Halloween: tra film e cronaca, una festa da brividi

Quanti modi ci sono per festeggiare la notte delle streghe? Le proposte sono moltissime e possono accontentare veramente tutti: numerosissime sono le feste a tema o i giochi come escape room. Ma c’è anche chi, durante il ponte, preferisce semplicemente andare a bere qualcosa assieme agli amici più stretti. O ancora – perché no? – il classico film horror.

I film horror godono di tantissimi sottogeneri e tutt’ora alcuni registi del macabro come Oren Peli ed Eli Roth si divertono a sperimentare, tentando di innovare il genere le cui origini però sono più vecchie di quanto uno possa pensare.

I primi film che si possono definire dell’orrore risalgono ai tempi dell’Espressionismo tedesco – parliamo degli anni ’10 e ’20 del Novecento – in cui uscirono Il gabinetto del dottor Caligari di Robert Wiene, che potremmo definire il primo horror della storia, e Nosferatu di Friedrich Murnau, dando origine al filone dei film sui vampiri.

A proposito di vampiri, non è possibile sorvolare il nostrano Freda, che nel 1957 confezionò I Vampiri, ottimo esempio di pellicola gotica italiana. Non sono i mostri sovrannaturali a popolare la trama, ma la protagonista, una donna la cui bellezza è rinforzata dal sangue delle giovani donne. Secondo il regista, infatti, i veri mostri non sono da ricercarsi in un mondo oltre la nostra comprensione, ma nelle parti più nascoste dell’uomo. Ne fece tesoro Dario Argento, che esordì nel ’75 con Profondo Rosso, inizialmente smontato dalla critica per la sua ferocia visiva innovativa, che tuttavia ispirò tanti registi contemporanei.

Si aggiunga poi il filone degli slash, in cui una compagnia di amici – ormai tanto saturata dai cliché – viene perseguitata da un pazzo assassino, plausibilmente mascherato e munito di motosega, e che hanno come capostipite Carpenter e il suo Halloween del 1978.

Se invece amate i mostri veri e propri non potete farvi mancare George A. Romero, padre degli zombie e del capolavoro L’alba dei morti viventi (1968): il regista nato nel Bronx riceve la gratitudine di tutti gli appassionati di The walking dead e delle numerosissime pellicole, trash o meno, che vedono come protagonisti morti ambulanti. Particolare assolutamente non scontato, la pellicola di Romero non si limita a intrattenere, ma rilancia particolari temi sociali quali la guerra fredda, il razzismo e anche – a tratti – la satira.

Altro sottogenere particolarmente amato e prolifico é quello dedicato al sovrannaturale e, in particolare, agli esorcismi.

L’esorcista del 1973 di William Friedkin, noto anche come il regista del male, è il punto di riferimento anche per i film moderni e ancora oggi fa un certo effetto. Il soggetto è noto a tutti: una bambina posseduta da un potente demone viene soccorsa da un prete esorcista, anche se il rito parrebbe non bastare.

Parlare del rito dell’esorcismo è molto complicato: nella realtà dei fatti è difficile pensare a teste che girano o a eruzioni di zuppa di piselli, ma forse non tutti sanno che la storia narrata da Friedkin è tratta dal romanzo di William Peter Blatty, il quale a sua volta si è rifatto a un famoso fatto di cronaca del Maryland. Siamo nel 1948, a Cottage City, una cittadina di poco più di mille abitanti. Un giovane ragazzo, noto con lo pseudonimo di Robbie Mannheim, figlio di emigrati tedeschi luterani, era solito accompagnarsi di pochi amici, essendo molto riservato, oltre ad essere particolarmente legato ai membri della propria numerosa famiglia, in particolare con una sua zia appassionata dell’occulto.

Tra i suoi mille e strampalati oggetti, Robbie chiede alla zia di giocare con la sua tavola Oujia, la tavoletta per interrogare gli spiriti, che divenne la principale attrattiva del ragazzo per l’intera estate. Nel 1949, nonostante la zia fosse venuta a mancare, il ragazzo continuò a rimanere ossessionato dalla strana tavola, che usò per tentare di richiamare a sé la defunta.

Da qui, la famiglia cominciò a costatare una serie di eventi inspiegabili che tolsero loro il sonno. Strani suoni che inizialmente non sembravano preoccupare pian piano si fecero accompagnare da graffi e impronte, molto frequenti soprattutto nella notte. Intanto, Robbie diventava sempre più taciturno e i irritabile. Poco dopo anche i mobili iniziarono a muoversi da soli, i vetri si rompevano e il giovane accusava sintomi anche fisici – oltre che mentali – quali lividi e graffi, oltre che improvvise convulsioni che mai prima erano state manifestate: testimoni hanno riportato che il ragazzo, in genere tranquillo, spesso bestemmiava in quel periodo con una voce non sua e, talvolta, persino in latino. Dopo aver visitato diversi medici, che non trovarono nulla di anomalo, i genitori si rivolsero alla Chiesa, che rispose inviando Luther Miles Schulze a verificare cosa stesse succedendo nella casa dei Mannhein: il prete notò in poco tempo tutto quello che era stato detto dai parenti di Robbie e quindi cominciò un semplice rito luterano che però non ebbe nessun effetto.

Decise quindi di rivolgersi al prete cattolico Edward Hughes, che durante un colloquio in latino con il ragazzo, alla domanda “Chi sei”, si sentì rispondere, da una voce disumana e nella stessa lingua, di essere una Legione (di demoni, NdR). Hughes si convinse quindi che al ragazzo servisse un esorcismo: non avendo mai praticato il rito, portò il ragazzo in un istituto gesuita, dove poteva essere monitorato da altri preti più esperti e aiutato in maniera più efficace.

Furono tanti gli esorcisti che si presentarono e i loro diari sono testimonianza della loro aspra battaglia contro il male che affliggeva il giovane, guarito solo dopo diversi giorni di riti. Solo dopo molti tentativi, Robbie riuscì a guarire e ricevette il battesimo cattolico e la comunione. A quel punto, il ragazzo tornò ad essere quello di sempre. I numerosi testimoni dell’accaduto, comunque, non potranno mai dimostrare che effettivamente ci fossero degli spiriti a guidare il ragazzo o se la sua debole psiche bisognosa di attenzioni sia implosa. La realtà, probabilmente, non potrà mai essere spiegata in termini scientifici.

Francesco Porta
Amo il cinema, lo sport e raccontare storie: non si è mai troppo vecchi per ascoltarne una.

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