Firooz, rifugiato speciale

Milano, 13 Ottobre, mattina presto circa le otto. Pedalata Direzione CIAI (Centro Italiano Aiuti all’Infanzia), associazione no-profit dove attualmente lavora Firooz. Nato a Kabul, capitale dell’Afghanistan, ora risiede fuori Milano con lo status di rifugiato politico “speciale” ,in quanto fino al 2014 aveva servito come interprete la coalizione NATO ISAF (International Security Assistance Force, in territorio Afgano dal 2003 al 2014) e collaborò in special modo con l’Esercito Italiano. Il suo italiano è un po’ arrugginito e il mio pashtu non è dei migliori, quindi la discussione è avvenuta in inglese.

Oggi è una giornata fredda, scommetto che a Kabul non ne avete molte così. Cosa ne pensi dell’Italia?

L’Italia è un paese bellissimo, ricco di storia, ma sono preoccupato per il futuro dei miei figli, perché non la vedo economicamente avanzata come gli altri paesi europei. Se neanche gli italiani riescono a trovare lavoro, penso che per noi stranieri la situazione sia ancora più difficile.

Come sei arrivato a Milano?

Sono arrivato in Italia grazie ad un progetto del Ministero della Difesa. Lavoravo in Afghanistan come interprete per la coalizione impegnata nella missione ISAF. Per ragioni di sicurezza, quando la missione è giunta al termine, il Ministero della Difesa ha garantito un visto speciale per me e altri 116 interpreti. Arrivati in Italia ci hanno diviso in varie zone e inseriti in progetti locali, ce n’è uno per ogni città. Il ministero ci ha garantito il visto per i primi tre anni, ma dopo questo periodo non c’è alcuna sicurezza.

Vorresti lasciare l’Italia dopo i tre anni, magari tornare in Afghanistan?

No. Dato che il mio caso è trattato come politico dalle autorità , non posso tornare a Kabul per i prossimi cinque anni. Questa restrizione esiste solo in Italia, purtroppo. Siccome sono inserito in un progetto ad hoc, posso avere il permesso di residenza dopo cinque anni (non 10, N.d.R.).

I miei bambini hanno iniziato la scuola in Italia, e sono molto felici qui. Vedremo dopo questi tre anni, se sarò in grado di trovare un lavoro, come comportarci.

Questi programmi di cui mi hai parlato prima, per i rifugiati, funzionano?

No. L’anno scorso il secondo gruppo di interpreti, tra i quali c’ero anch’io con la mia famiglia, è arrivato in Italia. Le persone impegnate nel progetto, sembravano molto organizzate, ma dopo quella volta non li abbiamo più visti. Si presentano solo dopo nostra richiesta, fornendo per altro informazioni non del tutto esatte. Per esempio ci avevano detto che non avremmo dovuto sostenere il test di italiano o avere un lavoro fisso, come gli altri rifugiati, ma queste cose ora ci sono richieste per rimanere in Italia.

Come consideri la tua esperienza nell’esercito?

Dura ma un’esperienza. Devi sapere che tra il 2006 e il 2012, anno in cui ho dovuto abbandonare l’Afghanistan per ragioni di sicurezza, lavoravo per l’Esercito Italiano. Precisamente ero l’interprete per il colonnello Italiano impegnato nell’Omlt (Operational Mentoring Leason Team, unità addetta all’addestramento delle forze afghane locali che fece della coalizione ISAF ndr).

Il colonnello italiano era una specie di mentore per il nuovo Generale Afghano, quindi partecipavo spesso a missioni diplomatiche e durante le cerimonie. Molte volte questi eventi erano trasmessi dalle televisioni locali, e la gente aveva cominciato a riconoscermi, tanto che mi hanno minacciato.

Per questo motivo ho deciso di scappare in India presso l’ambasciata Afghana, sotto la protezione dell’ONU. Dopo circa un anno, sono venuto a conoscenza del progetto Europeo, e grazie alla collaborazione tra le ambasciate di Roma e Delhi, che sono state estremamente gentili con me , sono arrivato in Italia.

Perché hai deciso di fare l’interprete?

Ho pensato fosse una buona opportunità per la mia famiglia, e di fare del bene per il mio Paese. Dopo un paio di interviste e controlli sono riuscito ad entrare come interprete dell’esercito. C’era un ottimo clima tra la coalizione e l’esercito locale, una sana atmosfera di collaborazione.

Cosa ne pensi della situazione dell’Afghanistan?

In Afghanistan non ci sono più regole. L’istruzione non funziona, non c’è più lavoro, l’unica cosa che rimane è la corruzione. Ora al potere ci sono i Pashtun che credono il governo sia un loro diritto e si rifiutano di dialogare con le minoranze locali.

Cosa ne pensi delle politiche europee sull’immigrazione?

Quello che hanno fatto all’inizio, di tenere aperti i confini senza un vero controllo di persone e documenti, non poteva certo funzionare. Aiutare gli immigrati è una cosa buona di per sé, ma i governi nazionali non devono strumentalizzare il problema per fini politici. Alcuni paesi hanno dei progetti ben strutturati per aiutare i profughi, ma penso che siano casi isolati. Quello che l’Europa deve capire è che Daesh non rappresenta in nessun modo l’Islam. Nell’Islam non c’è violenza, un musulmano non ucciderebbe mai nessuno. Non sono musulmani. Su internet puoi trovare molte interviste a questi sedicenti terroristi che non sanno neanche quante volte al giorno pregare il nostro Dio. Come puoi essere musulmano se sai solo urlare “Allah Akbar” quando compi un attentato?

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