Le primarie statunitensi si fermano a New York

Elena Cirla
@elenacirla

Nella lotta fra repubblicani e repubblicani, e democratici e democratici, nelle primarie statunitensi si registrano risultati che poco si discostano dalle aspettative: il re della città, appoggiato anche dall’ex-sindaco Rudy Giuliani, è sicuramente Donald Trump, che a New York City è di casa; Ted Cruz e John Kasich non hanno potuto nulla sul tycoon, che si è portato a casa una vittoria schiacciante del 60% sugli elettori repubblicani.
Altro super Tuesday anche per la Clinton che, con risultati molto simili (intorno al 58%), si aggiudica l’elettorato newyorkese democratico – sconfitta schiacciante per Sanders, che sembrava star guadagnando impulso, vincendo le ultime 8 votazioni in 9 stati.

Ma perché New York è così importante?

Aggiudicarsi la Grande Mela non è un mero interesse di gloria: concentrati qui ci sono ben 247 delegati per i democratici (più 44 superdelegati) e 95 per i repubblicani.

HILLARY-CLINTON
E se la matematica non è un’opinione, i due front-runner sono proprio loro: con un obiettivo totale di 2383 delegati democratici, Hillary Clinton ne ha già conquistati 1911 (contro i 1129 di Sanders), mentre Donald Trump è a quota 833 su 1237, seguito da Cruz (559), Rubio (171) e Kasich (147).
Non è un caso che il voto nell’Empire State sia chiesto così tardi nel calendario delle primarie: qui si vota nella seconda parte della corsa in quanto, a questo punto, in genere è già chiaro chi sia il vincitore del partito. Non è stato così quest’anno e anzi proprio qui si è consumata la vittoria dei due candidati che ormai sono i protagonisti delle future elezioni di novembre 2016.
Ma aggiudicarsi New York non significa conquistare solo la città con i suoi 5 boroughs: lo stato di New York è grande, comprende città popolose come Albany, Buffalo e Syracuse e il peso elettorale è consistente.
Significativo, a riguardo, è il fatto che Sanders si sia aggiudicato gli ultimi 8 dei 9 stati in cui si è votato ma, nonostante ciò, la Clinton sia comunque in vantaggio per numero di delegati (proprio per la sua fresca vittoria a NY).
Il New York Times intitola il suo articolo di oggi “Donald Trump and Hillary Clinton win easily in New York” e non c’è da stupirsi: nato e cresciuto a New York, Trump è il padrone di casa, mentre Hillary, pur non essendo newyorkese di nascita, è stata eletta per ben 2 volte senatrice di questo stato (smacco ancora più forte per Sanders, nato a Brooklyn e cresciuto a NYC fino all’adolescenza).

LAS VEGAS, NV - FEBRUARY 23:  Republican presidential candidate Donald Trump speaks at a caucus night watch party at the Treasure Island Hotel & Casino on February 23, 2016 in Las Vegas, Nevada. The New York businessman won his third state victory in a row in the "first in the West" caucuses.  (Photo by Ethan Miller/Getty Images)

Le soprese che riserva New York non finiscono qui: è evidente come il magnate repubblicano abbia nettamente cambiato il modo di esprimersi e approcciarsi con l’elettorato e i candidati avversari stessi. L’ex first lady non è più “Crooked Hillary”, ma è ora “Mrs. Clinton”, mentre “Lyin’ Ted” è ora il rispettabile “Senator Cruz”.
Che sia un cambiamento sincero o una scaltra scelta elettorale, l’obiettivo era quello di aggiudicarsi New York e Trump e Clinton ce l’hanno fatta.
E, come diceva Jack Nicholson, “qui siamo a New York: se ce la fai qui, ce la puoi fare ovunque”.

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