eurocup. Milano è battuta 79-92: è la terza volta su quattro incontri quest’anno. Non c’è stato tempo per illusioni o false speranze: le Aquile hanno tenuto stretto fra gli artigli il pallino del gioco e non lo hanno mollato un secondo. L’Olimpia è rimasta sempre dietro a rincorrere, impregnata di quel “vorrei ma non posso” che non si leverà più.

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La partita

La strategia di coach Buscaglia è chiara fin da subito: gran circolazione di palla, difesa a zona e far sì che gli avversari alzino sempre il tiro. Milano, affamata di punti e con l’ansia da prestazione, abbocca a capo chino. Tante triple sbagliate per le scarpette rosse, poca lucidità sotto canestro. A fine partita, la percentuale dai 6,75 m sarà del 26%.  Le Aquile, invece, arrivano sempre al ferro, timbrando il cartellino con regolarità. Il primo quarto termina 19-24 per gli ospiti: come all’andata, una tripla di Peppe “il sommo” Poeta manda tutti in panchina. Nella seconda ripresa lo spartito è sempre quello: se da una parte si cerca di trovare un deus ex machina che suoni la carica per la rimonta, dall’altra una solida manovalanza –condita da qualche assolo di Pascolo- permette che tutto resti com’è. Un Gentile falloso e non in perfette condizioni abdica in fretta gli allori della gara. All’intervallo il cronometro segna 43-48 e neanche un balletto dell’Olimpia Dance Team riesce a tirare su il morale ai 10000 tifosi milanesi.

 

 

Il terzo quarto sancisce definitivamente la promozione di Pascolo & co. A nulla valgono le (poche) triple di Sanders e l’intelligenza cestistica di Simon. A Buscaglia, abile scacchista, bastano un paio di timeout e una carezza alla barba per rimettere le cose a posto. Se poi anche il re dei gregari, Luca Lechthaler – un gigante trentino già campione d’Italia con Siena – si improvvisa schiacciatore e stoppatore, la coperta diventa sempre più corta. Lo spirito autolesionista della padrona di casa batte anche lui un colpo: dalla lunetta son quasi più i tiri sbagliati che quelli a segno (7/13 realizzati), mentre i visitors ne sbagliano solo 4 su 23. Un’altra tripla sulla campanella – a firma di Pascolo, questa volta – fa strappare un perentorio “mamma butta la pasta”, anche se la fame è l’ultimo dei pensieri. Si riparte da 54-69. L’ultima frazione è una cavalcata delle Walkirie verso il soffitto del Forum. Là dove sono appese le maglie dei grandi dell’Olimpia e gli stemmi dei passati trofei, Trento pianta la sua bandiera.

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Top

Se nella gara di andata l’ispirato era stato Poeta, al ritorno è Pascolo l’MVP. A Sutton (20 punti) il premio Oscar come attore non protagonista. 17 punti, 7 rimbalzi e una percentuale dal campo che sfiora l’80% lo incoronano re. E pazienza se la sua esecuzione di tiro non è proprio da scuola basket: il dolore gli avversari lo sentono uguale, se non di più. Menzione d’onore spetta ovviamente al coach di questa meravigliosa favola sportiva. Maurizio Buscaglia ribadisce coi fatti che il titolo di miglior allenatore della passata stagione non l’ha vinto coi punti del supermercato. Azzecca tutto quello che c’è da azzeccare e non si fa scoraggiare dalle assenza di Baldi Rossi e Sanders (Jamarr, non Rakim), due pedine fondamentali per il suo gioco. La sua espressione da bordo campo diceva: “Time is on my side”. Alle velleità offensive di Milano risponde con pragmatismo e organizzazione. Per una volta, sono i lombardi a prendere lezione di efficienza.

Flop

Tutta l’Olimpia aggiunge questo quarto di finale alla numerosa collana di rimpianti accumulati nel corso delle ultime stagioni. Affermatasi quest’anno come squadra dalla forte solidità difensiva e precisione sotto canestro, in un momento di debolezza mostra al nemico tutte le ferite, indicandogli anche dove infilare la spada. Troppi presunti leader e poca coesione producono basse percentuali al tiro e azioni forzate: questa regola non scritta del basket trova nell’Armani il suo esempio più lapalissiano. Assente ingiustificato resta però Gentile: in quanto capitano, il timone spettava a lui e a nessun altro. Non bastano infatti un buon nostromo (Simon) e un solido ufficiale di vascello (Macvan).

Conclusioni
Fra le prime quattro di Eurocup c’è una splendida debuttante.
Una signorina che cinque anni fa era in B1 e che ora se la gioca con le grandi. E pensare che in campionato non vince da gennaio. Sarà l’emozione, sarà la gioventù, o sarà forse quel bianconero che tinge le canotte dei trentini a spiegare il perché di questa ambiguità. Nelle partite di coppa hanno mostrato di che luce son fatte.
Ma non c’è tempo per pensare. Settimana prossima il sogno continua: sulla strada per la finale c’è un’altra nobile decaduta, Strasburgo. A settembre nessuno – né la stampa, né gli avversari – riusciva anche solo a pensare questo traguardo. Si son dimenticati tutti che, per un’aquila, l’unico modo di guardare è guardare lontano.

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