Burqa e niqab non piacciono agli Svizzeri

Il 1 luglio 2016 in Ticino era entrato in vigore il divieto della dissimulazione del viso in luoghi pubblici, più conosciuto come “legge anti-burqa”.

A tre anni di distanza dal voto che accettó questo divieto, la Confederazione potrebbe seguire l’esempio ticinese.

Il 27 settembre infatti il Consiglio Nazionale ha approvato con un solo voto di scarto, 88 voti contro 87, un’iniziativa parlamentare che potrebbe estendere la legge che vieta il burqa a tutto il territorio svizzero.

La proposta è stata presentata dal consigliere nazionale Walter Wobmann, un esponente di UDC che oltre ad aver apertamente dichiarato di appoggiare l’associazione PEGIDA (il movimento tedesco xenofobo anti-immigrazione e anti-islamico), lo scorso 15 marzo a Berna aveva organizzato una manifestazione in compagnia di alcune persone mascherate da vandali o che indossavano il velo integrale in occasione del lancio della suddetta iniziativa.

Le ragioni per introdurre il divieto della dissimulazione del viso nella Costituzione federale sembrano essere sostanzialmente le stesse sostenute dai promotori dell’iniziativa popolare del 2013 che inneggiavano alla sicurezza e al femminismo.

Anche in questo caso i sostenitori del divieto del burqa si presentano come difensori della dignità della donna che il burqa e il niqab non rispetterebbero e dell’ordine pubblico, ma soprattutto come oppositori di una presunta islamizzazione che sta avendo luogo in Svizzera, nonostante la percentuale di appartenenti a comunità musulmane e islamiche tra il 2012 e il 2014 in Svizzera raggiunga appena il 5%.

In un’intervista a Swissinfo infatti Wobmann sosteneva che il burqa “non fa parte della nostra cultura. Da noi si mostra il viso. Il velo è fuori luogo qui. Ma si tratta anche di garantire la sicurezza. Una persona si può nascondere senza difficoltà sotto questo capo d’abbigliamento per perpetrare un attacco terroristico.”
I contrari alla “legge anti-burqa” invece non solo rimarcano che essa porterebbe ad un inevitabile inasprimento delle relazioni con la comunità islamica, ma anche che danneggerebbe il settore del turismo, che vive in buona parte grazie al flusso arabo.

Nella stessa intervista di Swissinfo, Alec von Graffenried aggiunge anche che “il divieto di portare il burqa è una risposta sbagliata a una questione inesistente. In questo momento non abbiamo un problema con le donne che portano il burqa”.

L’iniziativa dovrà ora essere esaminata ed eventualmente approvata dal Consiglio degli Stati, dove si pensa che avrà vita breve poiché la commissione si è già dichiarata in maggioranza contraria.

Ma non è solo la Svizzera a nascondersi dietro la prevenzione contro attacchi terroristici per giustificare leggi xenofobe.

Ieri, 30 settembre 2016, infatti il Parlamento bulgaro ha approvato una legge proposta da Fronte Patriottico, un partito nazionalista bulgaro, che vieta di portare il burqa e qualunque altro indumento che nasconda il viso in luoghi pubblici. La Bulgaria si allinea quindi a Belgio e Francia che avevano introdotto il divieto di burqa e niqab già nel 2010.

 

Barbara Venneri
Non chiamatemi Vènneri.

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