La lezione di Guido Galli sull’emergenza rifugiati

Carlotta Ludovica Passerini

Lunedì 21 marzo, Aula Magna, Università degli Studi di Milano.

Il rettore Gianluca Vago introduce i due temi che saranno trattati durante la mattinata: il ricordo di Guido Galli, magistrato ucciso da Prima Linea il 19 marzo 1980, mentre si trovava all’Università Statale per tenere una lezione di Criminologia, e la giustizia oltre le frontiere.

Prima della proiezione del documentario “Il Codice tra le mani – Storia di Guido Galli”,  Ciro Cascone, presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati – Sezione di Milano, dipinge Guido Galli come un modello di magistrato, un simbolo, ma soprattutto una persona normale che faceva il proprio lavoro con impegno, al fine di realizzare il bene comune. “Era un uomo giusto” dice Cascone “e un uomo di cultura”. Il presidente dell’ANM afferma poi che solo nella legge possiamo trovare le risposte alle criticità e alle emergenze di oggi, seguendo la strada che aveva tracciato Guido Galli, e che è valida ancora oggi.

Interviene poi in un brevissimo fuoriprogramma il Presidente del Tribunale di Milano, Roberto Bichi, che sostiene come sia fondamentale rafforzare la memoria perché i giovani abbiano una coscienza storica del nostro passato. Bichi prosegue dicendo che il tema dei diritti e della tutela dei richiedenti asilo è molto rilevante, non solo dal punto di vista giurisdizionale, ma per l’intera società.

Segue la proiezione del documentario sulla figura di Guido Galli, girato da Stefano Caselli, figlio del magistrato torinese collega di Galli. Il documentario non si limita al racconto della vita del magistrato assassinato da Prima Linea, ma parla anche della storia di quegli anni a Milano.
La figura di Galli è dipinta come quella di un uomo dedito al lavoro e alla famiglia. Un uomo che portava avanti il proprio mestiere con impegno. Un uomo che combatteva il terrorismo di quegli anni solo con le armi della legge. I figli di Galli, i suoi amici e colleghi raccontano chi era per loro il magistrato. Parlano di una famiglia unita e accogliente, di una casa la cui porta d’ingresso non veniva mai chiusa, per il via vai di gente, ma anche per imparare a non avere paura, in quegli anni così difficili. I colleghi di Galli raccontano con commozione di aver lavorato con un magistrato eccezionale, il cui lavoro aveva portato alla conclusione della prima maxi–inchiesta contro il terrorismo, partita nel 1978, dopo l’arresto di Corrado Alunni. Oltre ai ricordi dei cari del magistrato, interviene anche Silviera Russo, ex di Prima Linea. Racconta come Galli fosse un personaggio importante da eliminare. Così importante che Prima Linea non era l’unica organizzazione terroristica che stava progettando il suo assassinio.

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Galli il pomeriggio del 19 marzo 1980 entra in Statale. Si dirige verso l’aula 309, per tenere la sua lezione di criminologia.
Non si accorge di due uomini, fermi davanti a una finestra, come non si era accorto di una donna e un uomo, che in università, quel giorno, non erano andati per studiare. Facevano parte di Prima Linea, erano un commando, pronto a portare a termine la sua missione.
Galli supera i due uomini, e sente chiamare il suo nome. Il magistrato cade a terra, colpito da un proiettile alla schiena, e viene finito con due colpi alla nuca, di fronte all’aula 309. I due scappano, aiutati dai complici che li aspettavano. L’operazione Coccodé, come loro la chiamavano, era conclusa. Galli era fuori dai giochi. Sdraiato a terra, senza vita, con accanto un codice aperto.
I responsabili della sua morte, Sergio Segio, Maurice Bignami e Michele Viscardi, sono stati arrestati e condannati a oltre vent’anni di reclusione.

Il documentario racconta la figura di un eroe del quotidiano, i cui insegnamenti valgono ancora oggi.

Si passa poi al tema della giustizia oltre le frontiere e dei rifugiati. Tema collegato al ricordo di Galli da un filo comune, quello delle emergenze, e dell’affrontarle utilizzando la giustizia come strumento per realizzare il bene comune.

Luigi Ferrarella, cronista giudiziario del Corriere della Sera, invita per prima a salire sul palco Francesca Paltenghi, UNHCR, Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

La Paltenghi sottolinea come sia importante parlare dei rifugiati trattando il tema della giustizia. Tiene poi una sorta di lezione in cui spiega chi sono i rifugiati, da dove vengono e quali sono le normative internazionali sul diritto d’asilo. Illustra poi dei dati, mostrando che i rifugiati nel mondo sono oltre sessanta milioni, ma la maggior parte di loro non ha lo status di rifugiato politico, e vive in situazioni precarie, senza godere della protezione internazionale, da sfollati interni.
Chi riesce a scappare non ha alternative. Molti di loro dicono “meglio affrontare il rischio di morire in viaggio piuttosto che la certezza di morire a casa”.

La Paltenghi dice poi che solo il 10% delle persone che attraversano il Mediterraneo sono migranti economici, sfatando un preconcetto purtroppo molto diffuso in Italia.

La rappresentante dell’UNHCR fa poi leva sulla questione dei minori e delle donne migranti, che insieme formano un numero maggiore rispetto ai migranti uomini. La loro situazione va tutelata, come vanno tutelati i loro diritti.
“Nonostante la strada per la giustizia per i rifugiati sia ancora lunga […], la giustizia è sempre la strada da percorrere” prosegue poi la Paltenghi “come diceva Guido Galli”.

Prende poi la parola Cristina Cattaneo, Professore di Medicina Legale presso l’Università degli Studi di Milano. La docente evidenzia nel suo discorso l’importanza del ruolo della scienza e della ricerca scientifica nel contrastare il crimine e nel tutelare la giustizia e i diritti umani. È importante per questo, prosegue la Cattaneo, tutelare le scienze forensi e le discipline biomediche, anche in una città come Milano.

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L’Università degli Studi di Milano, racconta con orgoglio la professoressa, presta il suo personale per l’identificazione dei cadaveri dei migranti, un lavoro molto importante soprattutto per le famiglie di coloro che sono partiti, che sono rimaste a casa.
La Cattaneo prosegue poi dicendo che il Comune di Milano aprirà un centro e un museo per le scienze dei diritti umani, “per servire al meglio la giustizia tanto cara a Guido Galli”.

L’intervento successivo è quello di Nerina Boschiero, professoressa di Diritto Internazionale presso la Statale. La docente, che era stata studentessa ai corsi di criminologia di Guido Galli, incentra il suo intervento sull’attualità, ovvero sull’accordo internazionale, giuridicamente non valido, tra l’Unione Europea e la Turchia.

La Boschiero tiene un discorso molto preciso e appassionato sul tema del diritto internazionale, sostenendo che a fronte di una crisi umanitaria senza precedenti, per cui il Mediterraneo è diventato il cimitero più grande del mondo, la responsabilità sia da attribuire al disastro che l’Unione Europea e i suoi alleati hanno fatto in Libia e al loro non intervento in Siria.

Responsabilità che nessuno ha avuto il coraggio di assumersi.

La professoressa prosegue sostenendo che non sia possibile un’azione concordata in Europa, dal momento che i paesi dell’Est, ultimi annessi all’Unione, non sembrano rispettare la solidarietà europea, ma costruiscono solamente muri. Ma i muri, come diceva anche la Paltenghi, non bastano a mandar via le persone. Semplicemente, deviano le rotte.

Ferrarella passa la parola al Professore di Diritto Penale Gian Luigi Gatta. Il docente tira le fila della mattinata, e mette in luce il punto comune tra i due fenomeni trattati, il terrorismo e i rifugiati. Ciò che lega le due tematiche, secondo Gatta, è il fatto che rappresentino delle emergenze. Il compito di fronteggiarle è della politica internazionale, e il diritto è sicuramente lo strumento da usare per dare risposte alle criticità.

Secondo Gatta, la lezione di Guido Galli è ancora attuale.

L’ultima parola spetta a Giuseppe Galli, figlio di Guido. Ricorda i suoi fratelli, non tutti presenti in Aula Magna, e soprattutto ricorda la madre Bianca. Dice che sua mamma ha avuto un ruolo fondamentale nel gestire una vicenda così tragica, ed è riuscita a crescere i suoi figli in un modo quantomeno “normale”. Conclude poi il suo discorso apprezzando l’accostamento delle tematiche trattate durante la mattina, e riprende la lezione del padre, secondo cui è fondamentale abbinare il discorso scientifico all’etica.

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