Una conversazione con Angelo Turco, dalla rappresentanza studentesca al Consiglio Comunale

intervista, Nicolò Tabarelli
reporting, Susanna Causarano e Stefano Colombo
(Questa intervista è stata editata per brevità)

Angelo Turco è il più giovane candidato del Partito Democratico alle elezioni amministrative milanesi. Ventotto anni, iscritto al Partito Democratico dal 2008, dopo aver frequentato il Liceo Scientifico A. Volta si è laureato in Storia all’Università degli Studi di Milano, dove è stato anche rappresentante degli studenti e dal 2015 collabora con una cattedra di Storia Contemporanea. Lavora nell’ufficio dell’europarlamentare Brando Benifei. L’abbiamo incontrato durante la sua campagna elettorale per Beppe Sala sindaco.

Parliamo di Milano, la tua città natale. Come l’hai vista cambiare e in cosa vorresti cambiarla? Insomma in cosa investiresti le tue energie se venissi eletto?
Innanzitutto non partiamo da zero. Ricordo bene Milano prima di Pisapia e in qualche cosa è già cambiata un po’. dalla mobilità all’ambiente, alle politiche sociali, dall’offerta culturale a cambiamenti a livello urbanistico – penso, per esempio alla Darsena. Ovviamente non è sufficiente, questa è una città in cui la qualità della vita è alta ma si paga cara: basta pensare ad esempio al costo degli affitti, che è improbabile. Poi, oggettivamente c’è ancora molto traffico che va di pari passo ad una carenza strutturale di verde e di piste ciclabili. In una città piatta, completamente piatta come Milano, dovrebbe essere naturale usare la bicicletta. Non è così, io normalmente uso i mezzi. Le poche volte che mi muovo col bike-sharing mi rendo conto che Milano non è una città a misura d’uomo.

A proposito della continuità con la giunta uscente, come valuti l’esperienza della commissione antimafia guidata da Nando Dalla Chiesa?
Finalmente! Per me è stata una liberazione poter dire finalmente che a Milano c’è una fortissima infiltrazione mafiosa. Io ricordo gli anni precedenti a Pisapia in cui volutamente si ignorava il problema: c’è voluta una giunta di sinistra perché finalmente si ammettesse la sua esistenza. La commissione antimafia si sarebbe dovuta fare quindici anni fa. Era stata sdoganata l’idea che nelle cittadine intorno a Milano ci sono casi di infiltrazioni mafiose a livello di alcune città del Sud Italia, ma che a Milano ci sia la Mafia non si poteva dire.

Quindi ci si augura il proseguimento di quest’esperienza?
Ma assolutamente sì! Non può essere messa in discussione.

La giunta Pisapia ha operato, tra il 2013 al 2015, 1284 allontanamenti di famiglie Rom dai campi dove abitavano, un numero vicinissimo a quello della giunta Moratti. Pensi che lo sgombero dei campi sia una scelta politica lungimirante per una giunta di centrosinistra?
A differenza di quanto avveniva prima è cambiato il concetto di sgombero. Prima quando c’era da fare uno sgombero si mandavano le ruspe, quelle che piacciono tanto a Salvini, si demolivano le baracche e si lasciavano le persone che abitavano nel campo fino a cinque minuti prima senza un luogo dove stare. Questo era un approccio non lungimirante, perché queste persone si trovavano nelle condizioni di doversi ricostruire su due piedi un luogo provvisorio, arrabattato, abusivo. Se tu demolisci una baracca e non dai un’alternativa, gli abitanti si spostano e la ricostruiscono subito dopo. Quello che è stato fatto dall’assessore Granelli in questi anni – e in zona 2 c’è un caso emblematico, il campo di via Idro – è stato innanzitutto distinguere tra i campi regolari e quelli irregolari, poi si è andato a garantire alle persone all’interno dei campi un’alternativa e la garanzia di scolarizzazione per i bambini. Nel caso del campo rom di Via Idro quasi tutti gli occupanti hanno accettato la soluzione del comune. La questione è estremamente articolata: quando si parla di Rom, si parla nella maggior parte dei casi di cittadini, di milanesi. Sono nati qui, semplicemente con uno stile di vita diverso, difficile da integrare con il nostro. Il problema nasce quando il rispetto della cultura identitaria di queste persone cozza con il rispetto delle regole di convivenza civile. Come si può risolvere questo problema? Col dialogo. Non con la ruspa.

Tuttavia, il piano di superamento dei campi per offrire ai Rom soluzioni abitative migliori, attuato dell’assessore Granelli, è stato fortemente criticato dal NAGA. Le due soluzioni proposte sono i CES (Centri Emergenza Sociale), che offrono circa 200-300 posti e i CAA (Centri Autonomia Abitativa) che però sono stati distrutti da un’esondazione del Seveso e sono stati sostituiti da dei container. Dunque gli sgomberi che ci sono stati non hanno ancora permesso agli insediati di quei campi di migliorare la loro situazione abitativa.
Il problema non è ancora risolto.

L’impressione che si potrebbe avere è che il ragionamento sia di sgomberare il campo, risolvere il problema in un quartiere, per poi vederlo riemergere in un altro.
La soluzione va trovata insieme alle persone espulse dai campi. E vanno trovate caso per caso. Il problema è questo, che non si può fare un ragionamento d’insieme. Purtroppo non è una cosa che si risolve dall’oggi al domani: quello che serve è un approccio intelligente, umano e deciso sul tema. È un problema, e i cittadini che lo vivono come tale non sono tutti dei pazzi razzisti xenofobi, ma sottolineano un disagio che non può essere comunque ignorato: le strutture non sempre sono adeguate, è vero, l’unica cosa che si può fare è migliorarle. Bisogna abituarsi ad affrontare questi temi come se si trattasse di una qualsiasi altra famiglia milanese. E a questo punto entrano in gioco anche gli operatori sociali. Io penso per esempio nella mia zona alla straordinaria opera che fanno la Casa della Carità e la Comunità di Sant’Egidio.

Sul tuo profilo Facebook hai lanciato una rubrica, #operazioneverità, in cui racconti le migliorie apportate in questi anni nei quartieri che conosci meglio. Vuoi portare qualche esempio d’interventi fatti nei quartieri Greco e Adriano?
Ho deciso di sfatare un po’ questo luogo comune che sta mettendo in giro la Lega, sul fatto che in questi anni non abbiamo fatto niente. Mi sono detto, adesso mi metto a documentare proprio quelle piccole cose che però migliorano la qualità della vita delle persone, perché se uno se le dimentica poi rischia di andare a votare sulla base dell’intervista letta due giorni prima. Siccome nella mia zona sono in competizione con Silvia Sardone, giovane candidata di Forza Italia che grida tutto il giorno su Facebook che noi non abbiamo mai fatto niente e c’è solo degrado, mi sono detto – adesso mi metto qua e le rispondo. Per esempio, a Greco abbiamo realizzato un collegamento autobus, l’87, che passa da una parte all’altra della stazione. È giusto che la politica tocchi temi anche molto alti, ma a volte basta davvero poco per dare una mano ad una persona, soddisfacendo un’esigenza anche piccola. Io non faccio parte della giunta attuale, ma mi sento comunque parte di questo progetto.

La zona da cui provieni, Zona 2, ha la particolarità di avere quartieri che si estendono dal pieno centro fino alla periferia, quindi è una zona molto disomogenea. Come pensi di affrontare questa disomogeneità?
La Zona 2 è molto sfortunata perché è tagliata in due dalla Stazione centrale, rilevato ferroviario, che poi si dirama in una serie di ponti e viadotti. Una serie di interstizi di situazioni di degrado intrinseco. Poi c’è piazza Repubblica a cui si aggiunge un pezzettino di quartiere Lazzaretto, e tutta la parte che sta a sinistra della stazione che è una zona molto borghese, storicamente molto a destra.

La parte di viale Monza, via Padova cambia del tutto, la zona di NoLo (North of Loreto): via Padova è molto interessante. Una volta era un ghetto voluto e costruito ad hoc, un ammassamento di persone straniere. Anziché creare una situazione di banlieue però si è creata una collaborazione tra i milanesi storici e gli immigrati. La gran parte di chi acquista case in via Padova ora è italiano. Certo, ci sono ancora situazioni critiche: nelle traverse, come in via Crispi, ci sono dei palazzi che diventano dei veri e propri dormitori: un appartamento di 5 stanze viene subaffittato a 50 persone e questo porta ovviamente degrado. Li chiamo mercanti della notte: ovviamente in questi posti la gente torna solo per dormire, mentre di giorno è fuori a lavorare. Quello che si può fare per queste situazioni è contrastare moltissimo l’affitto in nero, ma per il resto la zona è “liberata”.

Quando hai iniziato ad interessarti di politica e perché hai deciso che quella sarebbe stata la tua strada?
Io ho 28 anni, sono il più giovane nella lista del PD, però sono tanti anni che mi impegno in politica. Quando andavo al liceo mi ero già appassionato, ma non avevo mai fatto politica attiva – anche perché ho fatto il Volta, la mia priorità era salvarmi da lì. Poi appena ho iniziato l’università mi sono iscritto al PD, che era appena nato, e in Statale ho fatto dal 2009 al 2012 il rappresentante degli studenti, entrando anche nei Giovani Democratici. Sono uno dei fondatori della lista Unisì, ed è una cosa che rivendico molto. Laureandomi, poi, ho incominciato a distaccarmi un po’ dall’ambiente studentesco e mi sono attivato nel Partito. Di lì a poco sono diventato segretario in uno dei quattro circoli della Zona 2 e ho cominciato a impegnarmi di più sui temi legati alla città. Quando si è arrivati a definire le candidature, la mia zona non aveva mai espresso consiglieri comunali e mi hanno chiesto se volevo essere candidato: io ero abbastanza conosciuto nella mia zona, però proprio in virtù di questa mia esperienza universitaria avevo anche fuori dalla zona un po’ di contatti, un po’ di voti.

Hai parlato dei Giovani Democratici. Abbastanza di recente è stata fondata la giovanile Future Dem. Volevo chiederti qual è il rapporto tra le 2 giovanili e se possono sopravvivere entrambi, specie dopo che Renzi ha dichiarato che la giovanile secondo lui non serve e i giovani dovrebbero iniziare subito a fare esperienza nel partito.
Innanzitutto non sono d’accordo col fatto che ci sono due giovanili: i Future Dem sono un’associazione a cui si possono iscrivere anche ragazzi che non sono iscritti al PD o ai GD e hanno uno scopo di elaborazione, diciamo così, culturale, di orientamento molto liberale; i GD sono l’organizzazione giovanile del Partito Democratico. Puoi essere iscritto ai GD ma non al PD o al PD ma non ai GD. Renzi la pensa in un certo modo, però i GD sono già sopravvissuti a Veltroni che diceva la stessa identica cosa. C’è appena stato il congresso, c’è un nuovo segretario che si chiama Mattia Zunino ed è un mio amico ligure, insomma mi sembrano un’organizzazione stabile. È tutta la struttura del PD – partito e giovanile – che è in difficoltà perché non è semplice inventarsi nuove forme di partecipazione politica in uno schema, come quello di un partito, con i nuovi ritmi e la nuova situazione.

In particolare, volevo chiederti della dialettica tra i Future Dem e i GD.
Molti Future Dem sono anche GD, però quando fanno una cosa non fanno l’altra. Io poi non sono un Future Dem, né sono più nei GD, per cui non sono la persona più adatta a cui chiederlo.

Quelli che io conosco magari sono renziani ma non sono Future Dem, e ci sono anche molti GD non renziani — insomma, non vedo questa particolare alternatività. C’era forse una conflittualità iniziale, quando Future Dem era più connotata come sostenitrice di  Renzi e i GD, quando l’attuale segretario si era candidato la prima volta contro Bersani, erano molto più a sinistra.

Si può dire che la conflittualità tra GD e Renzi ha smesso di esistere dopo la sua elezione come segretario del PD?
Bisognerebbe chiedere al segretario dei GD. Sinceramente io che non sono un renziano ho sempre sentito la mentalità del partito nell’organizzazione giovanile: ci si confronta al congresso, si discute, e magari ci si scanna, ma quando uno vince poi si sta insieme e si lavora. Al massimo ci si adopera per influenzare la linea politica del nuovo segretario, si sposta il baricentro da una parte e dall’altra.. Io non ho votato Renzi, non sono un renziano, però sono candidato nel Partito Democratico e continuo a pensare che nella fase in cui siamo non ci siano grandi alternative al PD, sinceramente.

Volevo chiudere con una nota di colore. Cosa ne pensi del fatto che il candidato sindaco Beppe Sala abbia dimenticato nella dichiarazione dei redditi diverse case, tra cui l’ultima, la casa in Engadina?
Mah, è un pasticcio: nelle dichiarazioni dei redditi ha pagato le tasse su quelle case non dichiarate, però nell’elenco dei beni si è dimenticato di inserirle: cambi commercialista, non so cosa dire. Ha pagato le tasse e anche una multa perché l’ha compilata male. Vada al Caf della CGIL che gliela fanno meglio.

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