RIP SPD

“Wir schaffen das!”. Il ritornello merkeliano di questi ultimi mesi ricorda così tanto quello “Yes, we can” che portò Barack Obama alla sua prima vittoria. “Wir schaffen das!”, “ce la facciamo”: ce la facciamo ad accogliere i migranti, a formarli e a integrarli nell’opulenta macchina economica tedesca. Un programma ambizioso, una scommessa coraggiosa, per molti avventata, che ha diviso e divide l’opinione pubblica tedesca e spezza in due la CDU della Cancelliera. Stando ai sondaggi, però, l’ottimismo e l’entusiasmo che lo accompagnava inizialmente è andato scemando nel corso degli ultimi mesi del 2015, subendo un tracollo dopo i fatti di Colonia.
Le elezioni dello scorso weekend dovevano essere il primo vero banco di prova su cui misurare il successo della politica dell’accoglienza. Ma contro ogni aspettativa, tutto sommato, gli elettori non hanno punito Angela Merkel. Almeno, non più di quanto non abbiano punito i suoi compagni di coalizione, i socialdemocratici della SPD.

Colpa della Willkommenspolitik, dunque, la presunta flessione dei grandi partiti tradizionali? Così vorrebbe la vulgata, e in parte è vero. Ma a riguardare i dati qualcosa non torna. Perché di fatto la CDU non ha registrato alcuna tragica emorragia. Anche in Baden, un tempo feudo cristianodemocratico, dove pure segna un dolorosissimo – 12%, trattiene a sé il 27% degli elettori. Un risultato tutto sommato positivo, se si considera che il candidato dei Verdi, il presidente uscente Kretschmann, amatissimo dai cittadini svevi, stacca la CDU di soli 3 punti percentuali.

No, se si può ben dire che la politica migratoria di Berlino abbia gonfiato le fila e i polmoni delle destre estreme, dall’altra parte pare non aver danneggiato poi così drammaticamente i suoi primi fautori, che seppure non stravincono, riportano ottimi risultati ovunque, assicurandosi così una partecipazione pesante al governo di ciascun Land.

Di sicuro la linea morbida del governo federale ha fatto la fortuna del partito di estrema destra Alternative für Deutschland, che vi ha costruito sopra l’intera campagna elettorale, collezionando a questa tornata una tripletta senza precedenti: non solo supera abbondantemente la doppia cifra, ma in Sassonia – Anhalt arriva a sfiorare addirittura il 25% dei consensi, sorpassando persino la SPD in due Länder al voto su tre.

image
image2
image

Il risultato spaventosamente – è il caso di dirlo – buono dell’AfD non fa che rendere ancor più evidente la crisi in cui versa la socialdemocrazia tedesca, che tiene duro solamente in Renania – Palatinato.

La SPD faceva parte sino a venerdì scorso di tutti e tre i governi: in Baden e in Sassonia come “Juniorpartner”, in Renania come primo partito. Bisogna concedere che il ruolo di “socio di minoranza” di un governo espone a tutte le critiche, raramente premia i successi, e, se non supportato da un’attenta strategia, limita enormemente il margine d’azione.

Ma è sui contenuti che la SPD risulta carente, poco incisiva.

Esemplare è il caso del Baden-Württemberg: il partito di Sigmar Gabriel si presenta nel Land di Stoccarda con un programmino smilzo e niente affatto brillante, con proposte vecchie e poco convincenti, che ben rispecchia la passività di fondo del partito anche a livello nazionale.

Piegato alle esigenze della Große Koalition, schiacciato dalla figura egemone della Merkel e dei suoi fedelissimi, la SPD non trova spazio, non riesce a formulare una politica caratterizzante e moderna.

La socialdemocrazia tedesca soffre da tempo di un’anemia imbarazzante. Insegue, si sdraia sulle posizioni altrui. Sul sociale viene sorpassato a destra dalla CDU, sul lavoro a sinistra dalla Die Linke, e pure sull’ambiente trova davanti a sé i Verdi. Nemmeno rispetto alla questione dei migranti riesce a smarcarsi.

Che sia un problema di volti, di persone, di carisma?  Gabriel, per quanto competente, condivide con Don Abbondio aspetto e atteggiamento: «un vaso di terra cotta, costretto a viaggiar in compagnia di molti vasi di ferro.»

Dietro di lui, diversi ottimi uomini di partito, nessuno sufficientemente forte per spiccare in modo netto sugli altri e guadagnarsi la guida della “ditta”, per dirla bersanianamente. Nessuno in grado di bucare lo schermo. E infatti la SPD non buca. È più moderata della moderatissima CDU, che bene o male ha trovato in quel “Wir schaffen das!” un motivo caratteristico, un messaggio forte, in grado di smuovere l’opinione pubblica. Forse proprio quel “Wir schaffen das!”, unito a una certa conflittualità e ambivalenza interna a tal proposito, ha evitato alla CDU un risultato rovinoso. Di più, ha rinforzato il suo ruolo di prima grande forza del Paese, facendo scivolare indietro gli avversari di sempre e senza concedere troppo a quelli nuovi.

Mentre tutti gli occhi sono puntati sui risultati dell’AfD, difatti, nessuno sembra accorgersi della riconfermata egemonia del partito di Angela Merkel, o meglio, di Angela Merkel stessa. In fondo, se paragonati ai risultati ottenuti dai partiti affini a quello di Frauke Petry nel resto d’Europa, si tratta cifre preoccupanti, ma relativamente contenute. Inoltre, la sconfitta in Renania di Julia Klöckner, compagna di partito della Merkel che nelle scorse settimane si era schierata contro la politica dell’accoglienza, metterà verosimilmente a tacere per un po’ il fronte interno dei falchi.

Non a caso in una delle prime dichiarazioni post-elettorali la Cancelliera è tornata a ribadire la linea: sulla questione dei migranti, nessun passo indietro. “Wir schaffen das”. E forse la Frau Kanzlerin “hat das geschafft”, ce l’ha fatta, ancora una volta.

Arianna Bettin
Irrequieta studentessa di filosofia, cerco di fare del punto interrogativo la mia ragion d'essere e la chiave di lettura della realtà.
Nel dubbio, ci scrivo, ci corro e ci rido su.

Commenta