Non solo trivelle: Storia del referendum

Sono ormai in molti ad attendere con trepidazione la sentenza che il 9 marzo giungerà dalla Corte di Cassazione e deciderà l’eventuale annessione di uno o due ulteriori quesiti al cosiddetto “referendum sulle trivelle”, inizialmente previsto per domenica 17  aprile 2016.

Vulcano Statale ha deciso di seguire la vicenda pubblicando, tra lunedì e mercoledì, tre articoli per illustrare i diversi aspetti del referendum:

  1. Il contesto geo-politico, sociale e ambientale in cui si colloca il referendum
  2. L’iter burocratico del referendum
  3. Un vademecum per comprendere i quesiti.

Il difficile iter burocratico
del “referendum sulle trivelle”

Il referendum nasce nel settembre 2015 da un’idea di Giuseppe Civati (Possibile), il quale aveva inizialmente proposto un suffragio popolare con otto quesiti, due sulla riforma elettorale, tre sul tema lavorativo e tre a carattere ambientale.

Gli otto esposti sono stati bene accolti con entusiasmo dalle associazioni ambientaliste e dai consigli regionali di Abruzzo, Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise, che ne hanno fin da subito sostenuto la causa.

A dicembre la Camera ha modificato la Legge di Stabilità proprio nei punti di inerenza ai soggetti referendari, così l’8 gennaio 2016 la cassazione ha dovuto riesaminare i quesiti e ne ha bocciati 7, perché in conflitto con il nuovo ordinamento.

Il fatto ha scatenato le proteste dei sostenitori del referendum, che hanno fatto ricorso alla cassazione per far riammettere due dei quesiti eliminati (quelli ambientali, di cui si saprà domani).

Quindi sono tornati all’attacco e, assieme alle associazioni verdi, hanno lanciato un appello per ottenere il cosiddetto “Election Day”, ovvero un compromesso legislativo che inglobasse il referendum nelle elezioni amministrative di giugno 2016, così da facilitare il raggiungimento del quorum – il vero ostacolo.

immaginesondaggi-

Fonti: istituto di ricerca SWG, febbraio 2016.

Secondo i sondaggi infatti, sulla materia delle trivelle il 78% degli italiani sarebbe a favore dell’abrogazione, quasi il 60% vorrebbe addirittura l’uscita incondizionata dal petrolio e il 43% si dichiara preoccupata per l’attuale condizione dell’ecosistema; però il 38% non sa nemmeno dell’esistenza del referendum, mentre il 40% conosce la questione solo vagamente.

Il rischio perciò, è che una vittoria schiacciante si trasformi un una disfatta clamorosa dettata dallo scarso richiamo elettorale esercitato dall’evento isolato.

I timori degli ecologisti sono apparsi giustificati quando, a metà febbraio, il consiglio ha rigettato la richiesta di accorpamento e ha scelto domenica 17 aprile come data della votazione, provocando così la spesa aggiuntiva di 360 milioni, tra l’allestimento dei seggi, il supporto informatico e la retribuzione del personale.

Come prevedibile, la notizia ha mandato su tutte le furie gli abitanti delle regioni interessate dagli scavi e gli ambientalisti, che vedono in quest’ultima manovra del governo il tentativo di boicottare il referendum.

La protesta è esplosa in alcune azioni dimostrative organizzate da Greenpeace e si è poi riversata sui social network, dove è sfociata in una campagna di informazione e sensibilizzazione, accompagnata dagli hashtag #NoTrivelle e #StopTrivelle.

immagine5

Un atteggiamento comprensibile, se si considera che per i cittadini italiani questo suffragio non è solo una questione di trivelle, ma l’occasione di esprimere la propria volontà per il futuro del Paese. Come abbiamo già mostrato ieri, infatti, dall’esito del referendum dipendono l’evoluzione del mercato dell’energia, lo sviluppo del settore ecosostenibile, e la nostra politica estera.

Tommaso Sansone
Mi piace fare e imparare cose nuove. Di me non so quasi niente.

Commenta