Pedro Sánchez si dimette e la Spagna (non) torna alle urne

Alle elezioni generali del 26 giugno 2016 i cittadini spagnoli hanno eletto, dopo appena sei mesi dall’ultima chiamata alle urne, il leader del Partido Popular Mariano Rajoy, che ha vinto con il 33% dei voti. Ad oggi si avvicina sempre di più la scadenza per la formazione del nuovo governo che si sottoporrà al voto di fiducia da parte del Parlamento a fine ottobre.

Fino al 1° di ottobre era quasi certo che la Spagna sarebbe dovuta tornare ad esprimersi per una terza volta, in seguito soprattutto alla decisione di non formare un governo di coalizione con Rajoy del Partido Socialista Obrero Español e del suo ormai ex segretario generale Pedro Sánchez. Ma le recenti dimissioni forzate di Sánchez mescolano di nuovo le carte in tavola. Tra le ragioni della rinuncia alla sua carica troviamo le molteplici sconfitte alle elezioni, locali e non, svolte tra il 2015 e il 2016, ma la motivazione più importante può essere imputata allo smembramento interno del partito: una parte di esso tra cui Javier Fernández, segretario ad interim del PSOE dal 1° di ottobre, infatti, si opponeva fermamente al rifiuto di Sánchez di cercare qualsivoglia collaborazione con il PP.

In questo momento la nuova dirigenza dichiara che non appoggerà il governo di Rajoy, posizione che darà indirettamente il via libera alla formazione di quest’ultimo.

Nonostante ciò un’analisi condotta da “El País” del 9 ottobre mette in luce che, sia che il PSEO appoggi o no il governo Rajoy, la conseguenza diretta della crisi interna del partito socialista sarebbe quella di spingere gli elettori a favorire Podemos, partito di sinistra nato nel 2014, oppure Ciudadanos, di centro sinistra. Quest’ultima svolta, sommata al fatto che già prima del 26 giugno il 20% degli elettori PSOE si sono dimostrati aperti alla possibilità di votare per Podemos e il 27% per Ciudadanos, apre uno spiraglio a questi due gruppi di crescere e diventare il partito maggiore rispettivamente di sinistra e di centro.

Quindi, che si torni alle urne o meno, Pablo Iglesias, segretario generale di Podemos, sembra aver dato inizio ad un braccio di ferro con PSEO. Ma anche Podemos si presenta come un partito frammentato al suo interno: si contrappongono infatti le posizioni di Iglesias, la favorita, che spinge per una linea dura e radicale e che faccia crescere Podemos “fuori, sulla strada e che costruisca le istituzioni partendo dalla società civile”, e quella di Inigo Errajón, vice segretario, il quale si prefigge guadagnarsi il voto degli elettori socialisti con una retorica moderata e vuole assicurare la sovranità popolare sia da dentro le istituzioni che in strada.

Altro discorso è riservato agli sforzi del presidente di Ciudadanos Albert Rivera di accaparrarsi gli elettori socialisti. La stessa analisi di “El País” riporta che la direzione di Ciudadanos confida per la maggior parte in quegli elettori incompatibili con l’ideologia di Iglesias, ma altrettanto scontenti della direzione presa da PSOE, come d’altro canto aveva fatto durante la campagna per le elezioni del 26 giugno.

In sostanza, Ciudadanos e Podemos hanno aperto una vera e propria gara per potersi assicurare gli ex elettori socialisti e togliere dalla scena PSOE.

Barbara Venneri
Non chiamatemi Vènneri.

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