L’8 Aprile il Giappone ricorda Hachiko, l’emblema della fiducia

Barbara Venneri

La storia del cane di razza Akita Inu bianco Hachiko è diventata il simbolo della fedeltà canina e continua a fare commuovere il mondo, tanto che in Giappone oggi come ogni anno si celebra una Giornata nazionale in suo ricordo. Durante questa giornata viene organizzata una cerimonia alla stazione di Shibuya, dove si trova una statua in bronzo di Hachiko, con la quale i giapponesi ricordano quel cane quasi come un eroe.

Ed è proprio la stazione di Shibuya che fa sfondo alle vicissitudini della vita di Hachiko (“hachi” in giapponese significa “otto”, mentre “ko” é un vezzeggiativo), un cane che poco dopo la sua nascita nel 1923 viene adottato da Hidesaburō Ueno, un professore dell’Università Imperiale di Tokyo. Tutte le mattine Hachiko accompagnava il padrone alla stazione per recarsi al lavoro e poi lo aspettava nello stesso posto alla fine della giornata, e continuò a farlo anche dopo la morte improvvisa di Ueno durante una lezione. Per 10 anni fino alla fine della sua vita Hachiko aspettò ostinatamente il ritorno del padrone. Il cane diventò famoso in poco tempo, la più importante delle quali è quella della stazione di Shibuya che ad oggi é divenuta una dei luoghi di incontro più frequenti. Se prima era il cane ad aspettare, ora lo sono gli uomini.

Ma il titolo di “cane fedele” non spetta solo ad Hachiko. Si raccontano molte altre storie simili alla sua, come quella argentina di Capitàn, il pastore tedesco che dal 2006 a oggi vive sulla tomba del suo padrone Miguel Guzman. Anche l’Italia può vantare un cane notoriamente fedele, il meticcio Fido. Come Hachiko, Fido accompagnava tutte le mattine il padrone Carlo Soriani alla fermata dell’autobus e poi lo andava a riprendere. Dopo la sua morte a causa di un bombardamento, Fido continuò ad aspettarlo per 14 anni.

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Stando a una ricerca di scienziati ungheresi pubblicata sulla rivista Animal Cognition, i cani non sarebbero fedeli all’uomo, bensì al cibo. In questo esperimento dei cani erano stati messi in contatto con un robot con una voce simile a quella umana e con due mani vestite da un guanto. Il robot indica al cane una ciotola di cibo, in un primo momento comunicando con il cane in maniera “asociale”, quindi senza atteggiamenti tipici dell’uomo. Quando però il robot interagisce con il cane con una faccia umana sul monitor, il cibo nascosto viene trovato con meno difficoltà. Durante l’esperimento il padrone del cane entra nella stanza e parla con il robot, poi quest’ultimo si rivolge al cane chiamandolo per nome e gli indica nuovamente una ciotola di cibo. Una volta che la posizione del cibo é stata rivelata il cane interagisce con il robot esattamente come se fosse un umano. Le conclusione tratta da questo esperimento fu che i cani cercano dall’uomo solo cibo e protezione e che quindi potrebbero essere anche i migliori amici dei robot. Ma una relazione cosi lunga come quella tra l’uomo e il cane non può essere basata solo sull’opportunismo: infatti da quando il cane si é evoluto dal lupo circa 32000 anni fa, è sempre rimasto a fianco dell’uomo. Il comportamento del lupo di stringere legami molto forti con i membri del suo branco è stato ereditato dal cane che configura questi atteggiamenti nel rapporto con l’uomo. Come spiega Stephen Zawistowsky, scienziato dell’American Society for the Prevention of Cruelty to Animals, il cane vede l’uomo come membro (e capo) del branco e quindi stringerà gli stessi legami indistruttibili che avrebbe stretto il lupo con i suoi compagni.

Il cane, dunque, resta il migliore amico dell’uomo.

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