100 anni di silenzio: il primo genocidio del ventesimo secolo

Elena Cirla
@elenacirla

Supponendo di chiedere ad uno studente mediamente preparato di nominare il primo grande genocidio del ventesimo secolo, indubbiamente questi citerebbe la Shoah.

Sfugge ai più che, in realtà, il primo massacro del secolo medesimo, e uno dei fatti più salienti, fu il genocidio armeno, la politica di sterminio intrapresa tra il 1915 e il 1916 dal governo turco a danni del popolo armeno nel proprio territorio.

La storia della convivenza fra turchi e armeni inizia sette secoli orsono quando, nel XV secolo, l’Armenia, territorio di religione cristiana, viene annessa all’Impero Ottomano, di cultura e fede islamica.

Nonostante le profonde differenze culturali e religiose, all’interno dell’Impero vigeva il sistema delle “millet” (dall’arabo “milla” ovvero “confessione religiosa”), per cui ogni gruppo etnico e religioso differente da quello musulmano – e quindi principalmente armeni, ebrei e greci – viveva  nella propria comunità culturale e religiosa, a cui il sultano concedeva il diritto di autogoverno (seppur entro certi limiti).

Con il tempo, secondo lo storico e ricercatore Peter Balaskian, tali minoranze non islamiche, avrebbero perso gli originari diritti e privilegi, finendo, al termine del XIX secolo, per diventare cittadini di seconda categoria: una prima ondata di uccisioni di massa, infatti, fu proprio tra il 1894 e il 1986, sotto il sultano Abdul-Hamid II.

La situazione politica dell’Impero Ottomano conosce un cambiamento radicale nel 1908, quando i “Giovani Turchi”, appartenenti all’omonimo movimento politico di fine XIX secolo, rovesciano il potere politico del sultano, con l’intento di trasformare l’arretrato e autocratico impero in uno stato moderno, autosufficiente e governato da una monarchia costituzionale. La creazione di un Parlamento e la stesura di una costituzione, seguiti dall’introduzione di riforme e cambiamenti, infondono molto entusiasmo nella società armena Nessuno poteva  immaginare gli sviluppi futuri, che di lì a poco avrebbero condotto il loro popolo alla catastrofe. Le novità politiche portano – nel 1912-13 – ad una rivolta generale delle regioni cristiane dei Balcani, che richiedono sempre più insistentemente l’indipendenza; ciò non fa che fomentare il nazionalismo turco e l’esponenziale crescita dell’astio nei confronti dei cristiani dell’impero.

Sempre nel 1913 nasce il CUP, il Comitato per l’Unione e il Progresso, luogo di provenienza del cosiddetto “triumvirato dittatoriale”, formato da Mehmed Tal’at (futuro ministro dell’Interno), Ahmed Gemal (ministro della Marina) e Ismail Enver (ministro della Guerra). È dalle loro bocche che proviene lo slogan “la Turchia ai turchi”.

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L’anno successivo vedendo una possibilità di ampliamento territoriale verso la Russia, Tal’at si allea con la Germania nella Grande Guerra.

La situazione degli armeni dell’Impero Ottomano comincia a diventare davvero critica quando l’esercito russo, avversario di quello turco, arruola al suo interno circa 5000 armeni, sudditidello zar. Accesi ancora più dall’ira e dallo spirito nazionalista, i leader turchi, temendo di avere dei traditori all’interno del proprio stato e del proprio esercito decidono di disarmare tutti i soldati armeni. Successivamente vengono sfruttati, emarginati e, talvolta, radunati e uccisi in massa: è questo il primo passo per il genocidio vero e proprio.

Il fattore scatenante non tarda ad arrivare. Nella notte fra il 23 e il 24 aprile 1915 l’élite intellettuale di Costantinopoli, composta da circa 250 armeni, viene decimata. Centinaia di persone vengono costrette ad abbandonare le proprie abitazioni per poi essere deportate, torturate e uccise.

Molti contestatori del genocidio, ancora oggi, sostengono l’alleanza fra russi e la totalità del popolo armeno, come se volessero trovare un pretesto per giustificare la propria posizione. Vero è che molti armeni che vivevano al confine con la Russia avevano visto nell’aiuto di quest’ultima un’ accelerazione alla loro libertà, ma parlare di organizzazione vera e propria, in realtà, a molti storici sembra poco opportuno.

Nel 1915 viene introdotta una legislazione d’emergenza, che legittima il governo turco ad arrestare e deportare gli armeni: la polizia locale controlla a tappeto le strade e organizza marce della evacuazione che vengono giustificate come uno spostamento degli armeni dalle città ai villaggi dell’interno.

Tali spostamenti, che duravano fino a sessanta giorni nel torrido deserto siriaco, erano possibili solo a piedi, al fine di sfinire e far morire di fame, sete e stenti i “non turchi”; molti vennero deportati in treno mediante due grandi linee, la Ferrovia Anatolica e la linea ferroviaria Berlino-Baghdad, metodo (sadico) attraverso cui il governo riusciva anche a rimpinguare le casse dello stato, imponendo ai deportati di comprare il biglietto, ingannandoli e promettendo loro un sicuro ritorno.

Ufficialmente era definito esilio: in realtà lo scopo finale era una vera e propria pulizia etnica, mediante la quale milioni di armeni vennero volutamente uccisi in massa. Nelle cosiddette “marce della morte” morì, secondo le stime (che non possono essere precise per mancanza di molti documenti necessari), il 70% della popolazione armena.

Nel 1916, l’anno successivo al primo provvedimento legislativo, ne viene preso un secondo, secondo cui nelle parti più occidentali dell’Anatolia andava tollerata una percentuale di armeni del 5%, mentre nelle zone orientali (deserto della Siria e della Mesopotamia) i valori potevano salire fino al 10%. A questo punto inizia la seconda fase del genocidio: i pochi sopravvissuti devono essere decimati, per completare la pulizia etnica in atto.

Intanto, nel corso del 1915, iniziano a trapelare anche in Occidente le terribili notizie,  fino alle orecchie dell’indignato presidente americano Roosevelt. L’opinione pubblica americana, in generale, rimane profondamente colpita dai fatti – in quell’anno il New York Times pubblica 145 articoli sull’argomento.

Finita la guerra, nel 1919 i britannici fanno pressione affinché i turchi fossero portati davanti ad un tribunale internazionale dei crimini di guerra e processati. Tale avvenimento, ad oggi, non si è mai verificato.

Con l’ascesa di Ataturk, il padre della moderna Turchia, la questione del genocidio armeno viene messa da parte: la politica di occidentalizzazione portò anche le potenze straniere stesse a non spingere ulteriormente sulla questione, rinvangando scomode vicende avvenute nel 1915.

Oggi la posizione ufficiale turca è quella del negazionismo. Coinvolge storici, politici e la popolazione stessa: basti pensare al presidente Erdogan, che negli scorsi giorni ha attaccato pesantemente la cancelliera tedesca Merkel dopo che quest’ultima ha approvato il riconoscimento del genocidio da parte della Germania; o lo storico Yusuf Halacoglu, che non parla di “genocidio” perché, come molti altri, sostiene che non si possa usare questo termine, coniato cronologicamente dopo, parlando perciò di una semplice guerra civile fra turchi musulmani e armeni cristiani; o ancora la popolazione, che fatica ad accettare il genocidio come realtà storica.

Uno storico turco, Ron Suny, propone due principali motivazioni al negazionismo, sia psicologiche che politiche: il primo motivo sarebbe di carattere economico poiché, riconoscendo allo sterminio armeno lo statuto di “genocidio”, il governo turco sarebbe costretto a concedere una serie (probabilmente infinita) di rimborsi; il secondo risiederebbe invece nell’orgoglio della Turchia, stato molto fiero delle proprie conquiste politiche del XX secolo.

Secondo diversi storici, la necessità di identificare anche nominalmente i fatti del 1915 è impellente, in quanto non sarebbe possibile comprendere quanto fosse metodica e studiata la deportazione armena se non usando il termine specifico, utilizzato per identificare una sistematica campagna di distruzione.  

Secondo la difesa ufficiale, i cui portavoce sono la maggior parte degli esponenti del governo, la realtà storica sarebbe un’altra: sarebbero stati gli armeni a voler uccidere in massa i musulmani, e non il contrario. Inoltre, sebbene la popolazione abbia cercato di accogliere le novità (e verità) sulla faccenda, il governo non si è mai mosso dalle sue posizioni originarie, se non nel riconoscimento – ridicolo e offensivo – di una maggior quantità di vittime, che tuttavia, secondo loro, morirono necessariamente, perché in guerra.

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Oggi a Yerevan – capitale dell’Armenia – sulla Collina delle Rondini, è stato eretto un memoriale in onore delle numerose vittime, sulla sommità del quale brucia una fiamma mantenuta costantemente accesa, simbolo dell’eterna memoria.

La memoria di un popolo che, ancora dopo cento anni, si sente privato del diritto di avere riconosciuto il proprio genocidio.

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