Un altro modo per raccontare la ‘Giungla’

The Jungle, la Giungla, così veniva chiamato il campo profughi a Calais, la cittadina francese più vicina al Canale della Manica.  Definitivamente finito di smantellare a fine del mese scorso, il campo, il più grande nel cuore dell’Europa, è stato per anni la casa di oltre 8.000 rifugiati radunati lì in attesa di attraversare il confine e raggiungere la Gran Bretagna.  La fotografa londinese Harley Weir, talento emergente della fotografia di moda, è riuscita a catturare, con un servizio scattato tra il 17 e il 28 ottobre, gli ultimi scorci di questa “città fantasma” prima che fosse demolita dalle autorità francesi.

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Già famosa per la sua abilità nel saper creare immagini intime ed esteticamente armoniche; la Weir ha deciso di avviare un progetto quasi documentaristico sulla crisi dei rifugiati, senza però cadere nel taglio giornalistico da reportage mantenendo invece un principio di tipo artistico-estetico.

Le immagini, raccolte in un photobook intitolato Homes, ci raccontano della vita all’interno del campo con particolare attenzione, non ai suoi abitanti, bensì alle strutture temporanee da loro erette ed adibite a case o piccoli spazi privati.

Il risultato è un paesaggio vacillante, precario, ma dotato di un’innegabile senso di bellezza che le lenti della fotografa hanno saputo riportare a galla nonostante la crudezza circostante.  Tazzine ben allineate, una coperta piegata con cura, tubetti del dentifricio diligentemente spremuti dal fondo; piccoli dettagli che creano un’atmosfera familiare e domestica, che contrasta, ma allo stesso tempo elude, la dimensione di dislocamento e precarietà del luogo.

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Le persone non compaiono mai ma, paradossalmente, la loro presenza si impone in modo ancora più potente proprio per la loro assenza: viene mostrato solo il tocco personale sugli ambienti delle loro case, sufficiente per sentirle più vicine che mai.  Proprio la casa diventa, in qualche modo, il simbolo di questo avvicinamento: un luogo universale a cui nessuno può rinunciare, neanche quei profughi che, come sembra volerci comunicare la Weir, non sono poi così diversi da noi nel tentativo estremo di ricreare l’ambiente domestico anche in mezzo alla tragedia.  La stessa fotografa racconta di essere rimasta molto colpita, passando da Calais quasi per caso, da quanto quelle abitazioni provvisorie si sforzassero di essere elaborate ed accoglienti, al punto da farle sentire lo “scarto di fortuna” che la separava da quelle genti, come profondamente ingiusto.  A tal proposito ha deciso di devolvere tutto il ricavato dalla vendita del libro a La Cimade, organizzazione francese non-profit impegnata nella salvaguardia dei diritti dei rifugiati e dei migranti.   Homes quindi, con la sua sensibilità attenta e con la sua onestà spiazzante, riesce in pieno  nel suo intento di mostrarci una Calais inedita, molto più spontanea della Giungla che ci hanno mostrato i media.

Gaia Lamperti
Studentessa di lettere moderne. Ho il vizio di comprare voli low-cost quando mi annoio. Sono per il buon rock, i locali chiassosi, i pomeriggi al mare, le menti fresche e gli animi caldi.

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