Lauree, proclamazioni e ingiustizie

In genere, non scrivo né articoli in prima persona né che parlino di me. Ci dev’essere qualcosa che mi tocca in modo eccezionale per spingermi a farlo. È successo ieri, quando sul gruppo facebook della mia vecchia facoltà ho letto le nuove modalità di discussione e proclamazione degli studenti a dottori.

Mi sono laureato lo scorso marzo, e quello della proclamazione è stato uno dei momenti più importanti della mia vita finora. Chi mi conosce sa che non ho mai dedicato allo studio una parte ingente del mio tempo, affrontando la mia carriera universitaria in modo piuttosto distaccato: non per pigrizia, ma perché nel corso dei tre anni la mancanza di spunti e calore da parte di un ateneo che sentivo come enorme e vacuo mi ha spento — sono sicuro che molti altri si sentono o si sono sentiti così. Ciononostante, la discussione della mia tesi di laurea triennale e la proclamazione sono stati qualcosa di unico.

È così per tutti gli studenti, quel giorno è unico in modo diverso. C’è chi è contento del suo centodieci e lode e non vede l’ora di iniziare uno stage o la magistrale. C’è chi non credeva di laurearsi e alla fine ce l’ha fatta. C’è chi, semplicemente, è contento di essere arrivato alla fine di un percorso. Ognuna di queste gioie ha pari dignità.

Io ho vissuto questa felicità in una chiave molto personale. Mio nonno è riuscito ad assistere alla mia laurea prima che morisse.

Sono stato il primo del ramo materno della mia famiglia a laurearmi. Mio nonno e moltissimi suoi familiari erano tranvieri, che hanno lavorato tutta la vita in ATM. Mia nonna faceva la sarta e ha studiato fino alla terza media. Mia madre si è diplomata in ragioneria con un voto molto migliore del mio e ha un buon successo nel suo lavoro, ma non ha mai avuto modo di frequentare l’università.

Fin da quando ero piccolo, mio nonno mi ha sempre spinto a studiare, volendo sopra ogni altra cosa che mi laureassi. Aveva un approccio molto pratico allo studio: niente retorica — semplicemente, studiare serve ad avere in mano un tuchèl de carta, come diceva lui. Ma teneva davvero tanto che io riuscissi a raggiungere quel traguardo, in un modo che purtroppo mi riesce difficile spiegare in poche parole. Ero l’unico nipote che gli avesse dato la sua unica figlia, e sapevo che sarebbe stata per lui una gioia immensa vedermi laureato, probabilmente molto superiore anche a quella che avrei provato io quel giorno.

Quando dopo aver assistito alla cerimonia l’ho visto seduto in chiostro che brindava e beveva con la nonna, e gli ho messo in testa la mia corona d’alloro, e sorrideva, l’ho proprio pensato: adesso può morire tranquillo. E infatti, così è stato. Il nonno se n’è andato il mese scorso. Sapere che è riuscito ad assistere alla mia laurea, quel giorno di sei mesi fa, è stata per me e per tutta la nostra famiglia una grandissima consolazione nei momenti più brutti subito dopo la sua perdita.

Ieri ho scoperto che dall’anno prossimo la discussione e la proclamazione per le lauree triennali subiranno sostanziali modifiche. La discussione resterà pubblica, ma tutti gli studenti verranno proclamati nel corso di un’unica cerimonia da tenersi in separata sede, che si svolgerà a quanto pare in tre aule differenti perché a Lettere in Statale siamo tanti e nella sola Aula Magna non ci si sta. A quanto leggo, in aula con lo studente proclamato potranno esserci solo due persone. Tutto questo per evitare sprechi di tempo e soprattutto il trambusto, il vociare e le altre manifestazioni di gioia dei laureati e delle loro famiglie.

Io penso a cosa sarebbe successo se questa cosa fosse già stata in vigore l’anno scorso. Se mi fossi laureato in una cerimonia da catena di montaggio. È una questione delicata, per me: credo davvero che se mio nonno non avesse potuto vedermi proclamato in un modo non fastoso ma quantomeno rispettoso della mia dignità di studente — non siamo numeri o lotti da passare a macchina, come i docenti del nostro dipartimento a quanto pare invece ritengono — io avrei fatto molta più fatica ad accettare la sua mancanza.

Questa è solo l’esperienza mia personale, che per fortuna sono riuscito a evitare una delle dimostrazioni di cattiveria più gratuite e insensate di cui sia al corrente. Gli studenti non contano nulla in questo ateneo e questo sistema universitario, che pure senza di loro non esisterebbe. Privarli della pienezza di un momento importante come la proclamazione è una mancanza di rispetto ancora più grande di quella ad esempio della riduzione degli appelli, che può magari essere giustificata con nebulose spiegazioni teoriche o organizzative. La discussione, invece, no.

Gli studenti devono opporsi.

Stefano Colombo
Studente, non giornalista, milanese arioso.

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