Del: 9 Maggio 2016 Di: Redazione Commenti: 0

Susanna Causarano
Dal 3 all’8 maggio si è tenuto alla Triennale di Milano il Festival dei Diritti Umani all’interno del quale si sono succedute varie conferenze su altrettanto vari temi.
Siamo stati alla giornata del 6 maggio dal titolo “Donne e religione”, tenutasi nel salone d’onore, che ha ospitato una Lectio Magistralis dello scrittore israeliano Abraham Yehoshua con gli interventi di Maryan Ismail, antropologa e di Barbara Stefanelli, vicedirettore del Corriere.

Il titolo dell’intervento di Yehoshua era “Dalle donne ebree alle donne d’Israele” e l’intento era raccontare la condizione della donna dagli albori della religione, quando non poteva nemmeno entrare in sinagoga e pregare come gli uomini, ad oggi, in cui combatte a fianco degli uomini e ha acquisito dignità e diritti, almeno sulla carta.

Yeoshua sottolinea che le donne sono arrivate ad essere più colte degli uomini in quanto leggevano un numero maggiore e soprattutto una maggior varietà di libri, essendo a loro proibita la lettura dei testi sacri e del Talmud, materia principale dello studio e della formazione maschile. Quello che era un divieto e una discriminazione, pur restando tale nei fatti, ha permesso alle donne ebree di formarsi una cultura ampia e organica che le ha aiutate a costruirsi un proprio posto nella società.

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Lo scrittore elogia Israele per il suo essere a tutti gli effetti uno stato “democratico, sviluppato e scientifico” lanciando una frecciata ai vicini musulmani, avvertendo della necessità di “controllare l’immigrazione e prestare attenzione al sempre più crescente numero di moschee in tutto il mondo”. In un momento in cui l’odio è sempre più radicato da ogni parte e la massiccia immigrazione viene gestita in modo a dir poco vergognoso, non è stata certamente una considerazione felice, sommata per di più alla certezza da lui espressa del fatto che il genocidio ebreo ad opera dei nazisti “non sia paragonabile per crudeltà e sistematicità a nessun altro genocidio”. Visto che la cornice di queste parole portava il nome di Festival dei Diritti Umani e le associazioni e gruppi che hanno apposto il loro simbolo non erano certo poche e poco importanti, non dovrebbe essere necessario aggiungere altro.

Segue l’intervento dell’antropologa Ismail che, dopo aver parlato dell’enorme avanguardia dei musulmani delle origini, che consideravano le donne ministre e custodi della religiosità, specialmente tra i ceti più elevati, denuncia la tragica condizione in cui si trovano le donne musulmane, arrivando a definire gli estremisti salafiti come in maggioranza rispetto alle altre scuole di pensiero islamico. Ma sappiamo che alle elezioni, nei paesi mediorientali che ancora le organizzano, lo schieramento che abbraccia la follia jihadista non raggiunge mai risultati degni di nota.

Specifica poi che l’estremismo e la conseguente discriminazione della donna è direttamente proporzionale all’ignoranza;  Daesh, infatti,recluta i propri seguaci in condizioni di disperazione ed emarginazione. Sorge spontanea una riflessione: se sappiamo che l’unico modo per evitare di accrescere le fila di disperati pronti a tutto è proprio quella di cercare di limitare l’odio e l’intolleranza dei cittadini dei paesi che ospitano persone di origine mediorientale anche da più generazioni, se è noto a tutti che è proprio questa visione pressappochista a favorire l’azione di IS e Daesh, perché fare un’affermazione tanto sibillina che sottintende il tragico leitmotiv del “tutti o comunque molti degli islamici sono estremisti e discriminatori verso le donne, rieduchiamoli, o meglio cacciamoli”? Non è ingenuo dire che da un convegno del genere ci si aspettasse di più.

Chiude le danze Barbara Stefanelli ricordando gli enormi passi avanti fatti in Italia dal 1945 a questa parte, dall’ottenimento del diritto di voto alla legge sull’aborto, con l’augurio che la parità non sia più solo una facciata, una parola scritta, ma raggiunga tutte quelle realtà che ancora oggi applicano la politica dei cosiddetti “soffitti di cristallo”, ossia la creazione di un limite alla crescita professionale non detto ma noto, insuperabile negli ambienti a forte predominanza maschile. Sul piano religioso ha invece elogiato l’apertura dimostrata dall’attuale Papa nei confronti della donna.

Tutti e tre i relatori concordavano sul fatto che ci sia ancora molto da lavorare sullo sviluppo del concetto di parità perché troppe donne sono vittime di discriminazioni di natura politica, religiosa e sociale e non solo in una certa area del globo ma, purtroppo, ovunque.

Si potrebbe concludere che finché non saremo in grado di convivere pacificamente, accettando chi da noi differisce per razza, visione politica o credo religioso, facendo così chiaramente capire che non esiste una cultura di serie A e altre di serie B (ma anche C, D…), non saremo nemmeno in grado di rispettare davvero le donne, né concedere a tutti gli individui i diritti fondamentali. Questo avviene semplicemente finché continueremo a non aver rispetto dell’essere umano e delle differenze tra popoli, insistendo nell’imposizione di una visione univoca della società, quasi fideistica, alla quale chi non aderisce viene emarginato e guardato con sospetto.

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