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Il dramma degli Oromo e le ingiustizie della “primavera etiope”

imageNagaa, pace. Finaa, sviluppo mentale e spirituale. Walooma, armonia. Araaraa, riconciliazione. È questo quello che chiedono gli Oromo in occasione di Irreecha, la festività che segna la fine della stagione delle piogge. Riuniti nei pressi del Lago Hora, a poche decine di chilometri da Addis Abeba, in migliaia ogni anno si riuniscono, ballano e cantano, indossando abiti colorati. Lo fanno per ringraziare Waaqa, ovvero Dio e non per essere massacrati o per vedere la polizia lanciare lacrimogeni e poi sparare sulla loro gente. Per questo gli Oromo non si aspettavano proprio che la festa del 2 ottobre finisse in uno spargimento di sangue senza precedenti. 

 A dirla tutta la tensione tra le forze governative e gli Oromo era nell’aria da mesi. Le manifestazioni cominciate nel novembre scorso per protestare contro i programmi di sviluppo economico che volevano escluderli ancora una volta, si sono nel tempo inasprite. Il focus delle proteste si è così spostato sulle violenze e sulla discriminazione che da sempre caratterizzano la vita degli Oromo in Etiopia.

Non si tratta affatto di una minoranza: 24 milioni, il 32% della popolazione del paese. Eppure la storia del più ampio gruppo etnico etiope parla di ripetuti soprusi e ingiustizie finora irrimediabili, esclusione dalla vita politica, diritti sistematicamente negati attraverso le uccisioni perpetrate dai membri dell’esercito, gli arresti e le torture, la marginalizzazione economica.

Nel 2014 Amnesty International aveva denunciato la repressione attuata nella regione di Oromia: almeno cinquemila persone sarebbero state arrestate tra il 2011 e il 2014, perché sospettate di fare propaganda antigovernativa, di sostenere il gruppo armato denominato OLF (Oromo Liberation Front), o perché avevano fondato un’organizzazione culturale.
La tortura e le sparizioni forzate sono una pratica istituzionalizzata e costituiscono la norma nelle stazioni di polizia, nelle carceri, nelle case, contro chiunque sia sospettato di essere un dissidente. Il movimento di protesta degli Oromo, che ha dato origine a quella che alcuni analisti hanno già denominato «primavera etiope», si oppone anche alle politiche di land grabbing. Secondo Genocide Watch, agli investitori stranieri sono stati concessi almeno 7 milioni di ettari (circa 70mila kmq) tra il 1995 e il 2016. La principale beneficiaria di questa concessione è stata la Kuruturi Company of India, leader nel settore della produzione di rose che mira a trasformare Etiopia e Kenya in «paradisi floreali».

Anche se la Kuruturi si vanta di aver creato posti di lavoro e afferma di lavorare per implementare misure di welfare che abbiano un impatto positivo sulla vita dei lavoratori, delle famiglie e delle comunità locali, da anni i contadini Oromo denunciano queste politiche, definendole totalmente contrarie ai propri interessi.

Dall’analisi condotta da Genocide Watch emerge come l’impatto del land grabbing sia tutt’altro che positivo. Peggioramento della povertà, aumento dell’insicurezza alimentare, intensificazione dei conflitti, degrado ambientale e deterioramento delle condizioni che garantiscono il rispetto dei diritti umani sarebbero tra le conseguenze principali di queste politiche.

Insomma, il boom nel settore delle costruzioni e nell’ambito degli investimenti stranieri è stato pagato a caro prezzo dai contadini Oromo, che si sono visti costretti a scegliere tra accettare le offerte fattegli dagli ufficiali del governo o subire le espropriazioni forzate.

Il massacro di Irreecha è dunque solo l’ultimo episodio di un dramma storico di vecchia data. I 50 morti di cui ha parlato il governo si scontrano con i 678 dichiarati dalle forze di opposizione. Difficile capire dove stia la verità, perché il governo limita i mezzi di informazione, le organizzazioni non-governative e l’accesso a internet. Lo stato di emergenza dichiarato dal governo dopo Irreecha non ha messo fine alle proteste e nuove manifestazioni sono state organizzate in tutta la regione durante quelli che gli attivisti hanno denominato i “cinque giorni di rabbia”.

Oltre all’uso sproporzionato della forza da parte dell’esercito, che il 2 ottobre ha sparato sulla folla riunita nei pressi del Lago Hora bloccando qualsiasi via di fuga, al governo va attribuita anche la pesante repressione della libertà di informazione. Il Committee to Protect Journalists, un’organizzazione no-profit indipendente che sponsorizza la libertà di stampa, difende il diritto dei giornalisti di raccontare le notizie senza timori di ritorsioni, in un rapporto del 2015, l’Etiopia al terzo posto tra i paesi africani per numero di giornalisti attestati.

Seyom Teshome è solo l’ultimo degli intellettuali vittime di questa pesantissima repressione. Commentatore di ciò che avviene in Etiopia per diverse testate internazionali, Seyom è stato arrestato il 1 ottobre per aver rivelato il timore del governo di perdere la sua immagine di paese in via di sviluppo.

A stupire, più di qualsiasi violenza, abuso, tortura, espropriazione o forma di repressione, è il silenzio che circonda l’intera vicenda. La condizione degli Oromo ha catturato l’attenzione dei media internazionali solo lo scorso agosto, quando le proteste anti-governative si sono allargate alla regione di Amhara e l’atleta olimpico Feyisa Lilesa ha mostrato in mondovisione le mani incrociate sopra la testa, gesto comunemente usato tra gli Oromo per mostrare il proprio dissenso nei confronti del governo. In un rapporto successivo al massacro, Felix Horne, senior researcher in Etiopia per Human Rights Watch ha spiegato come finora gli alleati occidentali, ovvero USA, UK e UE, si siano dimostrati incapaci di manifestare la propria opposizione nei confronti di quanto sta accadendo in Etiopia. Come suggerisce il rapporto, i paesi occidentali dovrebbero fare pressione, sfruttando la propria influenza politica, affinché sia condotta un’indagine internazionale indipendente. Fino a questo momento, infatti, le indagini sugli abusi commessi dai militari non si sono rivelate né imparziali né credibili.

In un rapporto dello scorso giugno la Commissione etiope dei diritti umani aveva rilevato che l’uso della forza da parte dei militari in risposta alle manifestazioni era proporzionato alla minaccia. Le richieste provenienti dall’UE e dall’ONU affinché indagini internazionali siano avviate dal governo, sono state finora completamente respinte da quest’ultimo.

 

Alla vicenda di Irreecha è legato un duplice rischio: da un lato si teme che la tensione possa sfociare in un più ampio conflitto etnico che contribuirebbe a destabilizzare ulteriormente il paese, dall’altro vi è il sospetto che la comunità internazionale minimizzi ciò che sta accadendo, invece che sostenere che in Etiopia, così come in qualsiasi altro posto, i diritti umani non sono negoziabili. Nel frattempo la pace, l’armonia e la riconciliazione che gli Oromo hanno chiesto per la fine della stagione delle piogge sembrano ancora lontane.

 

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