Tuvalu, l’isola in pericolo ai tempi della COP21

Letizia Gianfranceschi

Mentre lo scorso 22 aprile i potenti della terra si riunivano al Palazzo di Vetro per firmare l’ambizioso accordo sul clima negoziato a Parigi quattro mesi fa durante la COP 21, chissà cosa pensavano gli abitanti di Tuvalu. Il cambiamento climatico, del resto, ha l’aspetto frastagliato di questa nazione insulare polinesiana situata nel bel mezzo del Pacifico, tra le Hawaii e l’Australia.

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Non è invece una leggenda il triste destino, ancora incompiuto, che sembra purtroppo attendere Tuvalu che, con la sua altitudine massima di 4.5 metri, a causa dell’innalzamento del livello del mare, tra cinquant’anni potrebbe essere sommersa. Come Atlantide che, come racconta Platone, dopo il fallimento dell’invasione di Atene, è sprofondata negli abissi in un solo giorno, come voleva Poseidone.

Il cambiamento climatico ai tempi della COP 21 ha tanti nomi e tanti volti: quello di Noataga, cinquantatré anni, che fa il pescatore in quest’angolo di mondo lontano da quasi tutto. «La natura era nostra amica», racconta a Tuvalu Overview, un’organizzazione che tenta di far conoscere la situazione di Tuvalu e di trovare soluzioni. Quello di Rotani, ventun anni, che sogna di trasferirsi in Nuova Zelanda. Quello di Namuea, settantacinque anni, che è preoccupata per i suoi nipoti e teme che la cultura tradizionale sarà inghiottita dall’oceano insieme a Tuvalu. Come loro, altre diecimila persone abitano questo fragile paradiso: quattro isole coralline e cinque atolli per una superficie totale di soli ventisei km quadrati.

La gente di Tuvalu, che secondo una leggenda locale discende da un uomo che sposò un delfino, Parigi non l’ha mai vista, forse neanche in cartolina. Ultimamente però ne ha sentito parlare spesso, specialmente in occasione della XXI Conferenza delle Parti sui cambiamenti climatici.

A Tuvalu sanno bene che l’aumento della temperatura degli oceani provoca un innalzamento del livello del mare pari a 3 millimetri all’anno (secondo quanto osservato dai satelliti) ed è causato principalmente dalle emissioni di gas serra.

Come confermato dal rapporto di valutazione del Comitato intergovernativo dell’ONU per il cambiamento climatico, le concentrazioni globali in atmosfera di anidride carbonica, metano e ossidi di azoto sono notevolmente aumentate come risultato dell’attività umana dal 1750 ad oggi. Ecco dunque un microstato come Tuvalu al cospetto dei giganti della terra: nel 2002 l’allora primo ministro Koloa Talake afferma di voler fare causa agli Stati Uniti di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia per le eccessive emissioni che minacciano la sopravvivenza della sua gente. Nulla di fatto.

A Parigi i leader delle piccole isole hanno chiesto misure per limitare il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 gradi centigradi entro il 2020. 2.7 gradi, questo il valore effettivamente concordato. Accordo storico o frode? James Hansen, astrofisico e padre della lotta al cambiamento climatico non ha dubbi e non usa mezzi termini per commentare l’accordo di Parigi: “Sono solo parole inutili. Non c’è nulla di concreto, solo promesse.” L’ex scienziato della NASA spiega al The Guardian che l’unico modo per evitare i peggiori danni è quello di tassare dovunque le emissioni di gas serra.

A Parigi, l’occasione è stata di quelle da non perdere: per la prima volta ci sono perfino i grandi detrattori di Kyoto (i soliti USA, l’India, il Brasile e la Cina), ma c’è la resistenza dei paesi in via di sviluppo, che non vogliono barattare lo sviluppo con l’ambiente.

Ci sono proposte ed iniziative per favorire gli investimenti sulle tecnologie rinnovabili e proteggere i polmoni verdi. Non si parla di oceani (l’accordo non riguarda infatti le acque internazionali), non si parla di responsabilità per danni causati dalle emissioni, non si parla di rifugiati climatici né di meccanismi di controllo. È bene anche ricordare che l’accordo appena firmato non è vincolante, e già questo dovrebbe bastare a salutare per sempre Tuvalu. Eppure Elene Sopoaga, primo ministro di Tuvalu, si è detto soddisfatto del risultato, ma è difficile capire cosa ne pensi davvero la gente del posto.

Pam è solo l’ultimo dei cicloni che periodicamente si abbattono su queste isole difficilmente localizzabili perfino sulle mappe geografiche. Le ha colpite nel marzo del 2015 e non è stato poi tanto diverso dagli altri. La gente qui ne ha vissuti tanti: raffiche di vento a 300 km/h, l’oceano che si infrange arrabbiato sulla costa, provocando centinaia di sfollati. Ma lo sanno i leader del mondo che non ci si abitua? Non ci si abitua all’idea di non sapere cosa ne sarà della tua casa e del tuo pezzo di terra. Non ci si abitua all’idea di emigrare. E poi, emigrare dove? “Ecoprofughi”, li hanno già chiamati così, ma hanno dimenticato di definirli giuridicamente: per lo jus internationale neanche esistono.

Come a Rio, a Kyoto e a Copenaghen, in occasione degli altri vertici sul clima, anche questa volta i potenti del mondo hanno fatto riferimento alle “future generazioni”. Il segretario di Stato americano John Kerry ha firmato la COP 21 con la nipotina in braccio. Leonardo Di Caprio, da sempre schierato dalla parte dell’ambiente, ha lanciato il suo appello: “Pensate che vergogna quando i nostri figli e nipoti guarderanno indietro e capiranno che potevamo fermare tutto questo, ma non lo abbiamo fatto”. Chissà se i figli e i nipoti di Tuvalu potranno guardare indietro dalla loro isola.

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