Contro il riformismo costituzionale: intervista a Gaetano Azzariti

Susanna Causarano

Dopo la puntata di Magma sul tema, abbiamo parlato con il Professor Gaetano Azzariti, docente di Diritto costituzionale alla Sapienza di Roma e autore del libro Contro il riformismo costituzionale edito da Laterza.

Professor Azzariti, vogliamo innanzitutto  chiarire quali sono i punti messi Slack for iOS Upload-2in discussione dalla riforma, visto che nei dibattiti in TV si punta solo sulla riduzione dei costi della politica e su una spiegazione sommaria dei cambiamenti al Titolo V?

Gli scopi dichiarati sono i seguenti: la modifica del bicameralismo perfetto con conseguente semplificazione, sempre dichiarata, degli iter parlamentari per l’approvazione delle leggi (obiettivo questo non facile a raggiungersi come leggerete dopo, ndr.), il rafforzamento dell’esecutivo e della governabilità. Obiettivo questo che mi pare sia stato raggiunto in modo eccessivo e distorto. Abbiamo anche punti di minor rilievo, quali l’abolizione del CNEL.
Il punto sulla riduzione dei costi è diventato lo slogan di questo referendum. Ovviamente si tratta di mera propaganda visto che tale riduzione risulta essere molto marginale. Se vuole le illustro altre maniere per operare in maniera efficace su questo punto che non necessitano assolutamente di cambiamenti al testo costituzionale.

Prego.

È molto semplice. Secondo le fonti del governo, questa riforma ridurrebbe i costi riducendo i senatori, senza però intaccare altri tipi di spese strutturali, quali, ad esempio, i vitalizi. Se si volesse ridurre più incisivamente i costi basterebbe farlo del 10% dal complesso delle immunità di tutti i parlamentari, sia dei senatori che dei deputati. Visto che si sostiene, con buone ragioni, che i costi della politica siano eccessivi e le indennità complessivamente assunte dai parlamentari siano troppo elevate, soprattutto visti i tempi di ristrettezze e di richiesta di esse, si potrebbe intervenire in tal senso.

Chiarissimo. Tornando alla riforma, cosa cambia concretamente con la messa in atto di essa?

Attualmente ci troviamo in un sistema istituzionale debole e in crisi a causa della scarsissima capacità da parte del Parlamento di svolgere pienamente il proprio ruolo, per colpa di un governo sempre più esondante che emana decreti legge, deleghe e incide eccessivamente sull’attività parlamentare con fiducie e maxi emendamenti. A mio modo di vedere, se passasse la riforma, questa situazione peggiorerebbe soltanto, perché da un lato avremmo un ulteriore rafforzamento del governo. Le faccio un esempio, il voto a data certa: il governo potrebbe chiedere, quindi imporre, al Parlamento di deliberare sulle proposte di legge presentate entro settanta giorni, riducendo ulteriormente i tempi di discussione in Parlamento, facendo prevalere la propria volontà. Dall’altra parte al senato verrebbero sottratte molte competenze e si confonderebbero i pochi poteri rimasti. Le faccio anche qui un esempio: nel sistema attuale abbiamo un solo iter di formazione della legge, con la riforma diventerebbero sette. Ciò comporterebbe una maggior difficoltà nel fare le leggi nel nostro paese. Sostanzialmente salteremmo dalla padella nella brace.

Peccato che non lo dicano in molti, anzi, il governo si è affrettato a sottolineare quanto la riforma punti a sveltire la procedura legislativa. Cosa la perplime di questa riforma? Ce lo ha già accennato, proviamo ad approfondire.

Questa riforma è del tutto inadeguata all’attuale crisi costituzionale che richiede riforme, regolamenti parlamentari, leggi sulla legislazione ordinaria e, perché no, revisioni del testo costituzionale. Parlo di riforme radicali. Lei saprà che nell’imperante retorica politica si dice che da un lato ci sono i conservatori e dall’altro gli innovatori. I primi sono per il No, i secondi per il Sì. Io ribalterei proprio questa narrazione annoverando tra i conservatori chi sostiene il Sì. Anzi, come già detto, questa riforma non conserva bensì peggiora l’assetto dei poteri vigenti, mentre occorrerebbe essere realmente innovatori operando sui regolamenti parlamentari, cercando di riattivare il dibattito politico, che è ormai esangue e concentrato nelle mani del governo. A livello costituzionale è necessario rafforzare il Parlamento, non indebolirlo come invece fa questa riforma. Personalmente sono a favore di un sistema monocamerale affiancato da un sistema elettorale proporzionale. Questa sì che sarebbe una vera svolta. Purtroppo non sembra essere nell’attuale ordine delle cose, dato che comporterebbe farsi carico delle vere crisi del sistema costituzionale quali rappresentanza politica e centralità del Parlamento, visto l’evidente esaurimento della funzione del bicameralismo perfetto.

Un altro tipo di retorica, spesso utilizzata dai detrattori della riforma, accusa l’Europa di imporci le riforme, tra cui questa. Come commenta?

Che l’Europa si ponga come garante del nostro equilibrio costituzionale mi pare eccessivo. In materia costituzionale dobbiamo operare autonomamente e così è stato fatto. Ricordo che l’ultima riforma costituzionale presentata come richiesta dall’Europa era quella sul pareggio di bilancio. Falso, perché l’Europa non ha mai chiesto che si modificasse la costituzione per introdurre il principio del pareggio di bilancio. È stato fatto in Italia, così come in altri Paesi europei, ma certamente per responsabilità piena del sistema politico. Il leitmotiv del “ce lo chiede l’Europa” viene spesso abusato per scaricare le proprie responsabilità. Questa riforma è voluta dal governo della Repubblica Italiana, dalla maggioranza politica attuale.

Come risponde a chi si dice a favore dello “spacchettamento” dei quesiti referendari?

Comprendo la ragione politica di voler sdrammatizzare un referendum costituzionale fortemente negativo e traumatico. Capisco anche che questa è una riforma disomogenea che comprende tanti temi, che avrebbero dovuto essere approvati separatamente. Il pasticcio nasce dalla volontà di cambiare 47 articoli della carta costituzionale, quindi, al di là della polemica sulla disomogeneità referendaria, credo che questo disordine sia un ottimo motivo per esprimere un voto negativo a ottobre. Una riforma costituzionale tanto complessa quanto confusa non merita di essere approvata, soprattutto considerando che la caratteristica di una costituzione debba essere proprio la chiarezza. La questione che mi fa avere dubbi sul cosiddetto “spacchettamento” è che le costituzioni debbano essere un tutto unitario e se il suddetto “spacchettamento” funziona per i referendum abrogativi, lo stesso non si può dire in materia costituzionale. Si rischierebbe solo di complicare ulteriormente la situazione.

Molti hanno criticato il fatto che la riforma sia stata progettata a porte chiuse e ci è, per così dire, piovuta dal cielo senza possibilità di dibattito parlamentare. Altri ribattono che proprio per questo si indice il referendum, che però non è una concessione, ma un nostro diritto. C’è una perdita di democrazia nel modo in cui è stato impostato il dibattito referendario?

Da un lato le modalità di approvazione di questa riforma sono state certamente forzate e accelerate, visto che è stata trattata come un qualsiasi decreto legge o legge ordinaria. Lo spirito, non la lettera ma lo spirito, dell’articolo 138 è esattamente contrario e quando si riforma la Costituzione bisogna tenerne conto. L’impossibilità di dibattito parlamentare che si è avuta sul tema non rispetta lo spirito che dovrebbe sostenere una riforma costituzionale. L’altro punto è quello del referendum, che ora darà al corpo elettorale l’ultima parola. Dovrebbe essere compito in primo luogo del governo e della propria maggioranza quello di garantire un voto consapevole, informando nel merito e non dicendo di farlo quando così non è. Capisco che il governo sia a favore, ma dei buoni governanti, ove si parli di buone riforme, dovrebbero permettere un confronto e un dibattito freddi e realistici. Mi sembra invece che la discussione sul tema sia affrettata, aggressiva, con scarsa attenzione ai contenuti e molto interesse per l’effetto propagandistico.

Il ricatto di Renzi spaventa, soprattutto per la poca responsabilità che esprime. Può un capo di governo portare come motivazione a favore del Sì il rischio elezioni e successivo domino (perdita della stabilità, della credibilità in Europa etc) e ancor peggio difendere la propria uscita di scena in caso di vittoria del No, come un’espressione di onestà nell’ammettere di aver perso? Questa banalizzazione che rovescia qualsiasi tentativo di discussione nel merito non lascia ben sperare, in nessun caso.

Certamente no. Faccio una considerazione. Si sente un’abissale distanza, sotto questo profilo, tra i nostri tempi e i tempi della Costituente, quando ci fu una svolta politica ed epocale, l’inizio della Guerra Fredda, lo scioglimento del Comitato di liberazione nazionale e la cacciata di socialisti e comunisti dal governo che venne assunto in particolare dalla Democrazia Cristiana. Nonostante questo trauma, il lavoro dell’Assemblea Costituente venne completato e la Costituzione fu un documento di unione, salvifico, in quanto evitò la guerra civile. Comunisti e democristiani stavano ai lati opposti della cortina di ferro, ma entrambi si riconoscevano nella Costituzione. Oggi invece abbiamo approvato una riforma che divide, non come un tempo per schieramenti politici, ma tra vecchio e nuovo, e addirittura tra bene e male, in base al proprio pensiero e alla distanza che il nostro interlocutore prende da esso. Non è un buon viatico per il futuro di questa Costituzione che si pone come fortemente divisiva.

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Il ministro Boschi ha detto che se vince il SÍ, l’italicum verrà comunque sottoposto al vaglio della commissione. L’altro giorno ha annunciato che il vaglio della legge elettorale sarà operato quest’estate. Anche qui a porte chiuse e tanti saluti.

È una tattica politica che si commenta da sé. L’italicum è una legge che presenta forti dubbi di costituzionalità. Il 4 ottobre la Corte Costituzionale la prenderà in considerazione, ma è chiaro che i problemi costituzionali e politici sono innumerevoli. Anche sull’italicum il governo ha forzato molto la mano e utilizza tatticamente ragioni per addolcire ora una parte, ora l’altra.

Previsioni nel caso vincesse il Sì?

Peggiorerà un situazione già non felice. Per una verticalizzazione ulteriore dei poteri, per una riduzione della capacità di agire del Parlamento e delle autonomie locali a poco o niente. Quindi chiuderemo la nostra storia costituzionale perpetrando un lungo regresso che da ben più di vent’anni a questa parte sta condannando l’Italia al declino.

E se vince il No?

Potremmo ricominciare a parlare. Non sarà migliorato chiaramente nulla rispetto a oggi, ma si potrà realmente provare a capire l’impellente necessità di un cambiamento per interrompere questo lungo regresso ancora mai fermato, anzi via via velocizzato. Non è certo che in caso di vittoria del No ciò accadrà, ma di sicuro ci saranno i margini per parlare di riforme costituzionali serie.

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