La “contemporaneità primitiva” di Basquiat in mostra al MUDEC

Consacrato per sempre nel mito dei forever 27, primo vero artista nero di successo, rappresentante dell’ibridismo fra una cultura urbana contemporanea e radici africane tradizionaliste, Jean-Michel Basquiat è rimasta una figura iconica nel panorama dell’arte contemporanea.

A dieci anni dall’ultima esposizione in Triennale, Milano accoglie nuovamente il suo spirito tormentato con circa 140 lavori realizzati a cavallo degli eccentrici anni Ottanta newyorchesi, in mostra a partire da oggi fino al 26 febbraio 2017.

E quale luogo migliore del MUDEC, museo delle culture, per ospitare queste opere, primitive e sofisticate allo stesso tempo, che perfettamente dialogano e si armonizzano con la collezione permanente del museo?

La mostra, promossa da Comune di Milano-Cultura e 24 ORE Cultura, è curata da Jeffrey Deitch, amico dell’artista ed ex direttore del MOCA di Los Angeles, in collaborazione con Gianni Mercurio il quale, presente ieri in conferenza stampa, ha ricordato Basquiat come “un artista che ormai ha travalicato ogni confine”.

Se l’esibizione in Triennale aveva avuto un taglio più retrospettivo, questa invece nasce dalla volontà di mostrare la passione dei collezionisti del “Picasso Nero”.

In particolare la famiglia Mugrabi ha concesso un gran numero di opere da quella che è la più grande collezione privata al mondo di Basquiat, cominciata fin da quando l’artista era ancora in vita.

La chiave di lettura dell’intera mostra è di tipo geografico: le sezioni infatti sono legate agli studi dei diversi galleristi per cui Basquiat ha lavorato, ai luoghi che hanno segnato il suo percorso artistico.

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Un occhio di riguardo è sicuramente dedicato all’eterogeneità degli influssi: da quello fumettistico a quello anatomico, dagli echi dei caratteri tipici dei graffiti agli elementi della tradizione biblica. Partendo dalla sua protesta di strada come writer atipico targato SAMO (Same Old Shit), passando per il trampolino di lancio (guarda caso) italiano della prima esibizione del 1981 a cura di Emilio Mazzoli, si arriva fino all’apice del suo breve quanto vorticoso successo.

Ossequiose pareti bianche si popolano di grandi tele, disegni, pannelli assemblati, bassorilievi che sprigionano tutta l’energia e la cacofonia delle strade di New York negli 80s.

Non mancano i lavori a quattro mani con Andy Warhol, con il quale l’artista intraprese un’appassionata collaborazione derivata dal loro rapporto quasi di padre e figlio. A coronare l’esposizione, infine, una serie di piatti in ceramica decorati con ritratti caricaturali di artisti e personaggi di ogni epoca.

I temi principali ci sono tutti: la rabbia, da sempre grande musa ispiratrice della sua arte; la scrittura, sfruttata come elemento compositivo estetizzante; l’orgoglio nero, la caduta dei grandi ideali, gli attacchi alle strutture di potere e, soprattutto, la fragilità.

Dietro i tratti marcati, i numerosi strati di pennellate impazienti e i colori sgargianti che colpiscono fino quasi a fare male, infatti, si nasconde la tragica vicenda di un artista acclamato per la sua genialità ma rifiutato per il colore della sua pelle.

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L’esposizione apre una serie di eventi culturali che offrono la possibilità di ripercorrere la storia dell’artista e del suo ambiente: in collaborazione con il Consolato USA e l’Università IULM, sono previste delle proiezioni di lungometraggio e incontri di approfondimento, di cui uno con la presenza del curatore Deitch.

Anche JAZZAMI, festival di musica jazz a Milano, ha creato un palinsesto parallelo dal titolo JAZZ & BASQUIAT che si apre il 4 novembre con il talk di Arto Lindsay, artista brasiliano e amico di Jean-Michel.

Per maggiori informazioni su prezzi e orari si rimanda al sito del museo.

Gaia Lamperti
Studentessa di lettere moderne. Ho il vizio di comprare voli low-cost quando mi annoio. Sono per il buon rock, i locali chiassosi, i pomeriggi al mare, le menti fresche e gli animi caldi.

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