Wet Dream, l’esordio solista dimenticato di Richard Wright

Federico Arduini

Terminato il “In The Flash Tour”  per la promozione di Animals, uscito l’anno precendete, nel 1978 i Pink Floyd decisero di prendersi una pausa in cui potersi dedicare ai propri rispettivi progetti solisti. Fu in questo periodo che vide la luce Wet Dream, primo album solista di Richard Wright.

Ormai lontano dalla sintonia di un tempo con gli altri membri del gruppo per via del clima non più più sereno e collaborativo che la sempre più crescente e sovrastante leadership di Waters unita alla eccessiva pressione da parte dell’industria discografica avevano contribuito a creare, Wright aveva iniziato un processo di allontanamento dalla fase compositiva vera e propria degli album dei Floyd.

Deluso dalla direzione che stava prendendo il gruppo, nella cui ricerca di sonorità e idee non si ritrovava più, e, secondo alcuni, provato da uno stato depressivo che l’aveva portato ormai al costante utilizzo di droghe – mai confermato, ma per il quale Waters ha sempre sostenuto di averlo cacciato dal gruppo –, Wright decise di rifugiarsi in Francia per dedicarsi alla composizione e cercare un po’ di serenità e pace, sentimenti di cui l’album è senza dubbio un inno.

Prodotto per la Columbia Records, Wet Dream è un album fortemente malinconico, composto da dieci tracce, quattro canzoni e sei pezzi strumentali, per un totale di circa quarantacinque minuti, unite per buona parte da tematiche legate alla sfera marina e da tonalità romantiche.

La prima traccia è la strumentale Mediterranean C, aperta dal piano che si schiude su di un tappeto di synth dando il via all’entrata della ritmica e delle tastiere. Da brividi il solo di sax di Mel Collins che precede l’espressiva chitarra di White.

Segue la malinconica Against the Odds, scritta a quattro mani con la moglie Juliette, con la quale pare fosse in crisi, cosa a cui il testo sembra richiamare. Senza dubbio uno dei brani più belli dell’album, impreziosito da un leggero solo di chitarra acustica a fine brano e dalla voce di Wright espressiva e opaca al punto giusto.

Each time we return
To this crazy place
We break the promise made, face to face

Easy to make
Easy to break
Something’s here we don’t understand

I don’t know
Why we go on so
I don’t want to fight no more tonight

Every time’s the same
Both of us to blame
I don’t want to talk no more tonight

We’ve gone through this before
Now we ask for more
Seems to me we can’t escape at all

Words have no meaning
To hold such a feeling
Can there be a way out of here

I don’t know
Why we go on so
I don’t want to fight no more tonight

Every time’s the same
Both of us to blame
I don’t want to talk no more tonigh

Il terzo brano, Cat Cruise, in quanto a sonorità e struttura è molto simile a Waves, anche se quest’ultima è ben più ritmica e dalle tonalità più cupe ed eteree. Entrambi i pezzi, interamente strumentali, sono caratterizzati dalla forte presenza del piano e delle tastiere di Wright come elemento unificante sopra al quale si alternano gli espressivi soli di Collins e di White.

La prima metà dell’album si chiude con la ballad Summer Elegy, che precede la sopracitata Waves.

Dischiusa dal piano, evolve nel canto di Wright con un testo che racconta un amore in fase di stallo, in attesa di una scossa: una fine o un nuovo inizio. La prima strofa lascia spazio a un bellissimo solo di White che si spegne nel canto in chiusura di pezzo.

Something’s got to give

We can’t carry on like this
One year on, and more, unsure
Where do we go from here?
Many nights and many days I’ve spent with you
Talking about what we should do.
I can’t say
Nothing’s clear to me no more.
One more sleepless night
Yet another wasted day.
This song has no end
Too many words fill my mind.
You gave so much too soon
No longer sure where you want to be.
Turn around
See what you have found.
Let’s drink to absent friends
How they cared and all they shared.
We took our life to the edge
They still try to understand.
Time is running out, you’re going down
Come on, let’s go wherever they may be.
Make a choice

Stay behind or follow me

La seconda parte dell’album è suddivisa in modo speculare alla prima, con tre pezzi strumentali e due cantati. Apre Holiday, ballad fortemente assonante nelle sonorità a Summer Elegy – quasi due facce della stessa medaglia, anche per la struttura del pezzo –, aperta dal piano e con un intermezzo di un solo di synth. A sfumare in chiusura un lieve solo di elettrica.

It was meant to be a holiday
Building castles by the sea
Another way to live for you and me
Time to pause, consider what we’ve done
The wind is blowing, so come,
Let’s take a holiday

How was I to know quite so soon
That dreams can turn a life,
Around it seems
There is no single way to live our days
Between these lines I know you see a man
Who’s not quite sure who he is
Or where he stands

Sail on
Sail on, across the sea
Ride the waves, feel the breeze
Sail on
There’s no other way I’d rather be

Destiny, reality are just a dream
Raise the sails, the wind is free
Every day I become more confused
Which way to go, how to choose

Back at home, what holds me here
Shut in not moving, only half a life
Clouds hang heavy, they leave me cold
It doesn’t have to be this way
The wind is blowing, so come,
Let’s take a holiday

Sail on
Sail on, across the sea
Ride the waves, feel the breeze
Sail on
There’s no other way I’d rather be

Sail on
Sail on, across the sea
Ride the waves, feel the breeze
Sail on
There’s no other way I’d rather be

Sail on
Sail on
Sail on
Sail on
There’s no other way I’d rather be

Sail on
Sail on

Mad Yannis Dance, breve brano strumentale, è probabilmente il punto più basso dell’intero progetto: un brano incolore e privo di spessore, utile forse nell’economia dell’album per segnare la fine delle atmosfere che lo avevano caratterizzato fino a questo momento. Perché il brano che segue, Drop In from the Top, è tutta un’altra storia. Dalle sonorità jazz e dalla costante ossatura ritmica vede un continuo duettare tra chitarra e organo per un’ottima prova di tecnica e sensibilità musicale.

Ma è a questo punto dell’ascolto, ormai quasi al termine, che ci si abbatte in ciò che non ci si aspetta, Pink’s Song, senza dubbio alcuno il capolavoro di questo album. Un breve e intenso brano impreziosito dalla presenza del flauto di Collins che danza sugli accordi disegnando sonorità che quasi ricordano il progressive e da una notevole prova canora di Wright, per un testo – secondo i credit originali del ’78 di Juliette Wright ma successivamente attribuito a Richard – che sembra nascondere, neanche troppo velatamente, un riferimento a Syd Barret.

Quiet, smiling friend of mine
Thrown into our lives
You gave everything you could
Saw through our disguise

I had to stay
I could not leave
Give me time so I can breathe
Give me time to be at ease

Patiently, you watched us play
Parts you’d seen before
Even then, we sometimes asked
Would you keep us for?

Caught between the tangled web
You helped set us free
Sadly, then, you lost yourself
So you had to leave

And I must go, be on my way

Let me go, I can not stay
Let me go, I must not stay

And I must go, be on my way
Let me go, I cannot stay
Let me go, I cannot stay 

Chiude il progetto Funky Deux, singolare brano funk che, per quanto ben fatto e arricchito ancora una volta da ottimi soli, pare totalmente estraneo al resto dell’album.


Tracce

  1. Mediterranean C – 3:52
  2. Against the Odds (Rick Wright, Juliette Wright) – 3:57
  3. Cat Cruise – 5:14
  4. Summer Elegy – 4:53
  5. Waves – 4:19
  6. Holiday – 6:11
  7. Mad Yannis Dance – 3:19
  8. Drop In From the Top – 3:25
  9. Pink’s Song – 3:28
  10. Funky Deux – 4:57

Formazione

  • Richard Wright – voce, pianoforte, tastiere, sintetizzatori
  • Snowy White – chitarre
  • Mel Collins – sassofono, flauto
  • Larry Steele – basso
  • Reg Isadore – batteria, percussioni
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