Colombia, una guerra civile che sembra non dover finire mai

La guerra civile in Colombia è una storia che sembra non finire mai e ogni giorno si arricchisce di un nuovo capitolo.
Dopo gli storici accordi del 25 agosto scorso che sembravano porre la parola fine su un conflitto che dura ormai da 52 anni tra le forze governative e le FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia), gli accordi sono stati sottoposti in forma di referendum alla popolazione colombiana. Il voto sarebbe dovuto risultare  nell’accettazione dell’esito delle trattative, invece,  il 2 ottobre

la popolazione colombiana  ha votato a favore del ‘No’, seppur con uno scarto molto piccolo.

Quella in Colombia è una delle guerre più lunghe e sanguinose del Sud America, ha portato a 260mila morti e a ben 7 milioni di sfollati. Una tregua arrivata dopo 4 anni di negoziati tra il presidente colombiano Santos e i leader ribelli capitanati da Timoleon Jimenez, noto come Timochenko, che però è stata messa in discussione dal volere popolare e che fa aumentare i timori per un riacutizzarsi delle ostilità.

Timochenko ha comunque dichiarato che le trattative per una soluzione pacifica ricominceranno immediatamente e che in futuro le FARC si impegneranno politicamente allo sviluppo del paese, col governo che ha garantito per i prossimi 4 mandati, ovvero 16 anni, la presenza delle FARC in Parlamento.

Le FARC nacquero nel 1964 a seguito delle rivolte contadine che si svilupparono in Colombia fin dagli anni ‘20 e puntavano ad un sovvertimento dell’ordine attraverso una rivoluzione di stampo comunista come già era avvenuto a Cuba nel 1953. Non fa dunque notizia che la forza politica che più si è prodigata per il ‘No’ al referendum sia stata la destra dell’ex presidente Uribe. 
Le forze ribelli in quanto comuniste, furono finanziate anche da Cina, Russia e Cuba, con invece gli Stati Uniti che si schierarono a favore del governo di Bogotà, riproponendo in questo paese la divisione che la Guerra Fredda aveva già portato in altri scenari nel mondo.
Il conflitto continuò coinvolgendo anche i civili che furono colpiti sia del governo che cercava di smantellare gli avamposti dei ribelli sia dai ribelli stessi che operavano sequestri oppure obbligavano la popolazione ad arruolarsi con la forza.
Gli anni ‘70 videro una svolta, i gruppi ribelli, dei quali le FARC erano sì il gruppo più numeroso ma non l’unico presente nel paese, intravidero i possibili ricavi del mercato della narcotraffico, con Escobar che a Medellin negli anni ‘80 arrivò a formare una sorta di Stato nello Stato. Escobar portò quindi Colombia e USA a collaborare per cercare di eliminare il flusso di droga che partiva dalla Colombia, il paese fu teatro di scontri durissimi che non risparmiarono ancora una volta la popolazione civile.
Nei primi anni ‘90 la Colombia si trovava in uno stato di dura povertà, condizione che obbligava  gran parte della popolazione a vivere guadagnando con il mercato della droga. Nel 1993 Escobar fu ucciso e questo diede nuovo vigore alle FARC che per lo più si occupavano di lottare contro le istituzioni attraverso estorsioni, rapimenti di esponenti politici, ma che difficilmente prima che gli stati comunisti ( U.R.S.S. e Cina su tutti) smettessero di finanziarle si erano immischiate nel traffico di droga.
Nei primi anni 2000 con la presidenza Uribe si ebbe un inasprimento del conflitto, con il leader della destra che non cercò mai di risolvere la questione in maniera pacifica ma solo attraverso la forza il che portò il paese in una situazione ancor più drammatica.
Finalmente l’elezione del presidente Santos ha portato ad una riapertura del dialogo per la pace e dal 2012 con l’avvio delle consultazioni tra il governo e i ribelli è stato raggiunto un accordo per il cessate il fuoco.

Impegno politico riconosciuto dalla comunità internazionale che ha portato a conferire a Santos il Nobel per la Pace il 6 ottobre.

L’esito referendario, però, lascia ancora aperto a diversi possibili sviluppi il conflitto che da ormai più di mezzo secolo dilania la Colombia.

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