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L’amore peccaminoso e l’assenza di compassione: lo spietato Vangelo di Delbono

Vangelo di Pippo Delbono, attore e regista teatrale, è una rilettura spietata e umana dei testi sacri che ne mette in luce le contraddizioni. Come già per tante messinscene ispirate al tema sacro, la madre di Delbono gioca un ruolo fondamentale: fervente cattolica sul letto di morte chiede al figlio di fare uno spettacolo sul Vangelo, “così dai un messaggio d’amore”.

Delbono già in crisi spirituale da tempo ripensa al Gesù Bambino della sua infanzia, l’oratorio, i chierichetti, e decide di farlo. Passa molto tempo nei campi profughi, nei manicomi, parlando con le persone e non trova altro che sofferenza. Nessun dio accogliente, nessuna pietà. Ma capiva anche che il dolore di quelle persone aveva qualcosa di profondamente spirituale, qualcosa che metteva in contatto con qualcosa di divino. Delbono capisce che per lui quello è il Vangelo. In scena troviamo gli attori del teatro di Zagabria, città dal passato sanguinoso e complesso, ai quali Pippo Delbono ha chiesto di condividere le proprie storie.

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Oltre a loro ci sono gli attori fedelissimi del regista: Bobo, un anziano sordomuto rimasto in manicomio per circa trent’anni, e Gianluca, un ragazzo affetto dalla sindrome di down. Questi ultimi performers rappresentano  per Delbono, l’occasione per vedere davvero l’autenticità della recitazione: “Bobo è sempre giusto, perché è vero.”

Anche il regista  è in scena: vestito di nero, con il copione in mano e una torcia per leggere, gira tra palco e platea, dirige gli attori, sembra quasi giocare con loro, e tiene le fila della pièce, raccontando  il Vangelo con la sua voce espressiva: dalle messe con il prete, fino alla preferenza per il diavolo “perché più femminile, più bisex”, passando per i temi dell’amore, della libertà, della repressione. La scenografia è composta da un semplice muro mobile: prima supporto di immagini, poi muro che schiaccia e spinge i personaggi o li inchioda. Muro come segno di separazione, intolleranza e sopruso di potere. In questa scenografia scarna gli attori si muovono con agilità, prima cantando, poi ballando, raccontando le proprie sofferenze, anche attraverso  numerosi cambi di costumi.

La visione del Vangelo che ci restituisce Delbono è crudele: non c’è tolleranza, non esiste  compassione.

La religione è strumentalizzata e spesso mette il fedele in una condizione di prigionia, che gli impedisce così di vivere liberamente. Libertà sembra essere contrapposta a religione e a subirne le conseguenze peggiori è l’amore, vissuto come peccato.

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