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Xylella: ben più che Fastidiosa

Giacomo Fazzini

“Tabacco, Olio e Vino, di questo vive il Salento. E ormai ci è rimasto solo il vino: se ci tolgono anche quello…” .

Parlando col signor Mario, originario di Porto Badisco, dove si narra sbarcò Enea col suo seguito, non può che salirmi un po’ di tristezza. 63 anni, la pelle bruciata dal sole, le mani solcate da infinite pieghe, la faccia di uno che da 40 anni si sveglia alle 5 per coltivare quest’arida terra, e ora non ne può più.

Lui di mestiere fa il vivaista: da quando il batterio Xylella Fastidiosa ha colpito la Puglia gli è stata proibita la vendita di 256 specie di piante. “Per questo pensavo di trasferirmi in Brasile, dai miei figli. Io sono fortunato: ho una famiglia che può aiutarmi e il batterio non mi colpisce direttamente, ma c’è chi soffre, e tanto”

La Xylella deforma il paesaggio pugliese dal 2013-2014, quando si è diffusa da piccoli focolai vicino a Gallipoli in tutta la zona a causa di un inverno particolarmente caldo. Da allora ha contaminato migliaia di ulivi nelle campagne salentine, costringendo la Regione a delimitare aree di contenimento ben precise.

Sì, contenimento.

Perché alla Xylella non c’è cura, almeno per il momento. Il batterio divora l’olivo da dentro, seccando queste millenarie piante.

CoDiRO, Complesso del Disseccamento Rapido dell’Olivo, così è stato chiamato il lungo, penoso processo che culmina con la morte della pianta ospite.

I danni, economicamente parlando, sono enormi. Da queste terre, nel 2010, si otteneva 1/3 della produzione nazionale di olio extravergine. Solo dal 2013 al 2014, l’anno in qui è scoppiata l’epidemia, si è perso il 30% degli ulivi pugliesi; ogni anno i frantoi leccesi, brindisini e tarantini generano mediamente 5 milioni di litri d’olio in meno rispetto all’anno precedente.

Ma non è finita.

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È di fine 2015 la dichiarazione del governo francese : la Francia bloccherà le importazioni dalla Puglia di ogni vegetale a rischio contatto Xylella. Un centinaio di specie. E l’Ue non può che appoggiare la scelta. Ora si teme la reazione a catena di un’Europa che dovrebbe tendere la mano ma sradica ogni speranza.

L’olio Salentino, sinonimo di qualità, è ora per sempre associato all’equivalente della peste nera per le piante.

Viaggiando per l’entroterra salentino gli effetti dell’epidemia saltano immediatamente all’occhio. Decine e decine di chilometri dove lo scenario è sempre lo stesso: alberi squarciati, soffocati dal loro peso, sostenuti da pochi rami di un verde pallido, tenue, che però spicca tra le folte chiome nere di foglie morte.

In una terra già messa in ginocchio dalla criminalità organizzata, che ormai può contare quasi solamente sul turismo, peraltro terribilmente pubblicizzato, le vie d’uscita sono poche. I giovani partono, i paesini si svuotano. Abitazioni diventano case di villeggiatura.

Ora capisco lo sconforto del signor Mario. Vedere una terra così ricca di tradizioni e storia come il Salento, dove è cresciuto, ha messo su famiglia, ha lavorato, abbandonata.

In una fuga verso il Nord che in Italia, per un motivo o per l’altro, non si è mai esaurita.

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