La seconda occasione del Kurdistan. Il dramma storico di una nazione senza Stato

Letizia Gianfranceschi

Sarà pur vero che tutte le nazioni sono comunità politiche immaginate, come affermava il filosofo Benedict Anderson, ma forse alcune sono più immaginate di altre.

Il sole appena sorto illumina il castello che domina Erbil, capitale del Kurdistan iracheno, le macerie di Kobane, nel Kurdistan siriano, e Piazza Eqbal a Sanandaj, capoluogo del Kurdistan iraniano.

C’era una volta il Kurdistan, la terra dei «kurd»: dei rudi, dei lupi – in lingua turca – probabilmente discendenti dei Carduchi, abitanti delle montagne a ovest del Tigri, e di Saladino, il più celebre sultano e condottiero curdo del Medioevo.

C’è anche oggi il Kurdistan: è in Turchia, in Siria, in Iraq, in Armenia. Stato incompiuto: quattro bandiere, nessuna lingua ufficiale, nessuna religione unica. «The World’s next country» come l’ha definito l’autorevole Foreign Policy. Niente di più, niente di meno: il Kurdistan è una possibilità.

 

kurdistan

Non basta un territorio a cui senti di appartenere, uno Stato vale di più: è monopolio della forza, controllo effettivo e indipendente di una comunità territoriale, potere istituzionalizzato, per alcuni Leviatano, per altri abito giuridico di cui si veste la politica, eticità suprema e ragione o strumento di oppressione. Per quasi tutti, modello di ordine politico.  

Questa è la storia di un popolo senza casa, nomade prima per scelta poi per necessità. O meglio, è la storia di ciò che ne è rimasto dopo un genocidio recente e parzialmente ignorato. In quel caos che da sempre è il Medio Oriente, quella curda potrebbe sembrare solo un’altra delle tante questioni storiche che coinvolgono i popoli di questa regione senza pace. Un’altra delle tante promesse occidentali non mantenute.

Nel 1515, dopo la battaglia di Cialdiran, ottomani e persiani si dividono questa terra, una volta casa e improvvisamente prigione di questa gente di montagna. Enclave.

Nel 1920 a Sèvres, all’indomani della Grande Guerra e del crollo dell’impero ottomano, le potenze vincitrici si impegnano alla creazione di uno Stato curdo. Lo fanno addirittura con un trattato: mettono per iscritto una promessa – autodeterminazione dei popoli- pesante come una coscienza.

Sarà pur vero che le parole volano e gli scritti rimangono, sta di fatto che spesso le buone intenzioni rimangono solo sulla carta: sarà per la scoperta dei giacimenti di petrolio nel sottosuolo di Kirkuk, nel Kurdistan iracheno, ed ecco che gli inglesi si guardano bene dal rinunciare alla terra più ricca che gli sia mai capitata sotto mano. Sarà per il nazionalismo turco, ed ecco che il trattato di Sèvres è un ricordo già a Losanna, dove il trattato di pace concluso tra la Turchia di Ataturk e le potenze dell’intesa cancella ogni concessione fatta ai curdi solo tre anni prima.

Così non nasce il Kurdistan che doveva essere. Così, circa 30 milioni si trovano figli di madri che non li riconoscono: il 20% in Turchia, tra il 7 e il 10% in Siria, tra il 15 e il 20% in Iraq.

Poi, come vuole il migliore dei drammi storici, oltre il danno la beffa, perché, come recita un proverbio arabo «nel mondo ci sono tre calamità: le locuste, i topi e i curdi». Il Kurdistan subisce quindi il tentativo di arabizzazione forzata da parte del regime di Assad in Siria e il genocidio in Iraq, ordinato da Saddam durante la guerra del Golfo contro l’Iran (1980-88): bombardamenti a tappeto contro il curdi iracheni, napalm, gas tossici, e mine di produzione europea. I fiori di Kirkuk e la resistenza femminile curda non bastano a evitare le 100 mila vittime di cui parla Human Rights Watch. Ma chi ricorda l’attacco chimico di Halabja nel 1988, e i 5500 gassati con il nervino, e i sopravvissuti con l’eredità pesantissima delle patologie e delle malformazioni? E ancora, le tensioni in Turchia, sfociate in una vera e propria guerriglia tra le forze governative e il PKK, il partito filomarxista dei lavoratori curdi fondato dal sanguinario leader Ocalan nel 1978, protagonista di una serie di attentati di matrice separatista.

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Sarà pur vero che tutte le famiglie felici si assomigliano, ma i curdi non sono una famiglia felice. Come tutte le famiglie infelici sono infelici a modo loro: i curdi iracheni non sono i curdi turchi, su questi pesa lo spettro del terrorismo, ma non sono nemmeno i curdi siriani, né i curdi armeni. Così, alla romantica visione occidentale si oppone la prospettiva delle lotte intestine che li vedono coinvolti. Questa è già storia recente, all’insegna di una realpolitik curda tesa al riconoscimento di un certo grado di autonomia all’interno degli Stati di appartenenza.

Nel 1991 il Kurdistan iracheno diventa ufficialmente una regione autonoma.

Il Rojava, il Kurdistan siriano, si dichiara indipendente dopo lo scoppio della guerra civile siriana.

Questa è la storia recentissima della riconquista di Kobane, la Stalingrado del Vicino Oriente dove le milizie dell’YPG, l’Unità di Protezione Popolare e il suo braccio femminile, riprendono possesso della città assediata dallo Stato islamico nel settembre 2014. Questa è la storia del campo profughi di Suruç, in Turchia, e dei rifugiati curdi nei centri di accoglienza in Europa.

«Io vado madre, se non torno sarò fiore di questa montagna, frammento di terra», recita così un dengbej, un canto di questa gente delle montagne.

È la storia dei peshmerga, i partigiani della resistenza, gli unici boots on the ground nella guerra contro l’ISIS.

Così, il Kurdistan è ancora immaginato, ma questa volta, quando il conflitto siriano giungerà a termine, non potremo più ignorare il diritto dello Stato curdo di esistere per davvero.

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