Ofelia o Lady Macbeth? Entrambe.

Sheila Khan
@shei_sk

È in scena al teatro Libero di Milano Quello che le donne non dicono, regia e drammaturgia di Fabio Banfo, assistente alla regia Serena Piazza. In scena Monica Faggiani e Debora Mancini danno vita a uno spettacolo inquietante, intenso, complesso ma risolto in maniera semplice, chiara, intensa.

Lo spettacolo, di ispirazione shakespeariana, porta in scena il dialogo di una donna con la sua migliore amica d’infanzia, che finalmente può riunirsi dopo un lungo periodo di allontanamento. Si incontrano in una soffitta, luogo dei loro giochi e delle loro confidenze di bambine sulla lunga e difficile strada per diventare donne. Ma l’interlocutore è in realtà un fantoccio: rami al posto delle mani, un lungo vestito nero che non lascia intravedere un corpo sotto di esso, una maschera da scherma a coprire il viso, nessun segno di vita. Il dialogo sembra allora prendere le pieghe di un monologo, se non che il personaggio in questione è animato da due personalità, una ingenua, dolce, pacata, e una folle, sadica, inquieta; questa donna è Ofelia e Lady Macbeth.

Quello che 2

Il dialogo si svolge all’interno di una donna bipolare, animata perennemente dal conflitto tra queste due personalità antitetiche che cercano di ricordare il loro passato, possibilmente senza demistificarlo, per giungere ad un’unica versione, ad una verità assoluta. Ripercorrono insieme l’infanzia, i primi amori, il rapporto con il padre, la relazione con il sesso, l’essere donna, l’educazione, la follia, l’amore, il matrimonio, il parto, la morte, in un vorticoso alternarsi di voci che si inseguono e si respingono. I riferimenti alle opere shakesperiane da cui provengono i personaggi sono velati: la personalità simile a Ofelia dice di essere stata in convento e di aver amato senza mai capire, mentre quella simile a Lady Macbeth dice che avrebbe fatto qualsiasi cosa purché il marito diventi un uomo forte e dice di essere sonnambula. Banfo punta sull’esasperazione dei due caratteri dei personaggi femminili e li distingue ancora più nettamente di quanto non l’abbia fatto il Bardo: così Monica Faggiani si muove in maniera fluida e graziosa sul palco, portando una lunga veste nera e austera, dice parole d’amore e di compassione, ma è anche capace di dire quello che non si addice a una donna; Debora Mancini è invece scattante e nervosa, acuta nella voce, truce nello sguardo ed è accompagnata da una risata malefica con cui conclude spesso le sue frasi ispirate dal desiderio di violenza, vendetta e potere.  L’operazione condotta dal regista di dar voce a un solo personaggio con due attrici è originale se paragonato alla tendenza frequente di far interpretare a un solo attore più personaggi, creando one man show che valorizzano l’ecletticità dell’interprete. In questo caso si valorizza la sinergia tra due attori per restituire un unico personaggio sfaccettato — a causa della sua stessa malattia.

Quello che 3
In Quello che le donne non dicono l’enigma shakespeariano più famoso dell'”essere o non essere” viene declinato in un “essere e non essere”, dove quindi la possibilità di scelta viene annullata in virtù di una duplicità che, sembra suggerire il regista, è insita in ognuno di noi. Così nessuna donna è solo Ofelia o solo Lady Macbeth, ma entrambe. Gestire questo doppio significa non solo evitare patologie cliniche come la doppia personalità e il bipolarismo, ma anche imparare a conoscersi davvero, senza reprimere parole e pensieri, dando voce a tutto quello che le donne non dicono.

Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube

Commenta